973 culle si sono riempite in Artsakh nei primi sei mesi dell’anno. Bilancio demografico positivo se si considera che nello stesso periodo i decessi sono stati 573 con un saldo di natalità di 400 nuovi cittadini della repubblica.

Il che significa che in proiezione annua la popolazione del Nagorno Karabakh dovrebbe aumentare di oltre 800 unità.

Piccoli Stati crescono… Anche se, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, i dati mostrano una leggera flessione: sono nati 146 bambini in meno (-13%) ma sono anche morte 82 persone in meno (-12,5%) con una crescita naturale (il saldo vivi/morti) che è diminuito di 64 unità (13,8%) pur rimanendo, come abbiamo visto, ampiamente positivo.

Nei primi sei mesi del 2019 ci sono stati 12 parti gemellari rispetto ai 24 dell’anno scorso, l’età media delle madri è stata di 27,8 anni con le primipare a 24,8 anni; tradotto, ci si pensa bene prima di fare un figlio.

La casistica dei nomi più gettonati vede per le femminucce vincere Maria, seguita da Mariam, Nare, Anna e Mari; le culle dei maschietti hanno visto invece prevalere David e poi Tigran, Gor, Mark e Arthur.

Detto dei vivi, parliamo purtroppo dei morti. Tra le cause di decesso, diminuiscono le malattie all’apparato circolatorio ma aumentano leggermente le neoplasie e le malattie respiratorie. Aumenta lievemente la percentuale di decessi sotto i 70 anni rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Ma, per fortuna, si tratta di numeri modesti, per cui bastano un paio di casi per modificare le statistiche.

L’importante è che l’Artsakh abbia una crescita demografica sana e costante, che si consolidi come Stato garantendo ai propri cittadini le migliori condizioni possibili anche da un punto di vista sanitario. Sotto questo aspetto il welfare e l’assistenza sanitaria sono enormemente migliorati negli ultimi anni e fanno ben sperare per il futuro.

Si sono aperti con una solenne e coreografica cerimonia inaugurale i giochi estivi pan-armeni giunti alla loro settima edizione.

Per la prima volta le competizioni – che vedono impegnati 5244 atleti provenienti da 35 diversi Paesi del mondo – sono ospitate anche nella repubblica di Artsakh.

Il primo ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan ha dichiarato ufficialmente aperti i 7 ° Giochi estivi pan-armeni a Stepanakert.
Nel suo discorso Nikol Pashinyan ha osservato che oggi è una celebrazione nella nostra Patria, perché migliaia di bambini della nostra nazione provenienti da Europa, Asia, Australia, Nord e Sud America si sono riuniti nella roccaforte della dignità armena – l’Artsakh – e ci stiamo godendo la gioia di essere uniti, di stare insieme.

«Ci siamo riuniti in Artsakh per godere e sentire il potere dell’unità, per capire che siamo imbattibili quando stiamo insieme. Ci siamo riuniti per registrare che abbiamo una storia, che abbiamo identità, che abbiamo statalità e volontà di continuare la millenaria marcia trionfante della nostra Nazione per i nuovi millenni. Oggi, migliaia di rappresentanti dei settimi Giochi pan-armeni promuoveranno, rafforzeranno e svilupperanno la volontà e le capacità di vincere della nostra Nazione. Auguro la vittoria in concorrenza leale a tutti i partecipanti ai Giochi pan-armeni. Pertanto, dichiaro aperti i settimi Giochi pan-armeni» ha affermato il Primo Ministro armeno.

Il presidente della Repubblica Artsakh Bako Sahakyan ha tenuto un discorso di benvenuto durante la solenne cerimonia di apertura dei 7 ° Giochi estivi pan-armeni.
La decisione di fare di Artsakh un paese ospitante dei settimi Giochi pan-armeni è stata presa dopo la guerra di quattro giorni del aprile 2016, ha dichiarato il presidente Bako Sahakyan, sottolineando il significato simbolico della mossa.

In un discorso all’apertura dell’evento sportivo a livello nazionale, Sahakyan ha anche descritto la giornata come un momento straordinario in termini di unificazione dei connazionali nella patria ancestrale.
«Stepanakert ospita numerosi atleti e allenatori, fan e solo persone che amano gli sport da Madre Armenia, Artsakh e Diaspora. Non abbiamo ospiti qui; tutti sono a casa, nel loro focolare ancestrale. Benvenuti in Artsakh!
Il popolo armeno ha un atteggiamento enfatizzato verso lo sport. Nell’antichità, in Armenia si svolgevano partite a livello nazionale e atleti armeni partecipavano a vari tornei sportivi, tra cui i giochi olimpici antichi, come riportano i documenti conservati.
Per loro natura, i giochi pan-armeni sono un collegamento importante che collega il nostro passato sportivo, presente e futuro
», ha osservato il Capo dello Stato.
Sahakyan ha affermato di considerare l’idea di condurre i giochi anche nella seconda repubblica armena come una specie di risposta speciale all’aggressione e alla violenza dell’Azerbaigian. «Lo sport unisce forza, forza di volontà, organizzazione e unificazione, allo stesso tempo in netto contrasto con l’odio e l’ostilità. Lo sport non riconosce alcun confine», ha aggiunto il presidente.

