Il voto del Parlamento europeo condanna la politica azera di distruzione del patrimonio armeno

Approvato a larghissima maggioranza un testo che focalizza l’attenzione sul patrimonio culturale armeno finito nei territori dell’Artsakh ora occupati dagli azeri e condanna senza ombra di dubbio la politica dell’Azerbaigian. Un testo forte, un chiaro messaggio politico che viene dai parlamentari europei anche all’indirizzo dei governanti europei che chiudono un occhio sui crimini azeri per mero opportunismo energetico.
Ancora una volta ribadiamo che si possono fare affari con tutte le dittature del mondo, comprare gas e petrolio dai peggiori regimi: ma un conto sono gli aspetti economici, un conto è la difesa dei valori e la condanna dei crimini contro l’umanità. Grazie ai parlamentari europei che hanno votato a favore!

[NOTA: grassetto redazionale]

Risoluzione del Parlamento europeo del 10 marzo 2022 sulla distruzione del patrimonio culturale nel Nagorno-Karabakh (2022/2582(RSP))

Il Parlamento europeo,

–        viste le sue precedenti risoluzioni sull’Armenia e l’Azerbaigian,
–        vista la sua risoluzione del 16 febbraio 2006 sul patrimonio culturale in Azerbaigian[1],
–        vista la sua risoluzione del 17 febbraio 2022 sull’attuazione della politica estera e di sicurezza comune – relazione annuale 2021[2],
–        vista la dichiarazione comune rilasciata il 9 dicembre 2021 dalla presidente della delegazione per le relazioni con il Caucaso meridionale, dal relatore permanente del Parlamento europeo sull’Armenia e dal relatore permanente del Parlamento europeo sull’Azerbaigian sulle ordinanze emanate dalla Corte internazionale di giustizia il 7 dicembre 2021 nelle cause tra Armenia e Azerbaigian,
–        viste le relazioni della commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) del Consiglio d’Europa,
–        vista la comunicazione congiunta della Commissione e dell’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, del 18 marzo 2020, dal titolo “La politica del partenariato orientale dopo il 2020: rafforzare la resilienza – Un partenariato orientale vantaggioso per tutti” (JOIN(2020)0007),
–        visto il piano economico e di investimenti per i paesi del partenariato orientale,
–        vista la dichiarazione rilasciata dai copresidenti del gruppo di Minsk dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) l’11 novembre 2021, in cui ribadiscono l’importanza di proteggere i siti storici e culturali nella regione,
–        vista le ordinanze emanate il 7 dicembre 2021 dalla Corte internazionale di giustizia,
–        viste le conclusioni del Consiglio, del 21 giugno 2021, sull’approccio dell’UE al patrimonio culturale nei conflitti e nelle crisi,
–        vista la convenzione dell’UNESCO concernente la protezione del patrimonio mondiale culturale e naturale del 16 novembre 1972,
–        vista la dichiarazione dell’UNESCO, del 17 ottobre 2003, sulla distruzione intenzionale del patrimonio culturale,
–        visto il Patto internazionale sui diritti civili e politici del 16 dicembre 1966,
–        viste la Convenzione culturale europea, la Convenzione europea riveduta per la protezione del patrimonio archeologico e la Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali, di cui l’Armenia e l’Azerbaigian sono parti,
–        visti la Convenzione dell’Aia del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, di cui l’Armenia e l’Azerbaigian sono parti, e il relativo protocollo, applicabile ai territori occupati, nonché il secondo protocollo sulla protezione rafforzata dei beni culturali, che vieta “qualsiasi alterazione o modifica di uso dei beni culturali con lo scopo di celare o distruggere reperti culturali, storici o di valore scientifico”,
–        vista la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948,
–        vista la Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale del 21 dicembre 1965,
–        visti l’articolo 144, paragrafo 5, e l’articolo 132, paragrafo 4, del suo regolamento,

A.      considerando che la distruzione o la dissacrazione di qualsiasi monumento o bene appartenente al patrimonio culturale, religioso o nazionale viola i principi dell’Unione europea;

B.      considerando che 1 456 monumenti, principalmente armeni, sono passati sotto il controllo dell’Azerbaigian dopo il cessate il fuoco del 9 novembre 2020; che durante la guerra del 2020 l’Azerbaigian ha deliberatamente provocato ingenti danni al patrimonio culturale armeno, in particolare con il bombardamento della Chiesa di Gazanchi, la cattedrale di Cristo San Salvatore/Ghazanchetsots a Shusha/Shushi nonché la distruzione, la riconversione o i danni inflitti ad altre chiese e cimiteri durante e dopo il conflitto, come la chiesa di Zoravor Surb Astvatsatsin nei pressi della città di Mekhakavan e la chiesa di San Yeghishe vicino al villaggio di Mataghis nel Nagorno‑Karabakh; che in occasione della sua visita alla chiesa armena del XII secolo a Tsakuri il presidente Aliyev ha promesso di rimuovere le iscrizioni armene dalla chiesa;

C.      considerando che, come indicato nella dichiarazione dell’UNESCO del 2003 sulla distruzione intenzionale del patrimonio culturale, quest’ultimo costituisce un elemento importante dell’identità culturale delle comunità, dei gruppi e degli individui, nonché della coesione sociale, cosicché la sua distruzione intenzionale può avere conseguenze negative per la dignità umana e i diritti umani;

D.      considerando che la distruzione di siti, manufatti e oggetti del patrimonio culturale contribuisce all’inasprimento delle ostilità, dell’odio reciproco e dei pregiudizi razziali tra le società e al loro interno;

E.      considerando che il rispetto delle minoranze, compresa la tutela del loro patrimonio culturale, è parte integrante della politica europea di vicinato; che la politica europea di vicinato mira a istituire un partenariato con l’Armenia e l’Azerbaigian sulla base di valori comuni;

F.      considerando che il più recente conflitto armato nel Nagorno-Karabakh e nelle zone limitrofe si è concluso a seguito di un accordo su un cessate il fuoco integrale nel Nagorno-Karabakh e dintorni tra Armenia, Azerbaigian e Russia, firmato il 9 novembre 2020 ed entrato in vigore il 10 novembre 2020;

G.      considerando che il Nagorno-Karabakh ospita numerose chiese, moschee, khachkar (cippi funerari) e cimiteri;

H.      considerando che il 7 dicembre 2021 la Corte internazionale di giustizia ha disposto nella sua ordinanza che l’Azerbaigian “adotta tutte le misure necessarie per prevenire e punire atti di vandalismo e dissacrazione a danno del patrimonio culturale armeno, inclusi ma non limitati a chiese e altri luoghi di culto, monumenti, punti di riferimento, cimiteri e manufatti”; che la Corte internazionale di giustizia ha ordinato all’Armenia e all’Azerbaigian di adottare “tutte le misure necessarie per prevenire l’incitamento e la promozione dell’odio razziale”; che essa ha inoltre ordinato all’Azerbaigian di “proteggere dalla violenza e dalle lesioni personali tutte le persone catturate in relazione al conflitto militare del 2020 che rimangono in stato di detenzione”; che nelle sue ordinanze la Corte internazionale di giustizia ha sancito che “entrambe le parti si astengono da qualsiasi azione che possa aggravare o estendere la controversia dinanzi alla Corte o rendere più difficile la risoluzione”;

I.       considerando che l’UNESCO ha ribadito l’obbligo dei paesi di proteggere il patrimonio culturale conformemente ai termini della Convenzione dell’Aia del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato e ha proposto di condurre una missione di esperti indipendenti al fine di redigere un inventario preliminare dei beni culturali significativi come primo passo verso l’effettiva salvaguardia del patrimonio della regione;

