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RUBEN VARDANYAN È STATO CONDANNATO A VENTI ANNI DI RECLUSIONE DAL TRIBUNALE DI BAKU
Come facilmente prevedibile, il regime azero ha inflitto una pesante condanna all’ex ministro dell’Artsakh (rimasto peraltro in carica solo quattro mesi). Si è quindi concluso l’ultimo “processo” a carico dei prigionieri di guerra armeni illegalmente detenuti dall’Azerbaigian con accuse ridicole, una farsa che ha visto gli imputati privati delle minime garanzie di difesa e dove non è stata ammessa la stampa internazionale.
Vardanyan ha ricoperto l’incarico di ministro di Stato della repubblica di Artsakh per soli quattro mesi da fine 2022 a inizio dell’anno seguente. Tanto è bastato al criminale dittatore Aliyev per farlo condannare.

DICHIARAZIONE DELLA FAMIGLIA DI RUBEN VARDANYAN – 17 febbraio 2026

“Oggi abbiamo appreso che Ruben Vardanyan, amato marito, padre, fratello e nonno, è stato condannato a 20 anni di reclusione.

La sentenza emessa dal tribunale militare in Azerbaijan è stata sconvolgente, ma prevedibile. Da quando Ruben è stato ingiustamente arrestato 874 giorni fa, era chiaro che l’esito di questo processo era predeterminato. Durante tutto il suo periodo di detenzione, non sono state presentate prove per nessuna delle accuse mosse contro di lui.

Per tutto questo tempo, a Ruben sono state negate qualsiasi garanzia di un processo legale equo, l’accesso a una difesa legale reale e non formale, la possibilità di contattare avvocati internazionali e la presenza di media indipendenti alle udienze.

Le udienze si sono svolte a porte chiuse e in condizioni incompatibili con gli standard di un processo equo, non solo secondo il diritto internazionale, ma anche secondo la legislazione azera.

Nonostante i tentativi di distruggere la reputazione di Ruben come attivista umanitario, filantropo e imprenditore sociale, i leader della società civile e gli osservatori internazionali hanno fornito alla nostra famiglia un sostegno che ci ha dato forza e speranza.

Tutti coloro che conoscono personalmente Ruben o che hanno interagito con lui professionalmente comprendono l’assurdità e l’infondatezza delle accuse mosse contro di lui.

Non è stato giudicato solo Ruben e i prigionieri armeni – la sentenza è stata emessa contro tutto il popolo armeno.

Continueremo a chiedere la liberazione di Ruben e dei prigionieri armeni detenuti per motivi politici e chiediamo ai leader mondiali, alle organizzazioni internazionali e alle comunità per i diritti umani di adottare tutte le misure appropriate, in conformità con le norme del diritto internazionale, per garantire la loro libertà e la protezione dei diritti”.

Non occorreva essere dei maghi per indovinare come sarebbe finito il “processo” farsa intentato dal regime di Aliyev in Azerbaigian a carico di sedici prigionieri di guerra armeni fra i quale le ex autorità della repubblica di Artsakh (Nagorno Karabakh) occupata dagli azeri nel 2020 e poi defintivamente nel 2023.

Queste le condanne al termine di un processo, iniziato il 17 gennaio 2025, nel quale la stampa internazionale non è stata ammessa e il diritto alla difesa praticamente annullato senza alcuna garanzia per gli “imputati” che non hanno potuto neppure studiare gli atti processuali che sono stati a loro “letti”(!) dagli avvocati azeri nominati dalla corte:

Araiyk Haroutyounyan (ex presidente): ergastolo
Davit Ishkhanyan (ex presidente Assemblea nazionale): ergastolo
Davit Babayan (ex ministro degli Esteri): ergastolo
Levon Mnatsakanyan (ex Comandante Esercito di Difesa): ergastolo
Davit Manukyan (ex vice Comandante Esercito Difesa): ergastolo
Arkadi Ghukasyan (ex presidente): 20 anni
Bako Sahakyan (ex presidente): 20 anni

Melikset Pashayan è stato condannato a 19 anni di carcere, Madata Babayan a 19 anni, Garik Martirosyan a 18 anni, Davit Alaverdyan a 16 anni, Levon Balayan a 16 anni, Vasili Beglaryan a 15 anni, Gurgen Stepanyan a 15 anni ed Erik Ghazaryan a 15 anni di carcere.

L’ex ministro di Stato Ruben Vardanyan è giudicato in un processo a parte e anche per lui si attende una condanna pesantissima.

COSA ACCADRA’ ORA?
* Il dittatore azero Aliyev ha avuto soddisfazione: le condanne alle autorità della repubblica armena di Artsakh giustificano secondo lui l’operazione militare di conquista del territorio e la conseguente pulizia etnica. L’autocrate presidente dell’Azerbaigian mostra, tronfio, al mondo i suoi trofei. Poco ci è mancato che non li abbia fatti sfilare in catene per le vie di Baku. Le condanne sono un messaggio all’opinione pubblica internazionale ma soprattutto a quella interna.

* L’Armenia è impegnata in un processo di pace con l’Azerbaigian, processo che si è consolidato dopo la firma di un pre-accordo lo scorso 8 agosto a Washington. Il premier Pashinyan si è speso e si sta spendendo molto per instaurare relazioni amichevoli con il vicino (che non dimentichimo occupa ancora circa 200 kmq di territorio dell’Armenia e non ha abbassato la narrazione minacciosa sul cosidetto “Azerbaigian occidentale”) anche a costo di pesanti critiche interne. Pashinyan e il suo governo non possono far finta di niente e lasciare che gli armeni condannati rimangano a marcire nelle galere azere; se il premier non interviene con una richiesta di rilascio dei detenuti rischia di pagarne le conseguenze alle prossime elezioni politiche di giugno e rischia di vanificare tutto il lavoro fin qui svolto.