L’evento è stato accompagnato da un programma di concerti. La cerimonia si è conclusa con uno spettacolo pirotecnico.

Secondo quanto riportato dal sito web ufficiale del Comitato Nazionale Armeno Americano (ANCA), l’amministrazione Trump sta prendendo di mira il programma di aiuti umanitari in Artsakh, tentando di porre fine ai finanziamenti statunitensi per il programma di sminamento di HALO Trust che ha salvato innumerevoli vite in tutta la Repubblica.

Due deputati degli Stati Uniti, Brad Sherman (D-CA) e TJ Cox (D-CA), stanno invero conducendo una campagna congressuale per incoraggiare il responsabile di USAID, Mark Green, a invertire tale rotta e a mantenere il programma di sminamento del Nagorno Karabakh. L’amministratore di USAID, Green, ha testimoniato davanti alla Commissione per gli Affari esteri il 9 aprile di quest’anno che USAID era impegnata a completare lo sminamento di mine antiuomo e ordigni inesplosi all’interno dei confini tradizionali del Nagorno Karabakh.

«Il presidente Trump ha torto a inchinarsi alla richiesta sconsiderata del dittatore azero Ilham Aliyev affinché l’America metta fine agli aiuti umanitari statunitensi all’Artsakh», ha dichiarato il direttore esecutivo dell’ANCA Aram Hamparian. «Una spesa modesta che rappresenta un investimento importante per la pace, questo è il programma di aiuti dall’anno fiscale 1998, che ha fornito una assolutamente necessaria assistenza sanitaria materna, portato alle famiglie acqua potabile pulita e liberato fattorie e villaggi da mine mortali. Ringraziamo tutti i legislatori statunitensi che stanno cercando di far avanzare gli interessi e i valori americani negli Stati Uniti continuando gli aiuti umanitari statunitensi all’Artsakh di fronte ai tentativi stranieri di intromettersi nel processo decisionale americano».

È evidente come tale politica statunitense nella regione, se confermata, creerebbe squilibri e darebbe un pessimo segnale alle parti coinvolte nel negoziato per la risoluzione del conflitto.

Qualche avvisaglia preoccupante circa i rapporti tra Trump e Aliyev si era invero già avuta in passato; e proprio di recente, il dittatore azero nel corso di un messaggio di felicitazioni al presidente americano in occasione della festa dell’indipendenza del 4 luglio non aveva mancato di dedicare buona parte della lettera al conflitto del Nagorno Karabakh ponendo l’accento sulla “aggressione armena”.

Non sappiamo se i timori sollevati dalla foltissima comunità armena negli Stati Uniti siano confermati o meno; di certo fra un paio d’anni ci sono le elezioni presidenziali USA e …

QUI L’ARTICOLO DELL’EX AMBASCIATORE EVANS RIGUARDO AI RAPPORTI TRA AMMINISTRAZIONE TRUMP E REPUBBLICA DEL NAGORNO KARABAKH

Prendono il via il primo giugno i campionati europei di calcio CONIFA, organismo che raggruppa le selezioni calcistiche di Stati, gruppi etnici e realtà regionali che non sono affiliati alla FIFA o alla UEFA.

Membro della CONIFA (Confederation of Independent Football Associations) è anche l’Artsakh che quest’anno ha l’onore di ospitare i campionati europei che dal primo al 9 giugno vedranno impegnate otto ‘nazionali’ che si contenderanno il titolo negli stadi di Stepanakert, Martakert e Askeran. Gran gala di apertura sabato 1 giugno con un concerto in piazza della Rinascita con artisti armeni e internazionali, poi via agli incontri (su questa pagina gli aggiornamenti del torneo).

Una piccola competizione tra squadre che hanno desiderio di giocare al calcio, superare barriere e divisioni. Un calcio che unisce.

Quale contrasto con la ben più prestigiosa finale di Europa League organizzata in Azerbaigian e caratterizzata dall’ossessione armenofoba delle autorità di Baku. La presenza nelle file dell’Arsenal del centrocampista armeno Henrikh Mkhitaryan ha evidenziato ancora una volta l’odio etnico degli azeri. Il nazionale armeno è rimasto a casa per ragioni di sicurezza, tifosi inglesi con la sua maglietta sono stati fermati dalla solerte polizia azera ed è stato negato il visto di ingresso a tutti coloro che disgraziatamente avevano un cognome con suffisso -ian o -yan (terribilmente simile a quello dei cognomi armeni e quindi da perseguitare con ogni mezzo…).