J.       considerando che la tutela del patrimonio culturale svolge un ruolo fondamentale nel promuovere una pace duratura, favorendo la tolleranza, il dialogo interculturale e interreligioso e la comprensione reciproca, nonché la democrazia e lo sviluppo sostenibile;

K.      considerando che i beni culturali rivestono grande importanza culturale, artistica, storica e scientifica e devono essere protetti da appropriazioni illecite, deterioramento e distruzione; che le chiese e i monasteri armeni appartengono al più antico patrimonio cristiano del mondo e al patrimonio comune dell’umanità;

L.      considerando che nella causa dinanzi alla Corte internazionale di giustizia sono state formulate gravi accuse circa il coinvolgimento delle autorità azere nella distruzione di cimiteri, chiese e monumenti storici nel Nagorno-Karabakh;

M.     considerando che il prolungato conflitto ha avuto un impatto catastrofico sul patrimonio culturale del Nagorno-Karabakh e della regione; che negli ultimi 30 anni l’Azerbaigian ha causato la distruzione irreversibile del patrimonio religioso e culturale, in particolare nella Repubblica autonoma di Nakhchivan, dove sono state distrutte 89 chiese armene, 20 000 tombe e oltre 5 000 lapidi; che ciò si è verificato anche nelle precedenti zone di conflitto restituite all’Azerbaigian dall’Armenia, in particolare la distruzione e il saccheggio quasi totale di Aghdam e Fuzuli;

N.      considerando che la prima guerra del Nagorno-Karabakh ha portato al deterioramento e alla distruzione del patrimonio culturale azero, compresi i siti culturali e religiosi abbandonati dagli sfollati interni azeri nella regione; che tali siti sono stati distrutti, parzialmente distrutti, trascurati o demoliti per ottenere materiali da costruzione;

O.      considerando che il patrimonio culturale armeno nella regione del Nagorno-Karabakh si sta eliminando non solo mediante il suo deterioramento e la sua distruzione, ma anche attraverso la falsificazione della storia e i tentativi di ricollegare tale patrimonio all'”Albania caucasica”; considerando che il 3 febbraio 2022 il ministro della Cultura dell’Azerbaigian, Anar Karimov, ha annunciato l’istituzione di un gruppo di lavoro incaricato di eliminare “le tracce fittizie lasciate dagli armeni sui santuari religiosi albanesi”;

1.       condanna con forza la persistente politica dell’Azerbaigian di cancellare e negare il patrimonio culturale armeno nella zona del Nagorno-Karabakh e nelle aree limitrofe, in violazione del diritto internazionale e della recente decisione della CIG;

2.       riconosce che la cancellazione del patrimonio culturale armeno si iscrive nel quadro più ampio di una politica sistematica a livello statale promossa dalle autorità azere incentrata sull’armenofobia, il revisionismo storico e l’odio nei confronti degli armeni, che include la disumanizzazione, l’esaltazione della violenza nonché rivendicazioni territoriali nei confronti della Repubblica d’Armenia che minacciano la pace e la sicurezza nel Caucaso meridionale;

3.       sottolinea che il patrimonio culturale si compone di una dimensione universale quale testimonianza della storia indissolubilmente legata all’identità dei popoli, che la comunità internazionale deve proteggere e preservare per le generazioni future; evidenzia l’importanza del ricco patrimonio culturale della regione; esorta tutti gli Stati ad adottare le misure necessarie per garantire la salvaguardia dei siti del patrimonio culturale immateriale presenti nel territorio sotto il loro controllo; deplora il fatto che i conflitti nella regione del Nagorno-Karabakh abbiano portato alla distruzione, alla razzia e al saccheggio del patrimonio culturale comune, alimentando ulteriori diffidenze e animosità;

4.       ricorda che il revisionismo storico e la deturpazione e la distruzione del patrimonio culturale o religioso sono in contrasto con l’ordinanza della CIG del 7 dicembre 2021 e con la risoluzione del Parlamento del 20 maggio 2021[3];

5.       riconosce, al pari dell’Ufficio del procuratore della CIG, che il patrimonio culturale costituisce una testimonianza unica e importante della cultura e delle identità dei popoli, e che il degrado e la distruzione del patrimonio culturale, sia esso materiale o immateriale, rappresenta una perdita per le comunità colpite e per la comunità internazionale nel suo complesso;

6.       valuta positivamente il ruolo centrale svolto dall’UNESCO nella protezione del patrimonio culturale e nella promozione della cultura quale strumento per avvicinare le persone e favorire il dialogo;

7.       accoglie con favore la proposta dell’UNESCO di inviare una missione di esperti indipendenti e ne chiede l’invio senza indugio; sottolinea che l’Azerbaigian deve concedere un accesso senza restrizioni a tutti i siti del patrimonio culturale affinché la missione possa redigere un inventario sul campo e valutare quanto accaduto ai siti;

8.       insiste fermamente sul fatto che l’Azerbaigian debba consentire all’UNESCO di avere accesso ai siti del patrimonio culturale nei territori sotto il suo controllo, al fine di poter procedere con l’inventario e assicurare la loro protezione; esorta l’Azerbaigian a garantire che non venga eseguito alcun intervento sui siti del patrimonio armeno prima di una missione di valutazione dell’UNESCO e che gli esperti armeni e internazionali in materia di patrimonio culturale vengano preventivamente consultati nonché strettamente coinvolti durante tali interventi; chiede la piena ricostruzione di questi e di altri siti distrutti nonché un maggiore coinvolgimento della comunità internazionale, in particolare dell’UNESCO, nella protezione dei siti del patrimonio mondiale situati nella regione;

9.       invita l’UE a partecipare attivamente agli sforzi tesi a proteggere il patrimonio culturale a rischio nel Nagorno-Karabakh, in particolare ricorrendo a meccanismi atti ad agevolare la missione conoscitiva dell’UNESCO; incoraggia tutte le iniziative, comprese quelle private, a contribuire alla conservazione di tale patrimonio; suggerisce di ricorrere al Centro satellitare dell’UE (SatCen) per fornire immagini satellitari che possano contribuire a determinare le condizioni esterne del patrimonio in pericolo nella regione;

10.     evidenzia che la protezione del patrimonio storico e culturale deve essere affrontata nell’ambito del più ampio quadro di risoluzione dei conflitti tra Armenia e Azerbaigian e della definizione definitiva dello status del Nagorno-Karabakh; invita, in tale contesto, l’Azerbaigian ad abbandonare le mire massimaliste, l’approccio militaristico e le rivendicazioni territoriali nei confronti dell’Armenia e a impegnarsi in buona fede nei negoziati sotto l’egida del gruppo di Minsk dell’OSCE sullo status definitivo del Nagorno-Karabakh;

11.     sottolinea che le misure indicate nell’ordinanza della CIG [Corte Internazionale di Giustizia] del 7 dicembre 2021 devono essere adottate senza indugio; evidenzia che qualsiasi nuovo caso di distruzione o alterazione del patrimonio culturale dovrebbe essere affrontato immediatamente dalla comunità internazionale;

12.     invita l’Azerbaigian ad attuare pienamente la decisione provvisoria della CIG, in particolare “astenendosi dal sopprimere la lingua armena, distruggere il patrimonio culturale armeno o eliminare in altro modo la presenza culturale storica dell’Armenia o impedire agli armeni l’accesso a tale presenza culturale e la fruizione della stessa” nonché “ripristinando o restituendo edifici, siti, artefatti o beni del patrimonio culturale e religioso armeno“;