QUANDO SARANNO LIBERI?
Riteniamo difficile che Aliyev voglia far scontare per intero le condanne ai prigionieri armeni in galera a Baku. Ipotizziamo alcuni possibili scenari:
1) il vice presidente USA, Vance, sarà in Armenia e Azerbaigian nei prossimi giorni e potrebbe portare a casa subito almeno una parte dei detenuti. Non dimentichiamo che il presidente Trump si era impegnato a fare “pressioni” su Aliyev per la loro liberazione. Tornare dalla visita a Baku a mani vuote potrebbe essere uno smacco (anche di fronte alla folta comunità armena negli Stati Uniti). Sottolineiamo come casualmente, dopo un lungo stop, le condanne (già ovviamente nel casso dall’inizio del processo) siano arrivate proprio prima della visita di Vance a Baku.

2) Fra qualche mese, e sicuramente prima delle elezioni politiche armene, Aliyev potrebbe consegnare all’Armenia almeno una parte dei prigionieri armeni consentendo al governo uscente – con il quale ha instaurato un proficuo dialogo – di presentarsi agli elettori con questa carta da spendere in campagna elettorale.

3) Le istituzioni europee potrebbero lavorare sotto traccia per favorire il rilascio dei prigionieri. Tutto dipenderà se e quanto vorranno sacrificare nella contropartita (ricordiamo che l’Azerbaigian è stato messo in stand-by nel Consiglio d’Europa per mancato rispetto dei diritti umani). Non va dimenticato che in Azderbaigianvi sono anche alcune centinaia di prigionieri politici azeri.

4) Aliyev, da dittatore qual è, vorrà ribadire la propria forza e terrà in galera a Baku per alcuni anni i prigionieri armeni prima di rilasciarli con “gesto magnanimo”. Purtroppo, non si può escludere neppure questa ipotesi.

Perché Aliyev in Azerbaigian non fa la fine di Maduro (Tempi, 7 gen 26)

Opinione: Erevan non dovrebbe farsi trascinare nella ‘realtà virtuale’ di Baku e Ankara (Tempi, 8 gen)

Armenia: cosa aspettarsi nel 2026 (East journal, 14 gen)

Armenia e Turchia verso la piena normalizzazione (Osservatorio Balcani Caucaso, 19 gen)

Tra Russia ed Europa la Chiesa armena va in frantumi. E l’Azerbaigian vince, con il plauso di Roma (Messainlatino, 24 gen)

L’ansia asimmetrica di Armenia e Iran (Osservatorio Balcani Caucaso, 26 gen)

Erevan discute il potenziale di collegamento tra i sistemi energetici dell’Armenia e dell’Azerbaigian (Notizie da est, 26 gen)

Caucaso: la pace di Washington e l’ombra dell’Artsakh (Assadakah, 28 gen)

Non agiremo contro la Russia, ma agiremo sempre per gli interessi dell’Armenia – Pashinyan (Notizie da est, 12 feb)

Olimpiadi invernali: protesta azera sul brano “Artsakh” (Assadakah, 12 feb)

Globalia. L’Armenia, il corridoio di Zangezur e gli equilibri nel Caucaso (Barbadillo, 13 feb)

L’ex capo di governo della repubblica separatista del Nagorno Karabakh è stato condannato in Azerbaijan a 20 anni di carcere (Il post, 18 feb)

La condanna dei prigionieri Armeni in Azerbajgian è una vergogna per l’Europa e per l’Italia (Korazym, 18 feb)

Cosa succede agli Armeni detenuti in Azerbaigian e potrebbe liberarli Ilham Aliyev? (Notizie da est, 19 feb)

Il 17 febbraio si è conclusa la farsa “processuale” messa in atto dal regime dell’Azerbaigian contro i prigionieri di guerra armeni (Politicamente corretto, 19 feb)

Azeri ladri di storia e cultura. Non avendone proprie, devono appropriarsi di quelle altrui (Korazym, 23 feb)

Khojaly (Ivanyan): 34 anni di bugie di stato azeri. Sungait: 28 febbraio 2026, 38° anniversario dell’orrore del pogrom anti-Armeni compiuto dall’Azerbajgian (Korazym, 27 feb)

Il processo farsa degli azeri a Vardanyan allontana la pace (Tempi, 28 feb)

Sumgait, memoria e giustizia: la dichiarazione congiunta delle fazioni dell’Assemblea Nazionale dell’Artsakh (Korazym, 28 feb)

Forza cruda e coercizione: l’arte di “prevenire” il diritto internazionale (Notizie geopolitiche, 5 mar)

(19 feb 26) PER GLI AZERI IL VERDETTO E’ LOGICA CONCLUSIONE – l verdetto illegale contro Ruben Vardanyan, noto uomo d’affari e filantropo armeno, ex ministro di Stato dell’Artsakh (Nagorno Karabakh), è stato definito in Azerbaigian la “conclusione logica” del conflitto. “La decisione del tribunale di Baku [capitale dell’Azerbaijan] nei confronti dell’oligarca Ruben Vardanyan rappresenta non solo la consegna della giustizia, ma anche la conclusione simbolica e logica del conflitto durato quasi 30 anni, che ha portato immense sofferenze al popolo azero“, ha affermato in un post sui social media l’assistente del Presidente della Repubblica dell’Azerbaijan, Capo del Dipartimento per gli Affari Esteri dell’Amministrazione Presidenziale, Hikmat Hajiyev. Il presidente dell’Azerbaigian, Aliyev, dal canto suo alla recente conferenza di Monaco ha addirittura definito gli imputati dell’Artsakh alla stregua di “criminali nazisti” e ha paragonato la farsa processuale di Baku al processo di Norimberga.