In Artsakh la coppa CONIFA è occasione per unire gli appassionati di calcio sia pure di piccole realtà; oltre confine, in Azerbaigian, il calcio diviene l’ennesimo strumento di odio contro gli armeni.

E ancora una volta, caso mai non fosse sufficientemente chiaro, si dimostra che mai il popolo armeno del Nagorno Karabakh-Artsakh potrà essere sottomesso al giogo azero.

Non ci resta che seguire le gesta calcistiche della nostra squadra e gridare con forza, anche da quaggiù, FORZA ARTSAKH!

RISULTATI INCONTRI

Prima giornata (2 giugno): ARTSAKH- Lapponia 3-2, Abcasia – Ciamuria 3-1 per il girone A. Per il girone B Padania – Terra dei Siculi 4-0, Armenia Occidentale – Ossezia del sud 1-2

L’intervento del Primo ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, in occasione dell’anniversario dell’entrata in vigore dell’accordo trilaterale di cessazione delle ostilità nel conflitto del Nagorno Karabakh.

« Il 12 maggio 2019 segna il 25° anniversario dell’entrata in vigore dell’accordo di cessate-il-fuoco in Karabakh. Un documento importante sulla risoluzione del conflitto è stato firmato dal Ministro della Difesa dell’Azerbaigian Mamedrafi Mamedov il 9 maggio 1994, dal Ministro della Difesa armeno Serzh Sargsyan il 10 maggio e dal Comandante dell’esercito di difesa del Nagorno Karabakh Samvel Babayan l’11 maggio.

L’accordo scritto di cessate il fuoco è entrato in vigore a mezzanotte del 12 maggio 1994. Durante questi anni, la parte armena è sempre stata impegnata e continuerà ad aderire all’attuazione di questo importante accordo.

Da allora è trascorso un quarto di secolo, ma sfortunatamente non si è mai trasformato in una pace duratura. Sottolineando l’importanza di preparare i nostri popoli a una soluzione pacifica del conflitto, desidero rimarcare ancora una volta che lo scenario di risoluzione [del conflitto, NdR] dovrebbe essere accettabile per tutte e tre le parti – i popoli di Armenia, Artsakh e Azerbaigian.

Negoziati e risultati oggettivi sono possibili solo se Artsakh è impegnata nel processo che determinerà in definitiva il suo status e fornirà garanzie di sicurezza per le persone che vivono lì.

Siamo convinti che un accordo trilaterale sia la sola base reale su cui costruire una pace e una cooperazione durature.

Vorrei sottolineare che, in qualità di Primo Ministro della Repubblica di Armenia, sono pronto a garantire che l’Armenia continui ad applicare l’accordo di cessate il fuoco e ad adoperarsi per risolvere il problema e raggiungere la pace nella regione e continuare ad essere il garante di sicurezza del Nagorno Karabakh.

La continua osservanza del cessate il fuoco e del dialogo sono probabilmente gli strumenti più importanti per risolvere il problema. È necessario astenersi da passi che possano favorire l’incitamento all’odio, l’intolleranza e le tensioni.

Non c’è nazione al mondo riluttante alla pace; non esiste un genitore che non desideri cieli limpidi e senza nuvole per il suo bambino in piedi sul confine.

Convinti che le popolazioni armena e azera meritino pace e progresso, con la presente esortiamo tutti noi a contribuire a questi obiettivi».

Il 5 maggio 1994, a Bishkek capitale del Kirghizistan, venne firmato l’omonimo accordo di cessate il fuoco a conclusione delle ostilità nel Nagorno Karabakh.

Dopo due anni di guerra, 30.000 morti, almeno 50.000 feriti e centinaia di sfollati, le parti in causa convennero di cessare lo scontro armato.

Non fu un trattato di pace ma solo un patto di cessazione degli scontri (con efficacia a partire dal 12 maggio).

Venticinque anni dopo la repubblica del Nagorno Karabakh, nel frattempo divenuta repubblica di Artsakh attende di poter porre la parola fine alla guerra definita silenziosa, congelata ma che negli ultimi cinque lustri ha mietuto centinaia di vittime e conosciuto momenti di recrudescenza come nell’aprile del 2016 allorché le forze armate azere attaccarono le postazioni di difesa armene tentando in penetrare nel territorio dello Stato.

L’Azerbaigian persevera con una retorica improntata alla militarizzazione dello scontro, continua ad armarsi sempre di più e – nonostante il paziente lavoro diplomatico del Gruppo di Minsk dell’Osce – non sembra aver abbandonato l’idea di una soluzione finale di stampo bellico.