13.     ribadisce il suo invito all’UE a includere una clausola sulla protezione dei siti archeologici e storici nei piani d’azione che orientano il partenariato tra l’UE e l’Armenia e l’Azerbaigian, giacché entrambi i paesi fanno parte della politica europea di vicinato;

14.     sottolinea che il rispetto dei diritti delle minoranze, compreso il patrimonio storico, religioso e culturale, è un presupposto indispensabile per un’efficace attuazione della politica europea di vicinato e per la creazione di condizioni favorevoli alla riabilitazione postbellica, a un’autentica riconciliazione e a relazioni di buon vicinato tra Armenia e Azerbaigian;

15.     invita i governi dell’Azerbaigian e dell’Armenia, con il sostegno della comunità internazionale, a garantire indagini efficaci su tutte le accuse di violazione del diritto internazionale, anche per quanto riguarda la protezione del patrimonio culturale;

16.     chiede che l’UE e gli Stati membri continuino a sostenere il lavoro delle organizzazioni internazionali impegnate nella protezione del patrimonio culturale e religioso;

17.     invita l’UE e gli Stati membri a continuare a sostenere la fornitura di assistenza umanitaria urgente;

18.     chiede che l’UE e gli Stati membri sostengano le organizzazioni della società civile in Armenia e Azerbaigian che contribuiscono realmente alla riconciliazione;

19.     invita l’UE, l’UNESCO, il Consiglio d’Europa e l’OSCE a incoraggiare e sostenere congiuntamente gli sforzi tesi a salvaguardare il patrimonio culturale e religioso;

20.     chiede che la Commissione si avvalga di tutti gli strumenti disponibili per prevenire atti di vandalismo, distruzione o alterazione del patrimonio culturale nel Nagorno-Karabakh;

21.     evidenzia che gli sforzi della comunità internazionale nella salvaguardia del patrimonio culturale sono essenziali per gettare le basi per una pace duratura nella regione;

22.     incarica la sua Presidente di trasmettere la presente risoluzione al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, al Consiglio, alla Commissione, al governo e al Presidente dell’Armenia, al governo e al Presidente dell’Azerbaigian, alla Segretaria generale dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, alla Segretaria generale del Consiglio d’Europa, alla direttrice generale dell’UNESCO e al Segretario generale delle Nazioni Unite.


[1]        GU C 290 E del 29.11.2006, pag. 421.

[2]        Testi approvati, P9_TA(2022)0039.

[3]        Risoluzione del Parlamento europeo del 20 maggio 2021 sui prigionieri di guerra all’indomani del più recente conflitto tra Armenia e Azerbaigian (GU C 15 del 12.1.2022, pag. 156).

Il parlamento condanna le provocazioni azere

Le forze politiche rappresentate nell’Assemblea nazionale dell’Artsakh hanno rilasciato una dichiarazione congiunta con la quale condannano le recenti pericolose provocazioni azere.

Negli ultimi giorni, le tensioni nelle regioni di confine dell’Artsakh hanno assunto una nuova dimensione. L’Azerbaigian sta sparando intensi colpi di mortaio contro i villaggi di Khramort, Nakhichevanik e Parukh di Askeran, e Khnushinak, Karmir Shuka e Tagavard della regione di Martuni.

Il Parlamento dell’Artsakh condanna le azioni aggressive e terroristiche dell’Azerbaigian, il bombardamento degli insediamenti della Repubblica dell’Artsakh, la pressione psicologica sulla popolazione pacifica, l’ostruzione alla riparazione dell’unico gasdotto che fornisce gas alla Repubblica. Baku continua la sua politica di anti-armeni, minando la fragile pace e stabilità nella regione. Ciò dimostra ancora una volta che l’Azerbaigian non è pronto a stabilire una pace duratura nella regione. L’Assemblea nazionale dell’Artsakh invita i Copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE, l’ONU e le sue strutture a fornire una valutazione adeguata delle azioni dell’Azerbaigian e ad adoperarsi per porre fine a tali invasioni criminali.

Non c’è alternativa in questa situazione se non riconoscere il diritto del popolo di Artsakh all’indipendenza“, si legge nella dichiarazione.

Il grido dell’Artsakh per l’autodeterminazione

L’Assemblea nazionale dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) venerdì 18 febbraio ha rilasciato una dichiarazione in occasione della Giornata della Rinascita. Il testo del documento ripercorre la genesi storica del Movimento Karabakh e si conclude con un appello affinché il Gruppo di Minsk dell’Osce riprenda in mano le trattive negoziali per una soluzione pacifica del conflitto che riconosca il diritto all’autodeterminazione del popolo armeno dell’Artsakh. Questo il testo:

“Gli eventi che hanno avuto luogo nell’Artsakh (ex Oblast’ Autonoma del Nagorno-Karabakh) nel febbraio 1988 hanno cambiato radicalmente la successiva cronaca non solo degli indigeni armeni che vivono qui, ma anche di altri popoli dell’ex Unione Sovietica.

Decine di migliaia di persone, utilizzando le idee liberali e democratiche proclamate in URSS, hanno cercato di ripristinare la giustizia storica attraverso manifestazioni pacifiche a Stepanakert e in altre parti della regione, il sogno irrealizzato di diverse generazioni di riunire la regione armena con l’Armenia.

Il Movimento, che stava prendendo piede giorno dopo giorno, ha perseguito sin dall’inizio una soluzione pacifica del problema sollevato con mezzi giuridici e politici, confermata inequivocabilmente il 20 febbraio nella 20a sessione straordinaria dell’ex organo di rappresentanza, il Consiglio regionale dei deputati del popolo. La storica decisione adottata di ritirare la NKAO [Regione Autonoma del Nagorno Karabakh, NdT] dalla RSS dell’Azerbaigian e riunirla alla RSS Armena ha segnato una nuova tappa nella lotta di liberazione nazionale dell’Artsakh: il movimento del Karabakh, la determinazione civile del popolo dell’Artsakh ad avanzare legalmente.

Sfortunatamente, la leadership della RSS dell’Azerbaigian non è stata in grado di sfruttare l’opportunità unica per risolvere correttamente il problema e, di conseguenza, la regione si è trovata in un groviglio di instabilità a lungo termine e l’Azerbaigian nella tentazione di risolvere il problema con mezzi militari.

A seguito della decisione del 20 febbraio che esprimeva la volontà e il desiderio della maggioranza assoluta della popolazione della regione, l’Artsakh è giustamente diventato un simbolo dell’orgoglio e del risveglio nazionale di tutti gli armeni. L’onda del Movimento del Karabakh si diffuse in tutto il mondo; e come risultato della lotta organizzata di tutte le sezioni degli armeni, le due repubbliche armene si sono formate all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso.

La Repubblica dell’Artsakh, proclamata il 2 settembre 1991 e costituita in conformità con i requisiti del diritto internazionale e della legislazione nazionale, è stata una tappa consapevole sulla strada verso uno stato armeno unito.

Il nostro popolo ha pagato un prezzo molto alto nella lotta per la libertà e l’indipendenza dell’Artsakh. Migliaia di armeni hanno sacrificato la loro vita durante le guerre del 1991-94, 2016 e del 2020.
La Repubblica dell’Artsakh esiste oggi e continua la sua lotta per il riconoscimento internazionale grazie al sacrificio di quelle persone coraggiose. Il nostro omaggio alla loro memoria immortale.

