Lunga vita all’Artsakh libero e indipendente!

Il ministero degli Affari esteri della Repubblica dell’Artsakh ha rilasciato una dichiarazione in occasione dell’a Giornata della rinascita in occasione del 33° anniversario della storica votazione del soviet del Nagorno Karabakh che si pronunciò per l’unificazione con l’Armenia.

La lotta per la liberazione nazionale dell’Artsakh è una delle pagine più importanti della storia del popolo armeno. Il Movimento Karabakh è stato una lotta per la giustizia storica, per la conservazione dell’identità e della dignità nazionale, per i diritti civili e i valori universali, per vivere e creare liberamente nella patria storica.

In risposta all’espressione democratica, pacifica e legittima della volontà degli armeni dell’Artsakh, l’Azerbaigian ha cercato di intimidire il nostro popolo con la violenza e costringerlo a rinunciare all’esercizio dei suoi diritti. Le autorità azerbaigiane hanno organizzato e condotto genocidi, massacri e deportazioni di massa contro la popolazione armena a Sumgait, Baku e in altre città dell’Azerbaigian popolate da armeni, nonché negli insediamenti del nord dell’Artsakh. Migliaia di persone sono state uccise e ferite e oltre mezzo milione di armeni sono diventati rifugiati. E la popolazione pacifica dell’Artsakh è diventata anche l’obiettivo dell’aggressione militare su larga scala da parte dell’Azerbaigian.

Ma gli armeni dell’Artsakh uniti e sostenuti dal sostegno della diaspora armena in tutto il mondo, sono stati in grado di difendere il loro diritto a vivere liberamente nella loro patria storica durante la guerra loro imposta e di stabilire uno stato indipendente – la Repubblica dell’Artsakh.

Un altro tentativo delle autorità azere di sopprimere il diritto inalienabile del popolo dell’Artsakh all’autodeterminazione e di risolvere con la forza il conflitto azerbaigiano-karabako è stata l’aggressione militare scatenata contro la Repubblica dell’Artsakh il 27 settembre 2020, accompagnata da numerose guerre crimini, gravi violazioni delle norme del diritto internazionale umanitario e pesanti perdite umane.

Nonostante quei disastri, l’Artsakh è in piedi. In questo giorno simbolico, ci inchiniamo ai difensori della Patria e ai patrioti della nostra nazione, commemorando tutti i nostri martiri.

Lunga vita all’Artsakh libero e indipendente! “

L’Italia si è dimenticata del popolo armeno?

L’altro giorno abbiamo pubblicato sulla nostra pagina FB un post sulle dichiarazioni, a nostro avviso di dubbia interpretazione, dell’ambasciatore italiano a Baku.

Ci pare ora opportuna una libera riflessione sulla nostra rete diplomatica nella regione con la premessa, fondamentale, che non stiamo a disquisire sulle singole persone ma vogliamo semplicemente informare sulla situazione delle rappresentanze italiane in Armenia e Azerbaigian. Né tanto meno è nostra intenzione dar vita a ragionamenti politici che esulano dal nostro perimetro di valutazione.  E però:

  1. L’ambasciata italiana in Armenia è priva da alcuni mese del titolare. L’amb. Del Monaco, infatti, il 2 ottobre è stato nominato rappresentante dell’Osce a Tirana e l’ambasciata italiana, oltretutto in un momento così delicato, è rimasta priva del suo rappresentante che agli inizi di novembre ha salutato ufficialmente il premier Pashisnyan. Perché questo lungo buco diplomatico in un momento così delicati per gli equilibri politici nella regione?
  2. Perché sulla pagina FB dell’ambasciata italiana in Azerbaigian c’è la foto della torretta del Quirinale con a fianco la bandiera azera (sic!), mentre sulla pagina della sede in Armenia compare la foto della Farnesina? Quasi tutte le pagine delle rappresentanze diplomatiche italiane hanno la foto della loro sede che, ovviamente, è sita in ville o palazzi di prestigio. Passi per la Farnesina, ma che cosa sta a significare una (brutta) foto della torretta quirinalizia (con tanto di vessillo del presidente) a fianco della bandiera azera (c’è anche quella europea, ma questo è più comprensibile visto che facciamo parte dell’Unione). Tra l’altro l’ambasciata ha da ottobre una nuova bella sede e farebbe bene a pubblicizzarla.
  3. Attesa la situazione di sede vacante in Armenia, è normale che l’attività su FB della nostra ambasciata sia praticamente ridotta a zero? Che non sia stato rilasciato in questi mesi un solo commento sulla situazione, un solo messaggio di vicinanza al popolo armeno che, tra Covid e guerra, ha vissuto e sta vivendo momenti molto difficili? Un post a novembre (i saluti dell’ambasciatore a Pashinyan), tre a dicembre (telefonata fra ministri Esteri, visita Sottosegretario Di Stefano e catalogo culturale), niente nel 2021…
  4. È evidente la sperequazione con l’attività su FB della sede a Baku: due post a novembre, undici a dicembre, cinque a gennaio… Diciotto in tutto anche di carattere politico. In Armenia tutto fermo?
  5. Perché dalle istituzioni italiane non giungono messaggi di solidarietà alla popolazione armena che possano in qualche modo riequilibrare una politica di evidente vicinanza alle posizioni turco-azere? L’arte della diplomazia permette di poter sostenere una posizione senza automaticamente scontentare un’altra. C’è il problema dei prigionieri di guerra, la preservazione del patrimonio culturale e religioso armeno nei territori ora controllati dall’Azerbaigian: non si riesce a concepire un diplomatico messaggio di vicinanza, magari rilanciando qualche post di organizzazioni internazionali come l’Unesco?

Queste sono note scritte da cittadini italiani ai quali così appare la situazione della nostra rete diplomatica nella regione da una semplice carrellata su questo social.

Sostenitori della causa del Nagorno Karabakh-Artsakh e contrari alla dittatura azera, siamo consapevoli dei delicati equilibri internazionali che il nostro Paese deve mantenere nonché dei legami economici ed energetici (che tuttavia non possono annullare i valori di democrazia e libertà che stanno alla base della nostra Costituzione nonché del consesso europeo del quale l’Italia fa parte e che devono essere sempre tenuti presenti anche quando si fanno affari…).

Tuttavia, questa è la situazione che ci si presenta davanti; non conosciamo retroscena diplomatici e politici ma ci pare che il trattamento riservato alle due parti in causa sia sbilanciato a favore di una piuttosto che dell’altra.

Ci sembra che in nome degli affari si parteggi per una dittatura che è agli ultimissimi posti nel “Freedom press index” 2020 e riempie le prigioni con giornalisti e oppositori politici; un Paese, l’Azerbaigian, che ha scatenato una guerra in piena pandemia nonostante l’appello del Segretario delle Nazioni Unite e non ha esitato a infiltrare nel Caucaso, alle porte della nostra Europa, mercenari jihadisti tagliagole; che ha permesso che chiese cristiane venissero bombardate e profanate; che tiene ancora oggi centinaia di soldati armeni prigionieri di guerra infischiandosene degli appelli internazionali, che  rifiuta di accogliere la missione Unesco per la verifica della situazione dei monumenti armeni nei territori occupati.

Questo ci sembra, da profani cittadini: che l’Italia non stia capendo quanto è pericoloso l’asse turco-azero e la rinnovata idea di un nuovo impero ottomano. E come l’Armenia possa essere l’ultimo baluardo da difendere a tutti i costi.

Ci piacerebbe che l’Italia si dimostrasse un po’ più vicina alla nazione armena e desse concretezza alle parole del presidente Mattarella in occasione della sua visita in Armenia due anni fa.