La piccola repubblica armena dell’Artsakh costruisce giorno dopo giorno la propria indipendenza statuale e mai e poi mai potrà essere amministrata da un governo azero.

L’unica soluzione è un riconoscimento formale!

Ci pare altresì doveroso ricordare come l’accordo di Bishkek venne firmato tra gli altri anche da Karen Baburyan, all’epoca presidente del Soviet del Nagorno Karabakh e per tale carica considerato il terzo Presidente della neonata repubblica. Quando oggi gli azeri dichiarano di non voler modificare il format negoziale e di non volere al tavolo delle trattative rappresentanti del governo di Stepanakert, dimenticano che proprio quell’accordo fu firmato da Armenia, Azerbaigian e Nagorno Karabakh.

Nessun cambio di format negoziale dunque! Ma solo la necessità di far decidere del suo futuro il popolo che più di ogni altro è interessato al negoziato.

La repubblica del Nagorno Karabakh (Artsakh) è dal 2018 indipendente dal punto di vista energetico. Lo scorso anno, infatti, sono stati prodotti 388 milioni di KWh a fronte di un consumo di 385 milioni di KWH. Lo ha dichiarato nei giorni scorsi l’ex Primo ministro e Ministro di Stato Arayik Harutyunyan nel corso di una conferenza al dipartimento Tecnologia dell’Università di Shushi.

Si tratta di un risultato molto importante anche dal punto di vista politico e che attesta la validità e il successo del piano di sviluppo energetico varato a sostegno della repubblica.

Basti pensare che tra il 2000 e il 2007 l’Artsakh produceva solo 90 milioni annui di Kilovattora a fronte di un consumo medio intorno ai 200 milioni di KWh. Con l’avvio del programma di sviluppo dell’energia idroelettrica e la costruzione dei primi piccoli impianti la produzione di energia elettrica è andata esponenzialmente crescendo fino a superare lo scorso anno il fabbisogno nazionale.

Per il 2019 si prevede una produzione di 522 milioni di KWh e un consumo di 385 milioni; per il 2023 il programma energetico prevede un ricavo di un miliardo di kilovattora a fronte di un consumo di circa 500 milioni di KWH: in pratica si produrrà il doppio dell’energia effettivamente consumata con un evidente beneficio anche sui conti pubblici dello Stato giacché il surplus potrà essere rivenduto (presumibilmente all’Armenia o via Armenia) e quindi generare ricchezza.

L’Artsakh ha raggiunto dunque il traguardo dell’autosufficienza energetica utilizzando quasi esclusivamente impianti idroelettrici di piccola e media portata ma diffusi capillarmente su tutto il territorio. Niente energia da carbon fossile o da nucleare.

Lo scorso anno inoltre sono state avviate le prime installazioni sperimentali in alcuni villaggi di pannelli fotovoltaici per la produzione di acqua calda.

In un’intervista al quotidiano “Free Artsakh” il ministro degli Affari esteri Masis Mayilian fa il punto sull’attuale situazione dei 400.000 profughi armeni scappati dall’Azerbaigian negli anni del conflitto e abbandonati dalla comunità internazionale.

Signor Mayilian, l’Azerbaigian ha sempre usato la questione dei rifugiati come strumento di pressione politica. Baku continua a esagerare con ostinazione la questione dei territori “occupati” da armeni e  dei “milioni” di rifugiati. Nel corso degli anni ci sono state tendopoli a Imishli e Barda. Quali misure intraprendono le autorità dell’ Artsakh per risolvere il problema dei profughi armeni?

La questione dei rifugiati e degli sfollati interni (IDP) è uno dei problemi chiave nel processo di risoluzione del conflitto in Azerbaigian-Karabakh. Va notato che questo problema si è verificato in conseguenza della politica distruttiva dell’Azerbaigian diretta alla soppressione forzata della realizzazione del diritto all’autodeterminazione da parte della popolazione armena dell’Artsakh. Ciò è molto importante in considerazione sia della responsabilità per la situazione attuale sia della metodologia di risoluzione della questione dei rifugiati e degli sfollati. È ovvio che, in primo luogo, è necessario eliminare l’origine del conflitto e solo dopo questo per iniziare ad eliminare le sue conseguenze.