Negli ultimi 34 anni abbiamo fatto molta strada nell’establishment e nello sviluppo, nelle vittorie e nei fallimenti, e durante questo periodo si è rafforzata l’idea che il futuro dell’armeno Artsakh è garantito solo nella prospettiva di vivere liberamente e in modo indipendente.

Esprimendo la volontà collettiva e il punto di vista del popolo di Artsakh, l’Assemblea nazionale della Repubblica di Artsakh:

Riafferma il suo impegno per la storica decisione del 20 febbraio 1988 e la sua determinazione a difendere il suo diritto a vivere liberamente nella sua patria;

Attira l’attenzione delle parti interessate internazionali e, in primo luogo, dei parlamenti dei Paesi copresidenti del Gruppo di Minsk, sul fatto che il popolo armeno dell’Artsakh ha lottato per secoli per preservare la propria identità, creato valori materiali e culturali che oggi sono in pericolo a causa dell’occupazione di alcuni territori della Repubblica dell’Artsakh da parte dell’Azerbaigian;

Invita i Copresidenti del Gruppo di Minsk ad adottare misure immediate, conformemente al mandato ricevuto dall’OSCE, per riprendere il processo negoziale sulla risoluzione del conflitto del Nagorno Karabakh.

Una pace e una stabilità durature nella regione possono essere raggiunte solo rispettando i diritti e le libertà fondamentali del popolo della Repubblica dell’Artsakh. Ecco perché gli armeni di Artsakh hanno iniziato la loro lotta di liberazione nel 1988 e sono pronti a continuarla con la determinazione di raggiungere l’obiettivo finale”.

[traduzione redazionale]

Un chiaro messaggio agli azeri!

Ieri ha destato sorpresa la notizia che un convoglio azero diretto nella regione occupata di Karvachar sia stato bloccato dagli abitanti nella regione di Martakert e abbia dovuto fare retromarcia.

Era già successo qualche settimana fa un analogo blocco nei pressi di Karmir Shuska (Martuni) con gli abitanti che chiedevano di essere avvisati del passaggio dei convogli e lamentavano il fatto che dagli automezzi azeri in transito partivano insulti e sberleffi verso gli armeni.

Questa volta le motivazioni sono diverse.

Come ha raccontato alla stampa il deputato dell’Artsakh Metaqse Hakobyan, il popolo dell’Artsakh ha espresso la propria protesta per le ultime violazioni del cessate il fuoco da parte degli azeri. Gli abitanti del villaggio sono indignati perché il coscritto armeno Khachatur Khachatryan è stato colpito e ferito martedì da una posizione vicino a Mazavuz.

Gli abitanti del villaggio hanno chiesto di non sparare alle posizioni armene e di non prendere di mira i civili. Hanno anche chiesto agli azeri di non interferire con il loro lavoro agricolo“, ha detto Hakobyan.

Gli azeri negli ultimi giorni non solo hanno ferito un soldato armeno, ma hanno anche preso di mira dei civili. L’altro giorno a Martakert hanno sparato contro gli abitanti dei villaggi armeni che coltivavano la terra vicino alla linea di contatto.

A seguito degli spari, un trattore è stato danneggiato. Il giorno successivo, l’esercito azerbaigiano, sotto la minaccia delle armi, non ha permesso agli abitanti del villaggio di entrare nel territorio in questione. Durante tutti gli incidenti erano presenti anche le forze di pace russe.

Secondo Hakobyan, la presenza di forze di pace non scoraggia affatto gli azeri; ci sono casi in cui le stesse forze di pace sono costrette a chiedere alla popolazione dell’Artsakh di smettere di lavorare sulla terra nell’area perché capiscono che gli azeri possono diventare incontrollabili in qualsiasi momento.

Oggi, le forze di pace russe hanno accompagnato indietro il convoglio azerbaigiano.

Le forze di pace hanno esortato gli abitanti del villaggio ad aprire la strada, ma non erano d’accordo, dicendo che era il loro messaggio agli azeri“, ha detto Metaqse Hakobyan.

I quali azeri, questa volta, se ne sono dovuti tornare indietro a casa loro.

Un bel segnale dato dalla popolazione dell’Artsakh!

L’Artsakh non farà mai parte dell’Azerbaigian. Fatelo sapere a tutti!

Il ministero degli Esteri di Stepanakert, Davit Babayan, ha rilasciato ieri alcune dichiarazioni alla stampa a margine di un incontro presso l’Accademia nazionale delle scienze dell’Armenia a Yerevan. Vi riassumiamo gli argomenti principali toccati dal ministro.

CORRIDOIO DI LACHIN E COLLEGAMENTO CON L’ARMENIA
Il collegamento ininterrotto del Nagorno Karabakh con l’Armenia e il mondo esterno deve essere assicurato e quel collegamento non può essere controllato dall’Azerbaigian. Una cosa del genere non potrà mai accadere e sono inaccettabili le voci provenienti da parte azera circa l’installazione di check point di ingresso. Riguardo alla possibilità di costruire una strada che aggiri il corridoio di Lachin, a seguito della quale diversi villaggi armeni finirebbero sotto il controllo dell’Azerbaigian, il ministro dell’Artsakh ha sottolineato che la questione della comunicazione ininterrotta è al centro delle autorità dell’Artsakh.

RIFUGIATI
Ci sono due condizioni per il ritorno dei profughi azeri nel Nagorno Karabakh. In primo luogo, tutte le questioni politiche devono essere risolte e fra queste vi è il riconoscimento dell’Artsakh, in primis da parte dell’Azerbaigian.
In secondo luogo, i rifugiati armeni devono anche poter tornare a Baku e in altre città dell’Azerbaigian da dove sono stati deportati con la forza. Non può esserci altro modo, ha sottolineato Babayan, aggiungendo che le persone che hanno perso la casa nella guerra dell’Artsakh nell’autunno del 2020 sono state aggiunte alla questione dei rifugiati dalla prima guerra del Karabakh all’inizio degli anni ’90.
Riguardo alla possibilità di deoccupazione delle città di Shushi e Hadrut dal loro attuale possesso azerbaigiano, il ministro ha sottolineato che questa questione è sempre all’ordine del giorno. Stesso discorso anche per le regioni di Shahumyan, Getashen, alcune parti della regione di Martuni ancora occupate dall’Azerbaigian. “Crediamo che prima o poi accadrà. Ma c’è bisogno di lavorare [per questo]. Posso dire una cosa: non rinunceremo mai alla nostra terra“, ha dichiarato David Babayan.

GENOCIDIO CULTURALE
L’Azerbaigian sta commettendo un genocidio culturale nei territori occupati del Karabakh. “Il genocidio culturale viene compiuto in vari modi“, ha sottolineato Babayan. “Sono in corso barbare distruzioni di monumenti [armeni], cimiteri. Parallelamente, si stanno facendo tentativi per de-armenizzare quei monumenti, per attribuirli agli albanesi. Questa è una sciocchezza. La parte azerbaigiana intraprende tali tentativi nei casi in cui non è in grado di radere al suolo il monumento, ad esempio il Dadivank [monastero]. Questo è assurdo quanto l’affermazione del [presidente turco] Erdogan secondo cui i turchi furono i primi a sbarcare sulla Luna. Chiamano anche i Sumeri azeri. Il mondo civile deve rispondere alle [tali] azioni dell’Azerbaigian“.