(18 feb 26) AMNESTY INTERNATIONAL: VERDETTO “PARODIA” – Il verdetto del tribunale azero contro Ruben Vardanyan è il culmine della “parodia” di un processo contro leader di etnia armena. L’organizzazione per i diritti umani Amnesty International lo ha sottolineato in una dichiarazione. Si legge quanto segue: “La condanna dei 16 imputati, culminata in questa sentenza contro Ruben Vardanyan, è a dir poco una farsa. Il fatto che Ruben Vardanyan e gli altri, diversi civili come lui, siano stati processati da un tribunale militare solleva di per sé serie preoccupazioni ed è incompatibile con le garanzie di un giusto processo. Mentre le vittime del decennale conflitto per il Nagorno-Karabakh, sia in Armenia che in Azerbaigian, meritano verità, giustizia, riparazioni e garanzie di non ripetizione, queste condanne costituiscono un affronto a tutte le vittime di crimini di diritto internazionale.” Accusati di una pletora di crimini estremamente gravi, Ruben Vardanyan e altri imputati sono stati processati in un’udienza di fatto a porte chiuse, sulla base di “prove” in una lingua che non comprendevano e che non erano state adeguatamente tradotte. Persino le accuse – oltre 40 solo contro Vardanyan – tra cui “terrorismo” e “crimini contro l’umanità”, non sono state rese pubbliche in modo completo durante il procedimento. Amnesty International ha chiesto informazioni alle autorità azere sul processo e sulle prove, ma non ha ricevuto risposta. “L’Azerbaigian deve rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani e garantire che tutti gli accusati di crimini siano processati nel pieno rispetto del diritto internazionale e degli standard del giusto processo”.

(17 feb 26) RUBEN VARDANYAN È STATO CONDANNATO A VENTI ANNI DI RECLUSIONE DAL TRIBUNALE DI BAKU – Come facilmente prevedibile, il regime azero ha inflitto una pesante condanna all’ex ministro dell’Artsakh (rimasto peraltro in carica solo quattro mesi). Si è quindi concluso l’ultimo “processo” a carico dei prigionieri di guerra armeni illegalmente detenuti dall’Azerbaigian con accuse ridicole, una farsa che ha visto gli imputati privati delle minime garanzie di difesa e dove non è stata ammessa la stampa internazionale.
Vardanyan ha ricoperto l’incarico di ministro di Stato della repubblica di Artsakh per soli quattro mesi da fine 2022 a inizio dell’anno seguente. Tanto è bastato al criminale dittatore Aliyev per farlo condannare.

(11 feb 26) VANCE A BAKU DISCUTE LA LIBERAZIONE DEI PRIGIONIERI – Il vicepresidente statunitense JD Vance ha anche discusso, in Azerbaigian, del rilascio dei prigionieri armeni a Baku. Lo ha dichiarato il portavoce stampa di Vance dopo l’incontro del vicepresidente statunitense con il presidente azero Ilham Aliyev.

(6 feb 26) APPELLO A VANCE DI ORGANIZZAZIONI ARMENE – Le principali organizzazioni umanitarie e caritatevoli indipendenti in Armenia hanno inviato una lettera aperta al vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, in vista della sua visita in Armenia, sollecitando attenzione sulla difficile situazione degli armeni che rimangono detenuti in Azerbaigian. La lettera sottolinea che, a più di due anni dallo sfollamento forzato della popolazione armena dall’Artsakh (Nagorno-Karabakh), e nonostante le garanzie pubblicamente dichiarate per l’uscita sicura e senza ostacoli dei civili, 19 persone di origine armena rimangono nei luoghi di detenzione a Baku. Secondo gli autori, la loro prolungata detenzione costituisce una grave sfida umanitaria e una questione estremamente delicata per la società armena, sia in Armenia che all’interno della diaspora globale, compresi gli Stati Uniti.

(5 feb 26) CONDANNATI I PRIGIONIERI ARMENI IN AZERBAIGIAN – Le autorità azere hanno condannato altri sette prigionieri armeni a varie pene detentive. Secondo i verdetti, Melikset Pashayan è stato condannato a 19 anni di carcere, Garik Martirosyan a 18 anni, Davit Alaverdyan a 16 anni, Levon Balayan a 16 anni, Vasili Beglaryan a 15 anni, Gurgen Stepanyan a 15 anni ed Erik Ghazaryan a 15 anni di carcere. Il processo farsa era iniziato il 17 gennaio 2025.
In precedenza, questo “tribunale” aveva condannato gli ex presidenti dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) Arkadi Ghukasyan e Bako Sahakyan a 20 anni di prigione, mentre l’ex presidente Arayik Harutyunyan, l’ex presidente dell’Assemblea nazionale Davit Ishkhanyan, l’ex ministro degli Esteri David Babayan, l’ex comandante dell’esercito di difesa Levon Mnatsakanyan e il suo vice Davit Manukyan all’ergastolo. Le condanne a 20 anni di carcere per Arkadi Ghukasyan e Bako Sahakyan, anziché all’ergastolo, sono dovute al fatto che hanno più di 65 anni.

(4 feb 26) VOTAZIONE SENATO FRANCESE – Il Senato francese ha votato all’unanimità a favore di una risoluzione che chiede la liberazione dei prigionieri armeni detenuti in Azerbaigian, secondo Mourad Papazian, copresidente del Consiglio di coordinamento delle organizzazioni armene di Francia (CCAF). La risoluzione, presentata da Laurent Wauquiez e proposta dal Gruppo di amicizia Francia-Armenia, ha ricevuto 183 voti favorevoli sui 183 senatori presenti.