Le autorità di Artsakh e Azerbaigian hanno approcci radicalmente opposti alla questione dei rifugiati e degli sfollati. Mentre Baku considerava la questione dei rifugiati e degli sfollati principalmente come uno strumento per ottenere dividendi politici o di propaganda, l’Artsakh percepiva il problema dei rifugiati come umanitario e tentava di alleviare la situazione dei rifugiati e degli sfollati durante tutto il conflitto. A differenza dell’Azerbaigian ricco di petrolio, l’Artsakh non ha creato ostentate tendopoli per i rifugiati e non ha politicizzato la questione. L’Artsakh ha aiutato questa categoria di vittime del conflitto con condizioni di vita minime sotto un tetto. Ad oggi, il nostro Stato, senza alcun sostegno internazionale, continua a costruire case per i rifugiati e gli sfollati che sono tornati nei loro ex luoghi di residenza liberati dall’occupazione. In particolare, una delle questioni prioritarie nel programma del Presidente della Repubblica dell’Artsakh Bako Sahakyan per il periodo 2017-2020 sta risolvendo i problemi sociali dei rifugiati armeni dall’Azerbaigian che hanno trovato rifugio in Artsakh.

La questione dei profughi armeni dall’Azerbaigian è costantemente al centro dell’attenzione delle autorità della Repubblica di Artsakh. Inoltre, la protezione dei loro diritti e interessi è sancita nei programmi annuali del governo della Repubblica di Artsakh come una delle direzioni importanti della politica estera della Repubblica.

Ha sottolineato esattamente “senza alcun sostegno internazionale”. I profughi armeni dell’Azerbaigian non hanno uno status internazionale e non beneficiano di alcun programma internazionale, a differenza dei rifugiati azerbaigiani. I diritti dei rifugiati armeni dall’Azerbaigian sono completamente ignorati dalle strutture internazionali. Ciò è motivato a causa dello status non riconosciuto della Repubblica di Artsakh. Ma qual è la differenza per i rifugiati di vivere in un Paese riconosciuto o non riconosciuto? Il fatto è che esistono, e il fatto è che i loro diritti sono stati gravemente violati dall’Azerbaigian: sono stati perseguitati per motivi etnici e religiosi e le loro vite erano a rischio …

Sicuramente, la situazione in cui i profughi e gli sfollati che vivono in Artsakh sono completamente dimenticati dalle organizzazioni internazionali specializzate è estremamente anormale e oltraggiosa. Crediamo che privare queste persone di protezione e supporto internazionali sia una violazione dei loro diritti fondamentali. Abbiamo ripetutamente portato questa posizione all’attenzione dei rappresentanti di organizzazioni internazionali.

Nel recente incontro con il Presidente in carica dell’OSCE, il ministro degli Esteri slovacco Miroslav Lajcak, ho notato che, nel caso dell’Artsakh, l’OSCE non dovrebbe limitarsi unicamente al processo di risoluzione, lasciando la dimensione umana senza un’adeguata attenzione. In particolare, durante la riunione ho sottolineato che il processo di risoluzione del conflitto dell’Azerbaigian-Karabakh dura da oltre 27 anni e questo fatto impone all’OSCE alcuni obblighi giacché, a causa del conflitto instabile e dei tentativi in ​​corso da parte di Baku di isolare l’Artsakh, le persone che vivono nella Repubblica, compresi rifugiati e sfollati interni, sono limitate nell’esercizio dei loro diritti e delle loro libertà fondamentali.

Ultimamente, sono stati compiuti alcuni progressi sulla questione dei rifugiati in Artsakh. Ad esempio, recentemente a Yerevan, il capo dell’Artsakh Union of Armenian Refugees dall’Azerbaigian ha avuto l’opportunità di informare il Presidente in carica dell’OSCE sui problemi di questa categoria di persone. So che questa è la Sua iniziativa. Può raccontarci brevemente l’essenza dell’incontro.

Sarasar Saryan ha informato il Presidente in carica dell’OSCE Miroslav Lajchak sulla situazione dei rifugiati armeni in Artsakh. Ha notato che fino a 30mila rifugiati armeni vivono nella Repubblica di Artsakh, che essi sono privati ​​del sostegno e dell’assistenza internazionale anche a causa della posizione delle autorità dell’Azerbaigian che ostacolano la visita delle organizzazioni internazionali specializzate in Artsakh. Sarasar Saryan ha invitato il Presidente dell’OSCE in carica a visitare l’Artsakh per conoscere immediatamente la situazione dei profughi armeni in Artsakh.

Pensa che cambierà l’approccio delle strutture internazionali alla questione dei profughi armeni dall’Azerbaigian che vivono in Artsakh? Possiamo sperare che i nostri rifugiati acquisiscano uno status internazionale, potranno beneficiare di alcuni programmi umanitari internazionali e così via?

Non credo che ciò accadrà presto, ma il nostro Ministero sta facendo tutto per questo, e una vivida conferma di ciò è stato l’incontro avviato da noi tra il capo dell’Artsakh dell’Unione dei rifugiati armeni dell’Azerbaigian e il presidente dell’Osce in carica. Spero che la voce del rappresentante dei profughi armeni dall’Azerbaigian sia stata ascoltata.  Inoltre, abbiamo stabilito contatti con organizzazioni analoghe dell’Armenia.