A volte basterebbe anche un semplice post sui social per provare a dare un segnale…

Nuovi riconoscimenti internazionali per l’Artsakh

il Ministero degli Affari esteri dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh) ha commentato la risoluzione adottata dallo Stato australiano dell’Australia del Sud (che segue quella del Nuovo Galles del Sud). Il commento recita come segue:

Continua il processo di riconoscimento internazionale della Repubblica dell’Artsakh a livello di unità amministrativo-territoriali di diversi Paesi esteri. L’ultimo risultato in questo processo è stata l’adozione di una risoluzione che riconosce la Repubblica dell’Artsakh e sostiene il diritto del popolo dell’Artsakh all’autodeterminazione da parte del legislatore dello Stato australiano dell’Australia del Sud.
Riteniamo importante che la risoluzione condanni l’aggressione armata turco-azera lanciata contro la Repubblica dell’Artsakh il 27 settembre 2020, la politica di odio contro gli armeni perseguita dalle autorità turche e azerbaigiane e la consistente distruzione del patrimonio culturale armeno nel territori occupati dell’Artsakh, nonché inviti le autorità federali dell’Australia a riconoscere l’indipendenza della Repubblica dell’Artsakh.
Siamo convinti che il riconoscimento internazionale dell’indipendenza della Repubblica dell’Artsakh sia di fondamentale importanza per creare le condizioni necessarie affinché il suo popolo possa vivere liberamente, in sicurezza e decentemente nella sua patria. Sarà anche un ulteriore impulso per una soluzione giusta e duratura del conflitto Azerbaigian-Karabakh, che dovrebbe essere basata sul riconoscimento del diritto all’autodeterminazione esercitato dal popolo di Artsakh e la cessazione dell’occupazione dei territori di la Repubblica dell’Artsakh.

Esprimiamo la nostra gratitudine a tutti coloro che hanno dato un contributo decisivo all’adozione di questa risoluzione e apprezziamo la posizione risoluta del legislatore dello Stato dell’Australia del Sud, che afferma il suo impegno per le idee di diritti umani, libertà e giustizia“.

Di chi è Shushi?

Ha fatto scalpore l’affermazione del Premier armeno Nikol Pashinyan qualche giorno fa nel corso di una seduta dell’Assemblea nazionale di Yerevan.

Parlando del fatto che gli azeri reclamano in diritto sulla città di Shushi (da loro occupata nel corso della guerra), il Primo ministro ha detto sostanzialmente che tale rivendicazione era tutto sommato legittima in quanto prima della guerra degli anni Novanta la popolazione era al 96% di etnia turco-azera.

Tale affermazione ha inevitabilmente, e non poteva essere diversamente, suscitato un vespaio di polemiche ma anche commenti ironici; ad esempio, qualcuno ha rivendicato l’armenità di Los Angeles in forza della nutrita comunità armena che vi risiede.

Il problema è tuttavia di natura storica. È vero che Shushi prima della guerra del 1992 era quasi esclusivamente abitata da azeri ma tale dato anagrafico era stato determinato dalle pulizie etniche, in particolare dal pogrom del 1920 allorquando i quartieri occidentali armeni furono dati alle fiamme e i ventimila abitanti armeni della città furono trucidati o costretti a fuggire.

A quell’epoca la popolazione della città superava i 43.000 abitanti e gli armeni rappresentavano oltre il 53% della popolazione. Secondo i dati del 1916 a Shushi vivevano 23.396 armeni; nel successivo censimento dieci anni più tardi la popolazione armena si era ridotta a meno di cento unità.

Shushi, la “Parigi del Caucaso”, in pochi anni si era ridotta a un paesino di circa 5000 abitanti, tutti azeri, e fino alla sua capitolazione nella prima guerra del Nagorno Karabakh era rimasto un avamposto di minaccia per Stepanakert e tutta la regione come la cronaca bellica di quel tempo ci ha ben raccontato.

Ecco perché non c’erano armeni a Shushi. Ma questo non vuol dire che non fosse (anche) armena e comunque essa si trovava ben all’interno dell’oblast sovietica del Nagorno Karabakh.

Qualsiasi concessione su Shushi è dunque assolutamente immotivata!

Preoccupazione per le infiltrazioni di “lupi grigi” in Artsakh

Le intenzioni del Partito nazionalista turco nazionalista di estrema destra e della sua organizzazione neofascista estremista affiliata “Lupi grigi” di attuare alcuni progetti nei territori occupati della Repubblica dell’Artsakh, in particolare nella città di Shushi, destano grande preoccupazione. Lo ha rilevato il Ministero degli Affari Esteri dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh) in una nota diffusa oggi.