(23 gen 26) GLI ULTIMI ARMENI LASCIANO L’ARTSAKH – Le ultime dieci persone rimaste in Artsakh (Nagorno Karabakh) sono state trasferite in Armenia, secondo quanto informa il ministro del lavoro e degli affari sociali della Repubblica di Armenia (RA), Arsen Torosyan. “Cari compatrioti, vi informo che 10 armeni e un cittadino di nazionalità russa, attualmente residenti nella Repubblica dell’Azerbaigian (in Karabakh), hanno presentato una petizione agli organi competenti dell’Azerbaigian e dell’Armenia chiedendo di essere trasferiti nella Repubblica di Armenia. Sulla base di queste petizioni, le persone menzionate sono state trasferite nella Repubblica di Armenia”, ha osservato Torosyan.
Il difensore civico dell’Artsakh Gegham Stepanyan non ha informazioni sulla posizione e l’identità delle persone trasferite in Armenia dall’Artsakh.
Il ministro della Salute armeno Anahit Avanesyan ha dichiarato che le condizioni di salute degli armeni sono soddisfacenti.

(22 gen 26) I PARENTI RICHIEDONO L’ESUMAZIONE DEI LORO CARI SEPPELLITI IN ARTSAKH – Un gruppo di parenti delle vittime sepolte in Artsakh (Nagorno Karabakh) chiede l’esumazione e il trasporto dei corpi di queste vittime in Armenia. “I genitori hanno fatto appello al primo ministro [armeno], chiedendo che venga effettuata un’esumazione, che i corpi vengano portati in Armenia affinché possano visitare le tombe dei loro parenti e bruciare incenso. Lì [in Artsakh] non ci sono nemmeno lapidi”, ha detto un manifestante ai giornalisti davanti al palazzo del governo armeno.

(21 gen 26) COLONI AZERI SI INSEDIANO IN ARTSAKH – Le autorità azere hanno iniziato il reinsediamento di Stepanakert, la capitale del Nagorno Karabakh occupato dall’Azerbaigian. Secondo i media azeri, mercoledì trentasei famiglie, ovvero 162 persone, si sono trasferite a Stepanakert e hanno ricevuto le chiavi dei nuovi appartamenti. Questi coloni si stanno insediando in edifici costruiti sui siti delle case armene demolite. Non ci sono informazioni su quale sia il legame di principio tra questi coloni e il Nagorno Karabakh. Non è escluso che questi “nuovi residenti” siano terroristi provenienti dal Medio Oriente. Secondo i media azeri, dal 2021 nel Nagorno Karabakh si sono insediate 26.513 persone.

(14 gen 26) QUATTRO ARMENI RILASCIATI DAGLI AZERI – Gevorg Sujyan, Davit Davtyan, Vicken Euljekjian e Vagif Khachatryan sono stati consegnati poco fa alle autorità competenti dell’Armenia dalle autorità competenti dell’Azerbaigian attraverso il ponte Hakari e ora si trovano in territorio armeno. Il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan ne ha parlato su Facebook. E più avanti, Pashinyan ha aggiunto: “Gevorg Sujyan, Davit Davtyan e Vicken Euljekjian non presentano problemi di salute secondo l’esame preliminare. Le condizioni di salute di Vagif Khachatryan sono inizialmente valutate come soddisfacenti. Verranno trasferiti a Yerevan.”

(9 gen 26) APPARTAMENTI PER GLI SFOLLATI – In totale, 4.040 famiglie dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) hanno ricevuto i certificati nell’ambito del programma di fornitura di alloggi. Lo ha dichiarato in una conferenza stampa il ministro del lavoro e degli affari sociali dell’Armenia, Arsen Torosyan. Il programma per il rilascio di questi certificati proseguirà quest’anno e la cittadinanza armena rimarrà un requisito obbligatorio. In totale, 1.755 famiglie dell’Artsakh hanno ricevuto appartamenti in Armenia. È stata inoltre presa la decisione di introdurre un nuovo programma di affitto a lungo termine, destinato agli ex residenti dell’Artsakh, come anziani o disabili, che non sono in grado di utilizzare i certificati sopra menzionati. Il programma sarà lanciato il 1° luglio.

Siamo certi che anche nel 2026 gli sfollati armeni dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) non potranno fare ritorno a casa. Forse ciò non avverrà mai a meno che, caduto il dittatore azero, un nuovo Azerbaigian democratico volti pagina e seppellisca una volte per tutte la retorica di guerra.

Di sicuro l’anno che sta arrivando porterà nelle prime settimane pesanti condanne a carico degli ostaggi armeni illegalmente detenuti in Azerbaigian e oggetto di un processo farsa con sentenze già prese prima ancora di iniziare. L’unica speranza è che Aliyev, tronfio per le condanne inflitte al nemico armeno, sia poi indotto a rilasciare se non tutti almeno una buona parte dei prigionieri.
Contiamo sulla pressione internazionale (molto fiacca) e su qualche iniziativa del governo armeno (che apparentemente non si scompone più di tanto…).

Il 2026 potrebbe forse portare a nuovi passi verso la normalizzazione delle relazioni con Turchia e lo stesso Azerbaigian.

Ma la parola “pace” è stata fin troppo abusata sopratutto da media e politici che non si rendono ben conto della situazione regionale.

Ci sarà “pace” non quando verrà firmato un trattato vero e proprio ma solo quando saranno rilasciati i prigionieri di guerra armeni, i soldati azeri si ritireranno dal territorio dell’Armenia, i monumenti del nostro Artsakh saranno preservati e non oggetto di vandalismi o demolizioni da parte degli occupanti azeri.

Ci sarà “pace” quando a Baku smetteranno di parlare di “Azerbaigian occidentale”, quando impareranno a usare una narrazione non di minaccia e di aggressione, quando nelle scuole elementari dell’Azerbaigian non si insegnerà più più a odiare l’armeno e non si bruceranno più le sue bandiere.