ARTSAKH E AZERBAIGIAN
L’Artsakh non farà mai parte dell’Azerbaigian. Fatelo sapere a tutti”. Babayan ha dichiarato che una soluzione del genere sarebbe inaccettabile e non vede come  possa essere realizzata. “Cosa può fare il mondo? Dì: ‘Unisciti all’Azerbaigian?’ Non ci uniremo. E cosa possono fare gli azeri? Organizzare un massacro? Certo che no. E le molestie, il terrorismo non ci spaventano“.
Circa l’interrogativo se la parte armena abbia mai riconosciuto l’integrità territoriale dell’Azerbaigian, Babayan ha osservato che innanzitutto la Repubblica di Armenia non ha mai riconosciuto ufficialmente l’integrità territoriale della Repubblica dell’Azerbaigian e inoltre che nel concetto di integrità territoriale dell’Azerbaigian non c’è la regione dell’Artsakh.

SOCIETA’ AZERA
Un trattato di pace con l’Azerbaigian è sempre stato l’obiettivo finale di tutti noi” ha dichiarato il ministro auspicando che il conflitto possa essere risolto una volta per tutte. Ma ritiene che la parte azera abbia un’idea diversa e apertamente auspica che gli armeni lascino l’Artsakh. Pertanto, ritiene che sia necessario  necessario lavorare su un accordo di pace ma teme che l’Azerbaigian tenterà di silurare ogni iniziativa della parte armena. “Abbiamo sempre detto che Stepanakert crede che il conflitto possa essere risolto solo in caso di riconciliazione delle [due] società. La società azerbaigiana, purtroppo, non è pronta. Il problema qui non sono le persone. Non ci sono buone e cattive nazioni; ci sono buoni e cattivi leader. Abbiamo uno Stato, rappresentato dall’Azerbaigian, che ha trasformato il nazismo in una politica statale.

L’ARTSAKH RESISTE
La situazione ad Artsakh è così com’è: terribile, ma, comunque, siamo determinati. Il “corpo” del Karabakh è ferito, ma lo “spirito” non è spezzato” ha dichiarato Babayan.  “Nonostante le varie provocazioni, nonostante le pressioni dell’Azerbaigian, non devieremo dalla ‘strada’ che abbiamo scelto. E ci sono sempre state sparatorie, provocazioni e, purtroppo, ci saranno, poiché quello è lo ‘stile’ del nemico.”

Ci sono forze sane in Europa preoccupate per la situazione creata dalle azioni criminali dell’alleanza terroristica azerbaigiana-turca, che rappresenta una minaccia non solo per l’Artsakh e l’Armenia, ma per l’intero mondo civile. È questione di tempo È solo che siamo stati i primi, è il turno degli altri, il tempo mostrerà. Se il mondo civile chiude un occhio su ciò che sta accadendo, la distruzione dei valori culturali [armeni], il genocidio culturale [armeno] che fa parlare di sé nei territori del Karabakh occupati dall’Azerbaigian, la politica armenofobica dell’Azerbaigian, il terrorismo, il fattore tempo influenzerà anche prima. In effetti, gli attacchi al mondo civile sono iniziati molto tempo fa. Ricordiamo quale vocabolario [il presidente turco] Erdogan usava quando si rivolgeva al presidente francese“, ha osservato Babayan.

Il ministro degli Esteri dell’Artsakh ha anche informato circa il suo recente viaggio a Bruxelles sottolineando che in tutti i suoi incontro sono state discusse questioni umanitarie, la necessità del rilascio di tutti i prigionieri e detenuti armeni in Azerbaigian e il genocidio culturale armeno perpetrato dall’Azerbaigian, e il ruolo della Russia per il mantenimento della pace e della stabilità nella regione.

È ufficialmente partita la campagna contro le chiese armene

Le prime avvisaglie si erano avute già all’indomani della fine della guerra del 2020 allorché lo splendido monastero armeno di Dadivank – rimasto sia pure per una manciata di chilometri nel territorio controllato dai militari dell’Azerbaigian – era finito nelle mire della propaganda del ministero della cultura.
Subito ribattezzato con il nome di Khudavang, da Baku erano giunti proclami sulla identità azerbaigiana del sito e il 4 dicembre un rappresentante della minuscola comunità Udi vi aveva officiato una liturgia accompagnato. da uno stuolo di funzionari governativi e militari azeri.
Fu subito chiaro che l’indirizzo politico di Baku dopo il conflitto era quello di “dearmenizzare” le chiese armene e ricondurre le stesse all’origine albana.

Le chiese erano viste, giustamente, come un simbolo dell’armenità della regione e pertanto doveva essere attuata una doppia strategia: quello che non era stato distrutto durante o subito dopo il conflitto andava adeguatamente “restaurato” eliminando ogni traccia di armenità alle stesse.

Un esempio lampante di questa politica è dato dalla cattedrale di Shushi Ghazanchetsots (S.mo Salvatore) intenzionalmente colpita dai missili azeri durante la guerra, oggetto di vandalismi a fine conflitto e poi ingabbiata in lavori di manutenzione.
Basta soffermarsi su quanto riporta il sito del ministero della cultura azero per capire le finalità di questo restauro: “Come tutti gli altri monumenti storici e culturali dell’Azerbaigian, la Chiesa di Gazanchy sarà restaurata sulla base di documenti storici e materiali d’archivio, nel rispetto del suo aspetto artistico ed estetico originario; è un’attività scientifico-pratica-di ricerca e comprende un’analisi completa del monumento e lo studio delle caratteristiche architettoniche e storiche. Il progetto di restauro consentirà di riportare il monumento all’aspetto originario, come era nell’Ottocento”.
In parole semplici, verranno eliminati tutti gli elementi che in qualche modo possano riportare all’identità armena della chiesa, a cominciare dalla cupola (subito rimossa) e qualsiasi altra iscrizione. Naturalmente i “documenti storici” custoditi a Baku avranno un grado di attendibilità elevatissimo…

A giugno era stato poi il presidente Aliyev a dichiarare pubblicamente, nel corso di un suo tour ad Hadrut, che da ogni monumento civile o religioso nei territori ora sotto controllo azero andava rimossa qualsiasi iscrizione o riferimento armeno.
Un’operazione di pulizia etnica culturale, con arroganza annunciata pubblicamente senza che né l’Unesco né qualsiasi altra istituzione culturale o politica internazionale sentisse il dovere di criticarlo.

Ora, pochi giorni fa, il 3 febbraio, è partita ufficialmente la campagna di “dearmenizzazione”: il ministro della Cultura, Anar Karimov, ha affermato che sarà istituito un gruppo di lavoro per identificare ciò che ha definito “falsificazione armena” nelle chiese, mettendo in pratica una teoria pseudoscientifica che nega l’origine armena delle chiese.
Di fatto, il governo dell’Azerbaigian annuncia ufficialmente che intende cancellare le iscrizioni armene sui siti religiosi nel territorio che ha rivendicato nella guerra del 2020 con l’Armenia; anzi, rimuovere “le tracce fittizie scritte dagli armeni sui templi religiosi albanesi“.

La giustificazione di tale condotta si basa sulla teoria (sviluppata per la prima volta negli anni ’50 dallo storico azerbaigiano Ziya Buniyatov) che le chiese armene in realtà erano originariamente l’eredità dell’Albania caucasica, un antico regno un tempo situato in quello che oggi è l’Azerbaigian. La teoria, che non è supportata dagli storici tradizionali, è stata a lungo propagata dagli storici nazionalisti azerbaigiani ed è stata accolta dall’attuale governo di Baku.