La presenza di qualsiasi tipo di forze straniere nei territori occupati dell’Artsakh, che promuovono l’ideologia del pan-Turkismo e del neofascismo e ricorrono al terrore come mezzo principale per raggiungere i loro obiettivi, rappresenta una grande minaccia non solo per la Repubblica di Artsakh, ma anche alla sicurezza regionale e globale. Il fatto che queste forze siano supportate dai vertici della Turchia e dell’Azerbaigian per l’attuazione dei loro progetti nella Shushi occupata testimonia i piani di Ankara e Baku per creare focolai di tensioni nella regione e nei paesi vicini, nonché per minare il sforzi della comunità internazionale per la soluzione pacifica, globale e giusta del conflitto Azerbaigian-Karabakh.

L’invio di forze neofasciste di estrema destra nei territori occupati della Repubblica dell’Artsakh, così come l’uso di terroristi internazionali durante il periodo dell’aggressione armata contro l’Artsakh, sono anelli della stessa catena nella politica espansionista turca non solo Artsakh e il Caucaso meridionale, ma anche nelle regioni limitrofe.

A rischio i monumenti armeni in Artsakh. Il rapporto dell’ombudsman

E’ stato pubblicato oggi dall’ufficio dell’Ombudsman (difensore diritti umani) dell’Artsakh un rapporto sul patrimonio culturale e architettonico che si trova ora in territori occupati dall’Azerbaigian.

Ci sono circa 4.000 siti culturali armeni, tra cui 370 chiese, 119 fortezze e altri monumenti storici e culturali nella Repubblica dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh). Le chiese risalgono dal 4° al 21° secolo. I suoi preziosi siti archeologici, in particolare l’antica città di Tigranakert of Artsakh, hanno una datazione che va dal I sec. A.C. al XIII sec. d.C.

In base alla dichiarazione trilaterale sul cessate il fuoco del 9 novembre 2020 tra la Repubblica di Armenia, la Repubblica dell’Azerbaigian e la Federazione Russa, almeno 1.456 monumenti di spicco storici e culturali inamovibili sono caduti sotto il controllo azero, comprese 161 chiese armene, il sito archeologiciodi Tigranakert, la grotta paleolitica di Azokh, le tombe di Nor Karmiravan, Mirik, Keren e monumenti architettonici come palazzi, ponti e quartieri storici. Inoltre, nei territori che passarono sotto il controllo azero, c’erano 8 musei e gallerie statali con 19311 reperti , così come lo “Shushi Carpet Museum” e lo “Shushi Armenian Money Museum” che operavano su base privata.

Ci sono serie preoccupazioni per la conservazione di questi siti storici sotto il controllo azero. Data la pratica dell’Azerbaigian di distruzione sistematica del patrimonio culturale armeno nei suoi territori negli ultimi decenni, queste preoccupazioni non sono fuori luogo. Due esempi flagranti sono la distruzione totale dell’antico cimitero armeno di Julfa a Nakhichevan tra il 1997-2006, in cui un totale di 28.000 monumenti (comprese 89 chiese medievali; 5.840 khachkar unici intagliati a mano (pietre incrociate) e 22.000 antiche lapidi furono distrutte e la distruzione di monumenti armeni del villaggio Tsar nella regione di Karvachar (Kelbajar). Inoltre, nonostante il breve periodo di controllo, vi sono già una serie di casi noti di vandalismo contro il patrimonio culturale armeno in Artsakh nei luoghi occupati dall’Azerbaigian durante la guerra del 27 settembre-9 novembre.

Il revisionismo storico dell’Azerbaigian è dilagante nella regione ed è stato attuato attraverso la sistematica “albanizzazione” dei beni culturali armeni sin dagli anni ’50. Nel tentativo di rafforzare i suoi legami con queste terre, l’Azerbaigian rivede e riscrive la storia affermando che le chiese armene e le pietre della croce appartengono agli albanesi caucasici e che gli albanesi caucasici sono gli antenati dei popoli azeri. L’obiettivo è sradicare le radici storiche dei popoli armeni nella regione e quindi diminuire il loro diritto a vivere e governare queste aree mentre si fabbrica una presenza storica azerbaigiana.