BUON ANNO A TUTTI

(con un pensiero sociale per gli armeni che si trovano nelle prigioni azere)

All’epoca, l’Armenia interruppe i negoziati sostanziali, che includevano anche l’opportunità di risolvere il conflitto tenendo conto degli interessi della popolazione. Che rispondano loro di chi è la colpa se tutto è andato in questo modo“. Lo ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo Maria Zakharova, commentando la pubblicazione, da parte del governo armeno, di documenti relativi al processo negoziale per la risoluzione del conflitto del Nagorno Karabakh.

Zakharova ha osservato che Mosca non ha mai condotto negoziati come quelli espressi a Yerevan, riguardo all’indipendenza del Nagorno Karabakh o alla sua unificazione con l’Armenia. “Per quanto riguarda la risposta di Igor Valentinovich Popov del 2021 alle domande dei media, vorrei ricordare: l’allora co-presidente russo del Gruppo di Minsk [OSCE] ha confutato con i fatti l’affermazione del Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan nel suo articolo “Origini della guerra dei 44 giorni”, secondo cui le proposte russe per un accordo equivalevano a restituire sette distretti all’Azerbaigian “così e così”, senza risolvere la questione dello status del Karabakh. In realtà, tutto era leggermente diverso, se non del tutto il contrario. È facile verificarlo: basta leggere attentamente la bozza di dichiarazione sulla prima fase dell’accordo sul Nagorno-Karabakh e sui passaggi successivi pubblicata sul sito web del governo armeno, nonché la bozza di dichiarazione di Russia, Stati Uniti e Francia a sostegno di tale dichiarazione e la rispettiva bozza di risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite“, ha affermato il portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo.

Tali documenti furono discussi nei negoziati armeno-azeri prima del cambio di potere in Armenia nel maggio 2018. Nessuna delle due parti li respinse, sebbene non fu raggiunto un accordo completo. Secondo Zakharova, i negoziati si svolsero regolarmente fino al 2018 e al 2019, quando l’amministrazione di Pashinyan interruppe di fatto il dialogo sostanziale. Ha ricordato che in quel periodo a Yerevan iniziarono le discussioni, sostenendo che il riconoscimento internazionale dell’indipendenza del Nagorno-Karabakh fosse la priorità dell’Armenia. Dichiarazioni corrispondenti furono rilasciate da Pashinyan nel marzo e nell’agosto 2019 a Stepanakert, la capitale del Karabakh, tra cui la nota affermazione: “L’Artsakh [(Nagorno Karabakh)] è l’Armenia, punto!”.

Ricordiamo molto bene cosa è successo dopo“, ha aggiunto il portavoce del Ministero degli Esteri russo, riferendosi alla seconda guerra del Karabakh nell’autunno del 2020, conclusasi solo grazie alla mediazione della Russia e personalmente del presidente Vladimir Putin.

Zakharova ha sottolineato che da allora non è la Russia, ma l’Armenia, o meglio, la posizione della sua leadership, a essere cambiata. Ha ricordato che il 6 ottobre 2022, nella dichiarazione finale del vertice di Praga, il Primo Ministro Pashinyan ha riconosciuto l’integrità territoriale dell’Azerbaigian, incluso il Karabakh. Tuttavia, come ha osservato il portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, questo documento non menzionava i diritti, le libertà, gli interessi o le preoccupazioni della popolazione locale del Karabakh. Allo stesso tempo, è stato dimenticato anche l’accordo informale raggiunto a Mosca nel novembre 2020 tra i leader di Russia, Azerbaigian e Armenia, secondo cui la questione dello status del Karabakh sarebbe stata rinviata alle generazioni future.

I documenti resi pubblici dimostrano in modo convincente che, in diverse fasi dei negoziati, si sono aperte opportunità per una risoluzione politico-diplomatica del conflitto e per la considerazione degli interessi delle popolazioni locali. L’attuazione di ciò ha richiesto una visione strategica e una volontà politica da parte delle parti. Il compito dei mediatori è assistere Baku e Yerevan, non fare tutto per loro. Ci sono state opportunità, e sono state perse, ma non è colpa nostra [cioè della Russia]“, ha affermato Zakharova.

Secondo lei, la questione principale è chi sia responsabile delle occasioni perse. “Lasciate che i leader di questo Stato rispondano ai cittadini armeni su questa questione“, ha concluso il portavoce del Ministero degli Esteri russo.

La portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo Zakharova, commentando la pubblicazione, da parte del governo armeno, di documenti relativi al processo negoziale per la risoluzione del conflitto del Nagorno Karabakh ha affermato che erevan ha ignorato i principi etici fondamentali divulgando i materiali di lavoro dei copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE e, ancor più, la corrispondenza dei capi di Stato, senza un adeguato coordinamento con le parti interessate. 

Secondo il portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, i documenti ONU e OSCE resi pubblici, alla cui preparazione e adozione la Russia ha contribuito attivamente, confermano che per tre decenni il Paese, in qualità di mediatore nazionale e di copresidente del Gruppo di Minsk dell’OSCE, ha costantemente cercato una soluzione politica e diplomatica al conflitto del Nagorno Karabakh.

Zakharova ha sottolineato che la posizione della Russia sulla questione si è sempre basata sulla ricerca di un equilibrio tra due principi fondamentali: il rispetto dell’integrità territoriale dell’Azerbaigian e la tutela dei diritti e degli interessi della popolazione indigena del Nagorno Karabakh, in conformità con le norme e gli standard riconosciuti a livello internazionale.

I negoziati sul Nagorno Karabakh hanno sempre mirato a bilanciare queste due componenti: il rispetto dell’integrità territoriale dell’Azerbaigian secondo il diritto e i principi internazionali e la salvaguardia dei diritti e degli interessi della popolazione indigena del Karabakh.