Per quanto riguarda il processo di negoziazione sulla soluzione del conflitto Azerbaigian-Karabakh. Sappiamo che il Primo Ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan ha proposto di riportare il Nagorno Karabakh al tavolo dei negoziati, che il Presidente dell’Azerbaigian categoricamente respinge o stabilisce le condizioni come quella che in questo caso anche la cosiddetta comunità azera del Nagorno-Karabakh dovrebbe partecipare …

Innanzi tutto, va notato che la questione del ripristino del formato trilaterale dei negoziati è l’indicatore più accurato del grado di preparazione del governo di Baku ai reali progressi nel processo di risoluzione pacifica del conflitto azerbaigiano-karabakhiano. Questa convinzione si basa sul fatto indiscutibile che il formato di negoziazione trilaterale era il più produttivo. Di conseguenza, l’opposizione al ripristino del formato più efficace dei negoziati, riteniamo, significa ritardare artificialmente il processo di risoluzione.

Sembra che le autorità di Baku cerchino di trasformare i negoziati in un processo senza fine, sperando che possa aiutare a rinviare l’inevitabile riconoscimento della Repubblica di Artsakh come Stato indipendente della comunità internazionale. A tal fine, le autorità azerbaigiane cercano di distorcere l’essenza del conflitto in ogni modo possibile e di presentarlo come territoriale o intercomunale. Di fatto, i rifugiati azerbaigiani dell’Artsakh sono diventati uno strumento per l’Azerbaigian per raggiungere i propri obiettivi di politica estera.

Il 16 dicembre 2005, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato i Principi di base e le linee guida sul diritto alla protezione legale e al rimborso delle vittime di gravi violazioni delle norme internazionali sui diritti umani e gravi violazioni del diritto internazionale umanitario.

La questione dei rifugiati e degli sfollati interni non avrà un contenuto specifico fino alla risposta alla domanda principale – sulla responsabilità delle parti di coloro che, a seguito del conflitto, hanno perso il diritto di vivere e svilupparsi liberamente nella loro patria – viene data.

La RSS azerbaigiana, in quanto promotrice dell’esodo forzato di massa dei suoi cittadini armeni, ha chiaramente dimostrato la sua posizione in relazione a questa categoria di persone. Né l’ex repubblica sovietica azera né l’attuale Repubblica azerbaigiana hanno preso provvedimenti per il riconoscimento dei loro obblighi politici e legali nei confronti dei loro ex cittadini o hanno assunto qualsiasi responsabilità morale o finanziaria per le loro azioni. Nessuno degli oltre 400mila profughi armeni dell’Azerbaigian, avendo lasciato questo paese sotto la minaccia diretta della propria vita, ha ricevuto un rimborso per le proprie perdite materiali, patrimoniali e morali.

Secondo i Principi e le linee guida di base sul diritto alla protezione legale e al rimborso delle vittime di gravi violazioni delle norme internazionali sui diritti umani e gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, le vittime di tali violazioni dovrebbero ricevere un rimborso completo ed efficace, compresa la restituzione, il risarcimento , riabilitazione, soddisfazione e garanzie di non ripetizione di quanto accaduto. Il rimborso dovrebbe essere fornito per ogni danno economicamente valutabile nei modi prescritti e adeguatamente alla gravità della violazione.

[traduzione redazionale dall’inglese]

Il Primo ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, e il Presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, si sono incontrati a Vienna per iniziativa del gruppo di Minsk dell’Osce.

Dopo gli incontri “informali” di Dushambe, San Pietroburgo e Davos avvenuti nei mesi scontri si tratta del primo meeting ufficiale tra il leader armeno e quello azero.

L’evento, tenutosi all’hotel Bristol della capitale austriaca e iniziato alle ore 11 locali, si è articolato in due parti: un primo incontro allargato ai ministri degli Esteri dei due Paesi (Mnatsakanyan e Mammadyarov) e ai co-presidenti del Gruppo di Minsk. Dopo una breve interruzione Pashinyan e Aliyev hanno avuto un incontro privato a porte chiuse durato quasi due ore al termine del quale sono rientrati nella sala anche i rispettivi ministri degli Affari esteri.

Complessivamente il meeting è durato tre ore e un quarto. Al momento l’Osce non ha ancora diramato un comunicato ufficiale né trapelano indiscrezioni sul contenuto dei colloqui.

Uscendo dalla sala al termine del colloquio, in risposta alla domanda di un giornalista, il premier armeno ha definito l’incontro “normale”.