Ora, tale vergognoso oltraggio all’arte, all’architettura e alla religione, oltre a meritare una decisa presa di posizione internazionale (ma son tutti troppo preoccupati a richiedere il gas azero per far fronte alla crisi ucraina…) ci induce ad alcune considerazioni:

  1. Come può rivendicare un’eredità culturale e religiosa uno Stato che esiste dal 1918?
  2. Se le chiese e i manufatti armeni altro non erano che sovrapposizioni di chiese e manufatti “albani”, perché per decenni gli azeri li hanno distrutti? Perché si sono accaniti sulle migliaia di croci di pietra medioevali (katchkar) di Julfa o hanno distrutto centinaia di chiese nel Nakchivan?
  3. Se gli azeri si dichiarano “eredi” degli albani caucasici cristiani, perché hanno mandato in guerra contro gli armeni migliaia di miliziani jihadisti che hanno compiuto atti di sacrilegio nei siti religiosi cristiani e hanno sgozzato come “infedeli” numerosi soldati e civili armeni?

Purtroppo, per le note congiunture economiche ed energetiche, difficilmente potrà arrivare una qualche solidarietà dalla politica europea e italiana in particolare.
La cui attiva lobby – qualche politico che “lancia appelli”, qualche giornalista di terza fascia, qualche ex professorino a pagamento – si è già attivata con interventi sui media nazionali per fare da cassa di risonanza e provare a fornire un qualche supporto storico all’ennesima porcata del dittatore Aliyev.
Naturalmente l’unico supporto che hanno è quello dei soldi…

La storia di Shushi sconfessa Aliyev

Non è un mistero che il dittatore dell’Azerbaigian abbia eletto la città di Shushi a simbolo della vittoria nella guerra del 2020. La sua conquista vale più di tutti gli altri territori e non a caso gli azeri stanno moltiplicando gli sforzi per prendere possesso stabile di questo centro (che faceva parte in epoca sovietica della regione autonoma armena del Nagorno Karabakh).

Quasi completata la superstrada provenienti da Fuzuli, abbattuti tutti i condomini residenziali eretti nei decenni passati, eliminate tutte le tracce di presenza armena in città con le due chiese danneggiate intenzionalmente nel conflitto, poi vandalizzate e ora nascoste alla vista da ponteggi.

Secondo un copione già scritto, è già partita la riscrittura azera della storia della città che Aliyev ha definito “capitale storica e culturale dell’Azerbaigian” annunciando inoltre, nel suo discorso di Capodanno, che il 2022 sarà l’anno di Shushi (anzi, Shusha come la chiamano loro…).  

Quanto siano ridicoli questi tentativi di interpretazione azera della storia, lo dimostrano le parole del deputato azero Malahat Ibrahimgizi che in un’intervista alla stampa locale ha sottolineato che “una tale decisione ha un grande significato politico, storico e legale” aggiungendo che “l’Azerbaigian, che è uno stato giovane con una storia di indipendenza di 30 anni, non era aperto al mondo durante l’era sovietica”. Ma poi ha anche precisato che “per questo motivo, sullo sfondo dei piani insidiosi contro il nostro popolo negli ultimi duecento anni, è stato impossibile introdurre Karabakh e Shusha nel mondo come la terra storica dell’Azerbaigian”.
E qui ci arrendiamo di fronte alla logica: affermare che Shushi e il Karabakh sono terre storiche dell’Azerbaigian ovvero di uno Stato che esiste da soli trenta anni oltrepassa il limite del ridicolo ma conferma la tradizione tutta azera di ricostruire storia, cultura e religione a propria immagine e somiglianza.

Qui di seguito riportiamo una breve storia di Shushi.

1428: Shushi è menzionata in un manoscritto di padre Manuel conservato oggi al Metenadaran di Yerevan. In seguito, è citata in altre fonti armene nel 1575, 1607, 1717 e 1725.

1722: la città è fortificata da Avan Haryurapet e così utilizzata dai soldati armeni per difenderla dalla invasione turca. Nello stesso periodo fu costruita una cappella in legno laddove oggi sorge la cattedrale del S.mo Salvatore (Ghazanchetsots).

1752: La fortezza di Shushi viene consegnata da un principe armeno locale (Melik Shahnazar di Varanda, grossomodo l’attuale provincia di Martuni) al neonominato Khan del Karabakh Pamah Ali Khan. Quesi si stabilì nella città dove fece confluire tribù turche provenienti dalle pianure steppose dove oggi sorge Aghdam. Shushi fu proclamata la capitale del khanato del Karabakh (fondato nel 1747).

1805: il khanato del Karabakh riconobbe la sovranità dell’impero russo, nel 1813 fu ufficialmente annesso allo stesso e nel 1822 fu abolito. A quel tempo Shushi ospitava 10.000 abitanti con la componente turca che rappresentava il 72% della popolazione e gli armeni al 23%. Nel 1830 i turchi erano il 56% e gli armeni il 44%.

1850: la popolazione raggiunge le 12.000 unità con gli armeni che diventano maggioranza per la prima volta dal 1752.

1916: il rapporto demografico non cambia di molto (52% armeni, 43% turchi, 3% russi) ma la città raggiunge i 45.000 abitanti.

1918-20: armeni e forze azerbaigiane combattono per il controllo dell’Artsakh (Karabakh). Le area del territorio corrispondente a quello che in seguito diventerà l’oblast del Nagorno Karabakh sono abitate dagli armeni mentre le aree circostanti sono controllate dai musulmani mandati dal governo azero.

1919: nel mese di giugno le forze azere aiutate da curdi attaccano quattro villaggi armeni intorno a Shushi e provocano 700 vittime.

1920: in marzo gli azeri massacrano 20.000 dei 23.000 armeni della città, bruciando circa 7000 case. Tutta la parte armena è distrutta e abbandonata.

1920: in aprile l’Azerbaigian diviene Repubblica socialista sovietica e l’area del Karabakh fu posta temporaneamente sotto la sua amministrazione. A dicembre è l’Armenia che cade sotto i bolscevichi; Artsakh, Syunik e Nakhchivan sono destinati a diventare parte dell’Armenia sovietica. Per quanto riguarda il Karabakh, ripetuti Congressi del popolo richiedono l’annessione al soviet armeno.

1921: l’Artsakh viene trasferito all’Azerbaigian sovietico e la regione viene nominata Nagorno Karabakh; a quell’epoca vi vivevano 138.466 persone come da censimento di quello stesso anno; l’89% erano armeni. La città di Shushi si era ridotta a 9.223 abitanti di cui solo 289 erano armeni.

1923: la regione viene organizzata come oblast (Regione Autonoma del Nagorno Karabakh) sotto giurisdizione amministrativa azera. Dato che Shushi si era spopolata a causa dei pogrom di pochi anni prima ed era in rovina, il capoluogo regionale viene trasferito al paese di Vararakn (anche Khankhendi nel 19° secolo), poi rinominato Stepanakert.

1926: il censimento attesta che nel NK vivono 125.000 persone (89% armeni, 10% azeri, 1% russi) mentre a Shushi abitano 4900 azeri e 93 armeni oltre a 111 russi.

1926-1989: poco alla volta gli armeni cominciano a ritornare a Shushi e arrivano ad essere il 25% della popolazione. Nel 1961 il governo di Baku autorizza la demolizione dei quartieri armeni che erano ancora in rovina e vengono costruiti grandi blocchi di appartamenti al loro posto (dopo la guerra del 2020 gli azeri li hanno rasi al suolo perché erano abitati solo da armeni). Delle sei chiese che sorgevano in città ne rimangono solo due (Ghazanchetsots e Kanach zham). La città e il canyon che la lambisce vengono inseriti in una riserva naturale nel 1977; la popolazione ricomincia lentamente a crescere.