La portavoce del Ministero degli Esteri russo ha aggiunto che non sono stati condotti negoziati sull’indipendenza del Nagorno Karabakh o sulla sua unificazione con l’Armenia.

  • Il 27 settembre 2023 , durante lo sfollamento forzato di migliaia di armeni dell’Artsakh in Armenia, Ruben Vardanyan, noto filantropo e umanitario, è stato arrestato nei pressi del ponte Hakari dalle autorità azere e trasferito in una prigione a Baku. Vardanyan aveva ricoperto brevemente la carica di Ministro di Stato della Repubblica dell’Artsakh dal 4 novembre 2022 al 23 febbraio 2023. Dopo essere stato rimosso dall’incarico, ha scelto di rimanere in Artsakh per sostenere il suo popolo durante il blocco.
  • Dopo l’arresto di Ruben Vardanyan tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre 2023 , anche altre figure di spicco dell’Artsakh sono state arrestate dalle autorità azere, tra cui Davit Babayan, ex ministro degli Esteri dell’Artsakh; Levon Mnatsakanyan, ex ministro della Difesa dell’Artsakh; Davit Manukyan, ex vice comandante dell’esercito di difesa dell’Artsakh; gli ex presidenti Arkadi Ghukasyan, Bako Sahakyan, Arayik Harutyunyan; e Davit Ishkhanyan, presidente del parlamento dell’Artsakh. 
  • Il 5 aprile 2024, Ruben Vardanyan dichiarò uno sciopero della fame nel carcere di Baku, chiedendo il rilascio immediato e incondizionato suo e di altri prigionieri armeni detenuti illegalmente. Proseguì lo sciopero fino al 24 aprile, Giorno della Memoria del Genocidio Armeno. In seguito si scoprì che era stato sottoposto a tortura durante lo sciopero della fame. 
  • Il 13 giugno 2024, il team legale internazionale di Ruben Vardanyan ha presentato un appello urgente al Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, denunciando gli atti di tortura e i trattamenti disumani inflittigli dal governo azero. 
  • Nel novembre 2024, l’avvocato internazionale di Ruben Vardanyan, Jared Genser, annunciò che la Procura generale dell’Azerbaigian gli aveva negato l’ingresso a Baku, violando le norme giuridiche internazionali. 
  • Il 16 dicembre 2024, il team legale di Ruben Vardanyan ha rivelato che erano state presentate circa 42 potenziali accuse contro di lui. Se condannato, potrebbe affrontare l’ergastolo. Le accuse si basano su 20 diversi articoli del Codice penale azero. Le “prove” fabbricate si estendono su 422 volumi, ovvero oltre 105.000 pagine, tutte in azero. Non è stata fornita alcuna traduzione adeguata né un tempo ragionevole per la revisione.  
  • Il 28 dicembre 2024, il procuratore generale dell’Azerbaigian ha annunciato che i casi di 16 prigionieri armeni sarebbero stati trasferiti in tribunale. 
  • Il 16 gennaio 2025, Ruben Vardanyan riuscì a inviare un messaggio tramite la sua famiglia , dichiarando che, dal giorno del suo arresto, non aveva mai testimoniato, che tutti i documenti che portavano la sua firma erano falsi e che sia il suo avvocato che il suo traduttore erano stati costretti a firmare tali documenti. 
  • Il 17 gennaio 2025, Amnesty International ha risposto alla dichiarazione di Ruben Vardanyan, esortando le autorità azere a garantire il suo diritto a un giusto processo.  
  • Il 17 gennaio 2025, quasi un anno e cinque mesi dopo la sua detenzione illegale, iniziò un cosiddetto “processo” presso il Tribunale militare di Baku. Sebbene le autorità azere avessero promesso “processi pubblici”, solo l’organo di stampa statale AZERTAC poté accedervi. Tutte le richieste di partecipazione degli osservatori internazionali indipendenti furono respinte o ignorate. 
  • Il caso di Ruben Vardanyan è stato processato separatamente da quello degli altri leader dell’Artsakh. Nella prima udienza, Vardanyan ha chiesto di unire il suo caso agli altri, ma la corte ha respinto questa e tutte le altre sue istanze. 
  • Il 19 gennaio 2025, Ruben Vardanyan annunciò un secondo sciopero della fame per protestare contro la farsa giudiziaria in corso. “Questo cosiddetto ‘processo’ non è solo contro di me. È un tentativo di criminalizzare tutti gli armeni: tutti coloro che hanno sostenuto e dimostrato compassione verso l’Artsakh e il suo popolo, tutti coloro che hanno mostrato compassione. Questo è un attacco a un’intera nazione. Mi rifiuto di partecipare a questa farsa”. Lo sciopero della fame durò 23 giorni, indebolendo gravemente il suo potere, ma riuscì ad attirare l’attenzione internazionale sul processo farsa in corso in Azerbaigian. 
  • Il 12 marzo il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione in cui condanna il trattamento disumano riservato dall’Azerbaigian ai detenuti armeni e ne chiede il rilascio immediato e incondizionato. 
  • Il 7 marzo 2025, durante una telefonata facilitata dalla Croce Rossa, Vardanyan riuscì a inviare un lungo messaggio vocale , il primo in assoluto, alla sua famiglia, in cui fece diverse affermazioni chiave e sottolineò che “questo processo non riguarda solo me e altre 15 persone: tutti gli armeni sono sotto processo”. 
  • Il 5 giugno 2025, l’avvocato di Ruben Vardanyan a Baku, Abraham Berman, ha rilasciato una dichiarazione in cui sottolineava che la responsabilità penale deve basarsi su atti specifici commessi da un individuo in un determinato momento e luogo, in condizioni che hanno reso possibile l’atto. 
  • L’11 luglio 2025, l’avvocato Siranush Sahakyan, rappresentante degli interessi dei prigionieri di guerra armeni presso la Corte europea dei diritti dell’uomo, ha pubblicato un rapporto che descriveva dettagliatamente le gravi violazioni dei diritti di Ruben Vardanyan presso il tribunale di Baku. Ha concluso che il risultato era un processo fondamentalmente ingiusto, che ha privato la difesa di qualsiasi opportunità realistica di contestare le accuse o dimostrare l’innocenza. 
  • Il 3 settembre 2025, su richiesta delle autorità azere, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dall’Azerbaigian. Il CICR era l’unica organizzazione internazionale autorizzata a visitare i detenuti armeni a Baku. 
  • Dall’inizio del processo, il 17 gennaio 2025, si sono tenute 36 udienze in oltre otto mesi. In tutto questo periodo, non è stata presentata alcuna prova che dimostri che Ruben Vardanyan abbia commesso personalmente alcun reato. Inoltre, molte delle azioni di cui è accusato gli sarebbero state impossibili da commettere durante i presunti periodi di tempo. Tutti i cosiddetti “testimoni” hanno dichiarato di non aver mai visto o conosciuto Vardanyan e di averne sentito parlare solo attraverso i media. 