Questo rapporto mira a evidenziare l’urgente richiesta nell’adozione di misure per proteggere il patrimonio culturale armeno nella Repubblica dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh) e prevenirne la distruzione una volta sotto il controllo dell’Azerbaigian.

Dopo che il 9 novembre 2020 è stato stabilito un cessate il fuoco, l’UNESCO ha proposto sia all’Armenia che all’Azerbaigian di inviare una missione indipendente di esperti per redigere un inventario preliminare di importanti siti del patrimonio storico e culturale in e intorno al Nagorno-Karabakh come primo passo verso l’efficace salvaguardia del patrimonio della regione. Allo stesso scopo, i membri del Comitato intergovernativo della Convenzione dell’Aia del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato e il suo secondo protocollo (1999), hanno adottato una dichiarazione l’11 dicembre 2020 e hanno accolto con favore l’iniziativa dell’UNESCO e ha confermato la necessità di una missione per fare il punto della situazione sui beni culturali nel Nagorno-Karabakh e nei dintorni. Il Comitato ha chiesto a ciascuna delle parti di rendere possibile la missione.

Nonostante l’urgenza della questione riconosciuta dall’UNESCO, il governo azero crea un ostacolo all’arrivo della missione non rispondendo alla richiesta.

La prima parte di questo rapporto stabilisce il deliberato targeting del patrimonio culturale armeno durante la recente guerra, in violazione della Convenzione dell’Aia del 1954, di cui sono parti sia la Repubblica dell’Azerbaigian che la Repubblica di Armenia, e la seconda parte esamina la politica dell’Azerbaigian La propaganda sponsorizzata dallo stato mirava ad appropriarsi del patrimonio culturale armeno come proprio e / o a ripulire ogni traccia di armenità nelle regioni sotto il controllo azerbaigiano.

QUI E’ POSSIBILE SCARICARE IL RAPPORTO COMPLETO (in inglese)

LISTA DEI MONUMENTI ARMENI FINITI SOTTO CONTROLLO AZERO

TOTALEASKERANHADRUTKASHATAGHMARTUNII
Monasteri e chiese1611356269
Khatchkar5915014410814
pietre tombali e iscrizioni3451921421
cimiteri e sepolture1081144139
fortezze e palazzi4328182
altri monumenti 2081628172
TOTALE145611130222437

Il Parlamento europeo condanna l’aggressione azera e l’ingerenza turca

Il Parlamento europeo, nell’ambito della relazione annuale 2020 e sull’attuazione della politica estera e di sicurezza comune, ha prestato particolare attenzione alla questione del Nagorno Karabakh e ha espresso una netta condanna per l’interferenza della Turchia nella recente guerra.

Nello specifico, l’articolo 24 della risoluzione afferma che il Parlamento europeo:

  • prende atto dell’accordo su un cessate il fuoco completo nel Nagorno-Karabakh e nei dintorni firmato da Armenia, Azerbaigian e Russia il 9 novembre 2020;
  • spera che questo accordo salverà la vita sia dei civili che del personale militare e aprirà prospettive più rosee per una soluzione pacifica di questo conflitto mortale;
  • deplora che le modifiche allo status quo siano state apportate attraverso la forza militare, piuttosto che tramite negoziati pacifici;
  • condanna fermamente l’uccisione di civili e la distruzione di strutture civili e luoghi di culto,
  • condanna l’uso riferito di munizioni a grappolo nel conflitto;
  • esorta sia l’Armenia che l’Azerbaigian a ratificare la Convenzione sulle munizioni a grappolo, che ne vieta completamente l’uso, senza ulteriori indugi;
  • sottolinea che resta ancora da trovare una soluzione duratura e che il processo per raggiungere la pace e determinare il futuro status giuridico della regione dovrebbe essere guidato dai copresidenti del gruppo di Minsk e fondato sui principi fondamentali del gruppo;
  • sottolinea l’urgente necessità di garantire che l’assistenza umanitaria possa raggiungere coloro che ne hanno bisogno, che sia assicurata la sicurezza della popolazione armena e del suo patrimonio culturale in Nagorno Karabakh e che agli sfollati interni e ai rifugiati sia permesso di tornare ai loro precedenti luoghi di residenza ;
  • chiede che tutte le accuse di crimini di guerra siano debitamente indagate e che i responsabili siano assicurati alla giustizia;
  • chiede all’Unione Europea di essere coinvolta in modo più significativo nella soluzione del conflitto e di non lasciare il destino della regione nelle mani di altre potenze “.