1988: conflitto etnico fra armeni e azeri che compiono numerosi massacri a danno della popolazione rivale in Azerbaigian. Tra il 16 e il 19 maggio attivisti azeri attaccano la popolazione armena a Shushi e 1500 abitanti sono costretti a fuggire; le scene si ripetono tra il 19 e il 21 settembre. La popolazione armena viene completamente espulsa dalla città.

1989: secondo il censimento, la popolazione del Nagorno Karabakh ammonta a 189.085 abitanti (77% armeni, 22% azeri, 1% russi. A Shushi vivono 15.039 persone, al 98% di etnia azera. Il governo dell’Azerbaigian incoraggia il trasferimento nella regione di turchi meshketi provenienti dall’Uzbekistan.

1991: il 2 settembre il Consiglio del Nagorno Karabakh dichiara l’indipendenza dopo che la RSS Azera ha dichiarato la propria fuoriuscita dall’Urss e l’indipendenza. A ottobre le forze militari azere di stanza a Shushi cominciano a bombardare Stepanakert e la valle. A dicembre il NK tiene referendum confermativo sulla dichiarazione di indipendenza e il 28 dicembre elezioni politiche.

1992: il 10 gennaio fitto lancio da Shushi di missili azeri su Stepanakert che da quattro giorni è la capitale della neonata repubblica del Nagorno Karabakh-Artsakh. Il 9 maggio, Shushi viene liberata dalle forze armate armene e la popolazione azera ripara a Baku e nelle aree vicine.

1992-2019: sotto l’amministrazione della repubblica di Artsakh, gli armeni che erano scappati dall’Azerbaigian per i massacri (Sumgaiyt, Kirovabad, Baku) cominciano ad arrivare in Artsakh e a stabilirsi a Shushi. Nel 2005 la popolazione di Shushi era di 3.191 persone al 99,5% armene. Nel 2015 gli abitanti erano aumentati a 4.060, cinque anni dopo la popolazione sfiorava le cinquemila unità.

2020: il 27 settembre l’Azerbaigian attacca la repubblica di Artsakh. Tra l’8 e il 9 novembre Shushi viene catturata. Le due chiese sono danneggiate, molti edifici vengono intenzionalmente distrutti. La città viene occupata dalle forze armate azere.

2021: il presidente dell’Azerbaigian dichiara Shushi capitale storica dell’Azerbaigian.

Gli smemorati di Baku

L’Azerbaigian commemora il 32° anniversario del cosiddetto “Gennaio nero” allorché scontri tra le forze militari dell’URSS e gruppi armati azeri provocarono perdite da entrambe le parti. Secondo alcune fonti neutrali, durante quegli eventi (tra il 13 e il 20 gennaio 1990), sono state uccise da 131 a 170 persone e quasi 700 sono rimaste ferite. Ma evidentemente a Baku hanno la memoria corta, oppure ricordano benissimo cosa è accaduto prima…

Il “gennaio nero” Azerbaigian è stato preceduto da allarmanti precursori di violenze di massa con la popolazione armena inerme, abbandonata dalle forze armate e dell’ordine che nulla fecero per proteggerla mentre il “Fronte popolare” aizzava gli animi più estremisti e montava l’odio contro gli armeni.

Il 12 gennaio 1990 a Baku scoppiò un pogrom di sette giorni contro gli armeni. Questa non è stata un’azione spontanea, una tantum, ma una delle tante azioni anti-armene dell’Azerbaigian. Sebbene diverse fonti affermassero che il pogrom degli armeni a Baku fosse una risposta diretta alla risoluzione sull’unificazione formale del Nagorno Karabakh con l’Armenia, la realtà fu che quelle violenze altro non erano se non la continuazione della politica anti-armena dell’Azerbaigian, durante tutto il XX secolo, compreso il periodo sovietico.

A partire dal 1988 a Baku si svolsero grandi manifestazioni, organizzate da gruppi di radicali con il pieno sostegno delle autorità sovietiche dell’Azerbaigian. Il 12 gennaio 1990, una massa si raccolse in piazza Lenin a Baku per ascoltare i leader del “Fronte popolare” e altri radicali che chiedevano alla gente di difendere la sovranità azerbaigiana e l’integrità territoriale dagli armeni. Poco dopo, diversi gruppi di giovani estremisti iniziarono a vagare per Baku, terrorizzando gli armeni e avvertendoli di lasciare la città.

La sera dello stesso giorno, i manifestanti cominciarono ad attaccare gli armeni. Lo storico Thomas de Waal afferma che, come a Sumgayit, gli attivisti si distinsero per l’estrema crudeltà delle loro azioni. Le case degli armeni furono bruciate e saccheggiate e gli armeni furono uccisi e feriti. Diverse persone hanno parlato della crudeltà degli azeri. Aleksei Vasilyev, un soldato sovietico, in seguito ha testimoniato di aver visto come una donna nuda è stata gettata dalla finestra mentre la sua casa stava bruciando. Un giornalista americano Bill Keller, che si trovava a Baku poco dopo i pogrom, nel suo rapporto per il New York Times ha scritto: “Qua e là, finestre sbarrate o muri anneriti dalla fuliggine segnano un appartamento in cui gli armeni sono stati cacciati dalla folla e le loro cose sono state date alle fiamme sul balcone“. La chiesa armena ortodossa, la cui congregazione è stata impoverita negli ultimi due anni da un’emigrazione basata sulla paura, fu ridotta a una rovina carbonizzata. Un vicino ha detto che i vigili del fuoco e la polizia hanno assistito senza intervenire mentre i vandali hanno distrutto l’edificio sacro all’inizio dell’anno.

Le violenze e gli omicidi sono testimoniati dal presidente del Consiglio dell’Unione delle forze armate dell’URSS, Yevgeny Primakov, inviato a Baku con decreto del presidente del Soviet supremo dell’URSS, Mikhail Gorbachev, e dal ministro dell’Interno Affari dell’URSS, Vadim Bakatin, nonché il comandante della 106a divisione aviotrasportata delle forze armate, che era sul posto, il maggiore generale Alexander Lebed, che ha anche assistito ai massacri degli armeni.

Uno dei leader dei radicali, Etibar Mamedov, ha testimoniato di azioni crudeli e ha affermato che non vi era alcun intervento ufficiale. Ha detto di aver visto come due armeni sono stati uccisi mentre i poliziotti erano vicini alla scena del crimine.

I pogrom contro gli armeni sono durati una settimana, a seguito della quale, secondo diverse fonti, sono state uccise più di 150 persone, più di 300 armeni sono rimasti feriti e più di 200.000 armeni hanno dovuto lasciare Baku.

Per tutto questo tempo, le autorità dell’URSS hanno assistito a come gli armeni indifesi venivano uccisi e torturati. Il 20 gennaio, dopo che la popolazione armena era già stata espulsa dalla città, le truppe dell’Unione Sovietica intervennero a Baku e fu dichiarato lo stato di legge marziale.

Mikhail Gorbachov ha affermato che i radicali armati azeri hanno aperto il fuoco sulle truppe sovietiche, motivo per l’inizio degli scontri. Le truppe hanno attaccato i manifestanti radicali e sono iniziate gli scontri tra le truppe dell’Unione Sovietica e gruppi armati di radicali azerbaigiani. Le truppe sovietiche riuscirono a spezzare la resistenza dei manifestanti radicali in un solo giorno.