«Lungo, saturo, efficace» questo è il modo in cui il co-presidente del gruppo di Minsk Stefan Visconti (Francia) ha descritto la riunione di Pashinyan-Aliyev durante un briefing con giornalisti che fanno parte della delegazione del primo ministro Nikol Pashinyan a Vienna.

COMUNICATO STAMPA GRUPPO DI MINSK DELL’OSCE

Vienna, 29 marzo 2019 – Il Presidente della Repubblica dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e il Primo Ministro della Repubblica di Armenia Nikol Pashinyan si sono incontrati oggi a Vienna per la prima volta sotto l’egida dei Co-presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE (Igor Popov della Federazione Russa, Stéphane Visconti di Francia, e Andrew Schofer degli Stati Uniti d’America). All’incontro hanno partecipato anche i ministri degli Esteri Zohrab Mnatsakanyan e Elmar Mammadyarov. Anche Andrzej Kasprzyk, il rappresentante personale del Presidente in esercizio dell’OSCE, ha partecipato all’incontro. L’incontro si è svolto in un’atmosfera positiva e costruttiva e ha offerto ai due leader l’opportunità di chiarire le rispettive posizioni. Si sono scambiati opinioni su diverse questioni chiave del processo di risoluzione e idee di sostanza. I due leader hanno sottolineato l’importanza di costruire un ambiente favorevole alla pace e di intraprendere ulteriori passi concreti e concreti nel processo negoziale per trovare una soluzione pacifica al conflitto. Ricordando la loro conversazione a Dushanbe, i leader hanno raccomandato di rafforzare il cessate il fuoco e migliorare il meccanismo di comunicazione diretta. Hanno anche concordato di sviluppare una serie di misure nel campo umanitario. Il primo ministro e il presidente hanno incaricato i loro ministri di incontrarsi nuovamente con i co-presidenti nel prossimo futuro. Hanno anche accettato di continuare il loro dialogo diretto.

Il ministro degli Affari esteri della repubblica di Artsakh (Nagorno Karabakh), Masis Mayilian, nel corso di una intervista all’agenzia di stampa russa ‘Regnum’ precisa la posizione riguardo a una ipotizzata cessione di territori all’Azerbaigian. Si tratta di interessanti puntualizzazioni che ben chiariscono i termini della questione negoziale.

Signor Ministro, dopo il cambio di potere a Yerevan, le consultazioni tra Armenia e Azerbaigian per una soluzione sul Karabakh si sono acuite intensamente (noi diciamo “consultazioni”, perché i veri negoziati, quando anche il Nagorno Karabakh ha partecipato ad essi, sono cessati nel 1997). Come spiegherebbe l’intensificazione di queste consultazioni?

Dopo che il nuovo governo è salito al potere nella Repubblica di Armenia, mantenere la dinamica degli incontri e delle consultazioni è stato di una certa importanza sia per la parte armena che per i co-presidenti del gruppo di Minsk dell’OSCE, anche dal punto di vista della dimostrazione del rispetto degli accordi concordati e del formato di mediazione. L’indubbia intensificazione degli incontri tra Yerevan e Baku è condizionata dal desiderio delle parti di familiarizzare con i rispettivi approcci riguardanti la soluzione pacifica del conflitto azerbaigiano-karabaco.

Le riunioni dei ministri degli Esteri si sono svolte sotto la mediazione dei co-presidenti del gruppo di Minsk dell’OSCE. I contatti al più alto livello si sono svolti senza la partecipazione di mediatori ai margini di vari forum internazionali e sono stati informali. Come è noto, si sta pianificando la prima riunione del Primo Ministro dell’Armenia e del Presidente dell’Azerbaigian sotto la mediazione dei Co-presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE.

Credo che un’artificiosa intensificazione delle consultazioni a priori non possa essere fruttuosa. Apparentemente, anche le parti lo capiscono. Ad esempio, a febbraio, i ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaigian hanno partecipato alla Conferenza di sicurezza di Monaco, ma non hanno pianificato di tenere una nuova riunione in quel forum.

Il Primo Ministro dell’Armenia ha insistito sulla necessità di coinvolgere la Repubblica del Nagorno Karabakh nei negoziati con l’Azerbaigian. Come vede esattamente la procedura e il tema della partecipazione della NKR ai negoziati?