Oggi, 2 settembre, è il giorno dell’indipendenza dell’Artsakh. La Repubblica di Artsakh – attualmente occupata dall’Azerbaigian – ha 34 anni.

Il 2 settembre 1991, una dichiarazione fu adottata alla riunione congiunta dei deputati del popolo del Consiglio regionale del Nagorno Karabakh, del Consiglio regionale di Shahumyan e dei consigli di tutti i livelli, proclamando la Repubblica del Nagorno Karabakh e la formazione dei suoi organi provvisori di potere e amministrazione statale.

Come risultato del referendum tenutosi il 10 dicembre 1991, il 99,989% della popolazione dell’Artsakh disse “sì” all’indipendenza.

Nel dicembre 1991, il popolo di Artsakh partecipò alle elezioni per i deputati del Consiglio Supremo della Repubblica del Nagorno Karabakh, stabilendo il più alto organo legislativo.

Poi, nel gennaio 1992, fu convocata la sessione inaugurale del Consiglio Supremo, durante la quale fu adottata la dichiarazione di indipendenza della Repubblica di Artsakh.

Artur Mkrtchyan fu eletto presidente del Consiglio Supremo della Repubblica. L’Artsakh adottò la propria bandiera nazionale, lo stemma e l’inno.

Il 25 settembre 1991, l’Azerbaigian scatenò la prima guerra di Artsakh che durò più di 3 anni, e solo il 12 maggio 1994, i capi dei dipartimenti della difesa di Azerbaigian, Nagorno Karabakh e Armenia firmarono un documento su un cessate il fuoco.

Il 27 settembre 2020, l’Azerbaigian ha nuovamente scatenato una guerra su vasta scala contro Artsakh. È stato fermata il 9 novembre da una dichiarazione di cessate il fuoco firmata tra i leader di Armenia, Russia e Azerbaigian. Sfortunatamente, a causa della guerra, l’Azerbaigian ha occupato l’intera zona di sicurezza di Artsakh, così come Shushi e Hadrut.

Poi, ancora il 19 settembre 2023 l’Azerbaigian ha portato a compimento una nuova offensiva contro il territorio armeno dell’Artsakh costringendo tutta la popolazione a trovare rifugio in Armenia.

Da allora l’intero territorio del Nagorno Karabakh (Artsakh) è formalmente occupato.

Ma il sacrifico di tutti coloro che hanno dato la propria vita per la libertà e l’indipendenza di questa piccola patria armena non può essere dimenticato.

ONORE AI CADUTI !

ONORE ALLA REPUBBLICA DI ARTSAKH!

L’Assemblea nazionale dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) ha rivolto un appello ai Paesi partecipanti all’OSCE a nome del popolo armeno sfollato dell’Artsakh. Questo il testo:

“A nome dei 150.000 armeni del Nagorno Karabakh – uomini, donne e bambini che sono stati sfollati con la forza dalla loro patria ancestrale – ci rivolgiamo a voi con profonda urgenza e profonda preoccupazione in merito alla recente richiesta unilaterale di Armenia e Azerbaigian di porre fine al mandato del Gruppo di Minsk dell’OSCE.

Per decenni, il Gruppo di Minsk si è affermato come l’unica piattaforma riconosciuta a livello internazionale per una risoluzione pacifica del conflitto del Nagorno Karabakh. Sciogliere questo meccanismo senza consultare i rappresentanti eletti del popolo per il quale è stato istituito significa ignorare la nostra voce e negare il nostro ruolo nel processo.

Esortiamo rispettosamente tutti gli Stati partecipanti all’OSCE a esercitare la propria autorità, compresi i poteri di veto ove necessario, per impedire lo smantellamento di questo quadro finché non saranno in vigore solide garanzie per assicurare il ritorno sicuro e dignitoso della popolazione armena sfollata del Nagorno-Karabakh. Questo diritto è sancito dall’articolo 13(2) della Dichiarazione universale dei diritti umani, dall’articolo 12(4) del Patto internazionale sui diritti civili e politici, e ribadito dalla sentenza della Corte internazionale di giustizia del 17 novembre 2023.

Qualsiasi soluzione alternativa deve garantire i seguenti principi fondamentali:

• Il diritto al ritorno in sicurezza e dignità per gli armeni del Nagorno Karabakh;

• Il ripristino dei canali di dialogo e negoziazione, come quelli facilitati dal Gruppo di Minsk;

• Piena inclusione dei nostri rappresentanti in tutte le discussioni che determinano il nostro futuro.