Come si vede dalla cronologia degli eventi, i pogrom armeni a Baku e gli eventi del “Gennaio nero” hanno una connessione, ma la connessione non è il modo in cui le autorità azerbaigiane cercano di mostrarla. I pogrom armeni furono una delle ragioni dell’intervento delle truppe sovietiche a Baku, ma i civili armeni non hanno alcun senso di colpa per il fatto che i gruppi radicali azerbaigiani, con il pieno appoggio delle loro autorità, decisero di organizzare pogrom e uccidere gli armeni nelle loro stesse case.

Ancora oggi, le autorità azere cercano di utilizzare ogni episodio della loro storia per la loro politica armenofobica. Dire che gli armeni sono i responsabili degli eventi del “gennaio nero” non è altro che un altro atto di populismo. L’Azerbaigian continua a demonizzare gli armeni e nasconde l’orrore di cui si sono macchiati i governanti azeri. O forse hanno solo la memoria corta…

Aliyev vuole una pulizia etnica in Artsakh

In un’intervista con i media azeri, il presidente azerbaigiano ha espresso insoddisfazione per il fatto che la forza di pace russa stia creando ostacoli al deflusso degli armeni dal territorio dell’Artsakh e stia usando vari mezzi per mantenere gli armeni nell’Artsakh.
Si tratta di una dichiarazione gravissima che evidenzia, ancora una volta, la volontà azera di “ripulire” il territorio dagli armeni.
A questa ennesima grave affermazione ha risposto Gegham Stepanyan, difensore dei diritti umani (difensore civico) dell’Artsakh.

“Gli sforzi compiuti dalle forze di pace per ripristinare la vita pacifica nell’Artsakh causano insoddisfazione alle autorità azerbaigiane.
Questa non è altro che una confessione della politica azerbaigiana di pulizia etnica degli armeni nel territorio di Artsakh, deportando la popolazione armena e privandola della loro patria.
La politica di chiudere la questione appropriandosi dell’Artsakh cambiando i dati demografici a favore degli azeri non è nuova in Azerbaigian; ha guadagnato più slancio durante il governo del padre di Ilham Aliyev, Heydar Aliyev, in particolare negli anni ’70.

Nel 2002, in un’intervista con i media azerbaigiani, Heydar Aliyev dichiarò testualmente: “Allo stesso tempo, ho cercato di cambiare i dati demografici lì. Il Nagorno-Karabakh ha sollevato la questione dell’apertura di un’università lì. Qui [in Azerbaigian] tutti si opposero. Ho pensato e deciso di aprire. Ma a condizione che ci fossero tre settori: azero, russo e armeno. Ho aperto. Abbiamo inviato azeri dalle regioni adiacenti non a Baku lì [Oblast’ autonoma del Nagorno-Karabakh]. Abbiamo aperto una grande fabbrica di scarpe lì [Oblast’ Autonoma del Nagorno-Karabakh]. Non c’era forza lavoro nella stessa Stepanakert. Abbiamo inviato lì azeri dai luoghi circostanti la regione. Con queste e altre misure, ho cercato di avere più azeri nel Nagorno-Karabakh e di ridurre il numero di armeni”.

In questo modo, la politica sistematica delle autorità azere di interrompere con ogni mezzo la vita pacifica nell’Artsakh, di violare i diritti umani fondamentali, di creare un’atmosfera di paura e disperazione, mira a chiudere la questione dell’Artsakh. Questo è ciò a cui mirano i dati completamente falsi e manipolatori di Ilham Aliev sul numero di armeni che vivono ad Artsakh. In varie dichiarazioni e interviste, presenta deliberatamente dati che non hanno nulla a che fare con la popolazione reale di Artsakh. Che, tra l’altro, sono state più volte smentite dai dati forniti dalla parte russa.

Attiro l’attenzione dei rappresentanti dei circoli politici ufficiali di diversi Paesi, della comunità dei diritti umani, delle organizzazioni internazionali, esorto a non cedere alle manipolazioni azerbaigiane, a visitare l’Artsakh o ad utilizzare fonti oggettive per avere informazioni chiare e informazioni imparziali su Artsakh.”

Comunicato delle forze politiche dell’Artsakh contro le dichiarazioni di Aliyev

Oggi le forze politiche rappresentate nell’Assemblea nazionale dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) hanno rilasciato una dichiarazione congiunta sulla politica distruttiva e aggressiva della leadership politica dell’Azerbaigian. La dichiarazione recita quanto segue:

Dopo la dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020, l’Azerbaigian crea regolarmente situazioni di tensione ai confini della Repubblica dell’Artsakh e della Repubblica di Armenia, prendendo di mira principalmente la popolazione civile delle due repubbliche armene.

Tali provocazioni, divenute più frequenti negli ultimi giorni, dimostrano che l’Azerbaigian non ha rinunciato alla sua decennale politica anti-armena, che mette in discussione la leadership politico-militare del Paese sulle agende di pace, la sincerità delle dichiarazioni talvolta realizzato per organizzazioni internazionali.

Nonostante gli sforzi di pace di uno dei copresidenti del Gruppo di Minsk, la Federazione Russa, l’aggressione azera scatenata contro il popolo di Artsakh nell’autunno del 2020 con la partecipazione della Turchia e di terroristi internazionali, accompagnata da massicce violazioni dei diritti umani, continua con altri metodi. Tutto ciò è regolarmente infiammato dalle continue minacce rivolte in particolare dal leader dell’Azerbaigian, mettendo così in discussione la sicurezza del corridoio controllato dalle forze di pace russe.

L’abbandono di tutto questo da parte della dirigenza armena, delle organizzazioni internazionali e dei Paesi influenti e la mancanza di risposte adeguate, sono diventati il ​​segnale sbagliato per il leader del Paese vicino, il quale, dimenticando gli impegni presi dal suo Paese quando aderisce ad autorevoli strutture europee, sostiene attualmente di limitare le attività del Gruppo OSCE di Minsk, composto da tre membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: Russia, Stati Uniti e Francia.

Consideriamo inammissibile un tale atteggiamento denigratorio nei confronti della suddetta autorevole struttura, che ha contribuito a lungo alla stabilità regionale sulla soluzione pacifica del conflitto in Karabakh dal 1992 e lo valutiamo come un aperto disprezzo del diritto internazionale e gli sforzi della comunità internazionale.

Condannando tale comportamento della leadership azerbaigiana, chiediamo ai copresidenti del gruppo di Minsk di adottare misure pratiche per neutralizzare la politica distruttiva dell’Azerbaigian al fine di prevenire nuove tensioni nella regione e riportare i responsabili di quel paese nel campo del diritto internazionale.

Libera Patria-UCA

Patria Unita

Giustizia

Federazione Rivoluzionaria Armena

Partito Democratico dell’Artsakh

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La dichiarazione delle forze parlamentari dell’Artsakh fa seguito alle recenti dichiarzioni del presidente azerbaigiano. Baku reprimerà i tentativi del Gruppo di Minsk dell’Osce di impegnarsi nel conflitto del Karabakh, secondo quanto riferito dai media locali citando Ilham Aliyev.
Aliyev ha affermato che l’OSCE non dovrebbe occuparsi del conflitto del Nagorno Karabakh, perché è stato risolto. Aliyev ha sottolineato che il gruppo di Minsk deve accettare la realtà e sapere che non può affrontare la questione del Karabakh perché non lo permetterà.