Prima di tutto, va notato che Yerevan e Stepanakert hanno lo stesso approccio al ripristino del formato trilaterale dei negoziati. Allo stesso tempo, parlando del ritorno della Repubblica di Artsakh al tavolo dei negoziati, partiamo dalla necessità di realizzare reali progressi nel processo di risoluzione del conflitto Azerbaigian-Karabakh. Ci sono tutti i prerequisiti necessari per il ripristino dei negoziati trilaterali. Innanzitutto, dopo una lunga discussione sul formato dei negoziati, ancora nel 1993, la CSCE / OSCE arrivò al convincimento della necessità della partecipazione del Nagorno Karabakh come terza parte in tutte le fasi del processo di pace. Successivamente, questa tesi è stata riflessa nel Sommario di Praga dal Presidente in esercizio dell’OSCE del 31 marzo 1995. Il formato trilaterale stesso è stato approvato in precedenza dalla decisione del Vertice di Budapest dell’OSCE del 1994, basato sul consenso. In secondo luogo, come il tempo mostrava, il formato trilaterale era stato il più efficiente e produttivo. Fu in questo formato che l’unico risultato tangibile fu raggiunto nel processo di definizione – la conclusione sotto la mediazione russa dell’accordo trilaterale del 12 maggio 1994 – del cessate il fuoco e la cessazione di tutte le ostilità.

La formula per il successo del formato di negoziazione trilaterale è piuttosto semplice: ciascuna delle parti ha direttamente rappresentato i propri interessi e discusso le questioni di sua competenza.

La procedura per la partecipazione della Repubblica di Artsakh ai negoziati può essere basata su questa formula. Come il Primo Ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan ha ripetutamente affermato, Yerevan non intende impostare la partecipazione di Stepanakert al processo negoziale come una condizione preliminare, ma allo stesso tempo condurrà negoziati solo per proprio conto. Ciò significa che le questioni nell’ambito della competenza esclusiva e dei poteri delle autorità della Repubblica di Artsakh non possono essere discusse nel formato bilaterale Yerevan-Baku. Tale approccio è oggettivo e, crediamo, può fungere da meccanismo per il ritorno dell’Artsakh al tavolo negoziale.

La stragrande maggioranza dei progetti per la risoluzione del conflitto del Karabakh propone di ridurre il territorio della repubblica del Nagorno Karabakh al territorio dell’Oblast autonoma del Nagorno Karabakh. Cosa ne pensa di queste idee?

Poiché il conflitto Azerbaigian-Karabakh non è una disputa territoriale, la ricerca di possibili modi per risolvere il problema sulla base di concessioni territoriali è senza speranza e non riflette l’essenza del conflitto.

Il fatto che nel 1988, quando iniziò una nuova fase del conflitto, i territori attorno all’ex oblast (NKAO) e persino una delle regioni amministrative della regione autonoma fossero sotto il controllo di Baku, indica che questo conflitto non è una disputa territoriale. Cioè, il conflitto si è verificato nonostante il fatto che questi territori fossero controllati dalla parte azera. Pertanto, è illogico credere che le concessioni territoriali di Artsakh possano portare alla risoluzione del conflitto. Va inoltre considerato che tali proposte riguardano direttamente la questione della sicurezza, che è una delle “linee rosse” per l’Artsakh nel processo di risoluzione del conflitto con l’Azerbaigian.

Cedere i territori è una via diretta alla distruzione del sistema di sicurezza non solo dell’Artsakh, ma anche della Repubblica di Armenia, e minaccerà l’esistenza stessa della popolazione indigena nella sua patria storica. In altre parole, questo problema ha un significato esistenziale per noi. Le dichiarazioni del presidente dell’Azerbaigian dimostrano che l’obiettivo strategico ufficiale di Baku è quello di catturare non solo l’Artsakh, ma anche la regione di Syunik in Armenia e persino la capitale dell’Armenia, Yerevan. Dovremmo prendere sul serio le dichiarazioni del presidente e del comandante supremo delle forze armate dell’Azerbaigian e non facilitare il suo percorso verso il loro obiettivo strategico. Al contrario, è necessario continuare a prendere misure militari e politico-diplomatiche per scoraggiare le intenzioni aggressive ed espansionistiche della leadership del paese vicino.

Da rammentare che la leadership della Repubblica di Artsakh ha ripetutamente affermato l’impossibilità e l’inammissibilità di tornare al passato in termini di entrambi i temi: lo status e i territori.

Inoltre, il 15 luglio 2009, dopo che gli approcci dei mediatori all’accordo sul conflitto tra l’Azerbaigian e il Karabakh sono stati resi pubblici, il ministero degli Affari esteri della Repubblica di Artsakh ha rilasciato una dichiarazione sulla necessità di riavviare il processo negoziale falsato al fine di far tornare l’autorità di Stepanakert al tavolo dei negoziati come parte a pieno titolo e per trasformare i principi di base della risoluzione. Questa posizione della Repubblica di Artsakh rimane invariata.

Va inoltre notato che nella suddetta dichiarazione, il ministero degli Esteri dell’Artsakh ha sottolineato che i tentativi di riportare l’Artsakh al passato non sono solo controproducenti, ma sono anche carichi di una nuova escalation del conflitto.

(traduzione redazionale a cura di Karabakh.it)