Il conflitto non può essere considerato risolto finché un’intera popolazione rimane sradicata, privata dei suoi diritti inalienabili. Il nostro spostamento non è stato né volontario né accidentale: è stato il risultato di assedi, carestie e attacchi militari, azioni che rimangono irrisolte dalla comunità internazionale.

Nonostante queste difficoltà, riaffermiamo il nostro incrollabile impegno per una soluzione pacifica e negoziata che garantisca sicurezza, autodeterminazione e coesistenza. Eliminare l’ultima traccia di impegno internazionale senza un’alternativa credibile e inclusiva consoliderebbe l’ingiustizia e renderebbe la pace ancora più sfuggente.

Legittimare la pulizia etnica condotta dall’Azerbaigian nel Nagorno Karabakh e considerare risolto il conflitto lascerebbe una macchia indelebile e sanguinosa sulla storia, l’autorità e i principi dell’OSCE.

Vi invitiamo ad agire in conformità con i principi fondanti dell’OSCE e gli obblighi del diritto internazionale. Restiamo pronti a collaborare in modo costruttivo con l’OSCE e i suoi Stati partecipanti per promuovere una risoluzione giusta e duratura e garantire il ritorno sicuro, pacifico e dignitoso del nostro popolo in patria. Il nostro futuro, e la nostra stessa sopravvivenza, dipendono dalle vostre azioni oggi.

Ashot Danielyan

Presidente dell’Assemblea nazionale del Nagorno Karabakh

A nome di tutte le fazioni e dei membri dell’Assemblea Nazionale”

Se l’Armenia ritirasse le sue azioni legali presso i tribunali internazionali come indicato dall’accordo prefato di Washington, , la questione dei prigionieri armeni detenuti nella capitale azera Baku diventerebbe irrisolvibile. Se la strada politica fallisse, si ritroverebbero in una situazione di totale indifesa.

Lo ha affermato alcuni giorni fa in un’intervista l’avvocato Siranush Sahakyan, che rappresenta gli interessi dei prigionieri armeni presso la Corte europea dei diritti dell’uomo.

Ma Sahakyan ha espresso la speranza che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump mantenga la promessa fatta durante gli incontri a Washington DC la scorsa settimana e che il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, come gesto umanitario, rilasci i prigionieri armeni detenuti a Baku.

L’accordo di pace [firmato tra Armenia e Azerbaigian la scorsa settimana a Washington] non contiene nemmeno una disposizione riguardante i prigionieri [armeni] [a Baku], ma la questione è inclusa nelle cause legali interstatali. Pertanto, se la Repubblica d’Armenia ritirasse le cause legali, la questione dei prigionieri diventerebbe irrisolvibile“, ha affermato Sahakyan.

Ha osservato che il suddetto accordo di pace prevede l’impegno a ritirare qualsiasi controversia legale tra Armenia e Azerbaigian.

Sorge una domanda: se le disposizioni dell’accordo vengono violate e l’Azerbaigian non mostra alcun cambiamento di comportamento, quale sarà la condotta dell’Armenia? Genererà una nuova controversia legale, nelle condizioni in cui si è assunta l’obbligo di ritirare le controversie legali già in corso? Qui, a quanto pare, si sta creando una situazione casistica contraddittoria“, ha aggiunto Siranush Sahakyan.

Va sottolineato anche il fatto che i prigionieri armeni detenuti illegalmente nella capitale azera Baku sono completamente isolati, poiché le attività della Croce Rossa in Azerbaigian sono state di fatto sospese. Sebbene l’ufficio della Croce Rossa manterrà legalmente la sua presenza in Azerbaigian fino a settembre, non potrà svolgere attività sostanziali.

Queste persone sono tenute in condizioni di completo isolamento, il contatto con il mondo esterno avviene esclusivamente tramite telefonate, nessun organismo indipendente monitora le loro condizioni fisiche e psicologiche e svolge alcuna attività. Non ci sono altri sviluppi nel processo, le udienze procedono a un ritmo prestabilito, l’esito è prevedibile. Abbiamo ripetutamente sottolineato che la questione è politica, i prigionieri armeni hanno effettivamente lo status di ostaggi, poiché il loro rilascio è legato alla risoluzione di questioni dell’agenda politica. E la questione prioritaria è la firma dell’accordo di pace [tra Armenia e Azerbaigian]. L’Azerbaigian ha creato una nuova leva con la questione dei prigionieri, che è stata utilizzata ripetutamente. A nostro avviso, il rilascio dei 23 armeni [a Baku] sarà possibile esclusivamente nel contesto di questo processo, attraverso un percorso politico“, ha affermato Sahakyan.

Sahakyan ha inoltre ricordato che durante gli incontri tenutisi a Washington la scorsa settimana, anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva sollevato la questione di questi prigionieri.

Credo che verrà compiuto un gesto umanitario e, dopo la firma dei documenti, la questione del loro rimpatrio sarà risolta. Le preoccupazioni potrebbero riguardare la questione se il rimpatrio avverrà in più fasi o se i 23 prigionieri saranno rimpatriati in un’unica soluzione. Non escludo che l’Azerbaigian opterà per un’opzione graduale“, ha aggiunto Sahakyan.

Ha osservato che, grazie alle attività di accertamento dei fatti svolte, sono stati in grado di documentare almeno 80 casi di prigionia che non sono stati accettati e confermati dalle autorità azere.

Poiché l’Azerbaigian ha negato attraverso vari canali che queste persone siano sotto la sua custodia, dal punto di vista dei diritti umani questo gruppo ha modificato il suo regime giuridico e ci troviamo di fronte a persone scomparse forzatamente. Si tratta di almeno 80 casi, ma non escludiamo che i numeri siano incomparabilmente più alti“, ha aggiunto Siranush Sahakyan.

Intanto i processi farsa a carico di 23 armeni (comprese le ex autorità della repubblica di Artsakh) vanno avanti a Baku.