All’articolo 38, il Parlamento europeo:

  • condanna fermamente il ruolo destabilizzante della Turchia, che mina ulteriormente la fragile stabilità in tutta la regione del Caucaso meridionale;
  • invita la Turchia ad astenersi da qualsiasi interferenza nel conflitto del Nagorno-Karabakh, compresa l’offerta di sostegno militare all’Azerbaigian, e a desistere dalle sue azioni destabilizzanti e promuovere attivamente la pace;
  • condanna inoltre il trasferimento di combattenti terroristi stranieri da parte della Turchia dalla Siria e altrove al Nagorno-Karabakh, come confermato da attori internazionali, compresi i paesi copresidenti del gruppo di Minsk dell’OSCE;
  • deplora la sua disponibilità a destabilizzare il Gruppo OSCE di Minsk poiché persegue l’ambizione di svolgere un ruolo più decisivo nel conflitto.

Positivo commento del ministero Esteri dell’Artsakh alla votazione del Parlamento europeo

Il Ministero degli Esteri dell’Artsakh ha commentato le Risoluzioni del Parlamento Europeo – Rapporti annuali sull’attuazione della Politica estera e di sicurezza comune e della Politica di sicurezza e difesa comune –  esprimendo soddisfazione per la posizione del Parlamento europeo sulla guerra Azerbaigian-Karabakh.

”Prendiamo atto con soddisfazione della posizione del Parlamento europeo sul conflitto Azerbaigian-Karabakh, espressa nelle risoluzioni sull’attuazione della politica estera e di sicurezza comune nonché sulla politica di sicurezza e difesa comune del 20 gennaio 2021 per i rapporti annuali 2020.

Condividiamo le valutazioni del Parlamento europeo relative agli eventi causati dall’uso della forza militare da parte dell’Azerbaigian, nonché le vie d’uscita da questa situazione. In particolare, riteniamo importante sottolineare il punto di vista del Parlamento europeo sulla necessità di garantire la sicurezza della popolazione armena nel Nagorno Karabakh, di preservare il patrimonio culturale armeno, di garantire il ritorno sicuro degli sfollati interni e dei rifugiati ex luoghi di residenza, e scambiare senza indugio i prigionieri di guerra e le salme dei defunti.

Riconosciamo l’importanza di indagare debitamente su tutti i presunti crimini di guerra e di assicurare i responsabili alla giustizia. È interessante notare che il Parlamento europeo ha anche chiesto specificamente un’indagine internazionale sulla presunta presenza di combattenti stranieri, terroristi e sull’uso di munizioni a grappolo e bombe al fosforo.

Accogliamo con favore il sostegno del Parlamento europeo agli sforzi dei copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE per una soluzione globale del conflitto fondata sui Principi fondamentali proposti dai mediatori internazionali.

Ci uniamo alla condanna del Parlamento europeo del ruolo destabilizzante della Turchia, che cerca di minare gli sforzi del Gruppo OSCE di Minsk per il bene delle sue ambizioni di svolgere un ruolo più decisivo nel processo di risoluzione del conflitto.

Condividiamo il punto di vista del Parlamento europeo secondo cui non è stato ancora trovato un accordo duraturo Siamo convinti che una soluzione completa e giusta del conflitto Azerbaigian-Karabakh possa essere raggiunta sulla base del riconoscimento del diritto all’autodeterminazione realizzato dal popolo dell’Artsakh e la deoccupazione dei territori della Repubblica dell’Artsakh”, si legge nel comunicato.

Lavrov parla del Nagorno Karabakh

Nel corso della tradizionale conferenza stampa di inizio anno incentrata sull’attività diplomatica nei dodici mesi precedenti, il ministro degli Affari esteri russo Sergey Lavrov ha analizzato anche alcuni aspetti relativi alla questione del Nagorno Karabakh (Artsakh). Riassumiamo in sintesi:

ALLEGATI SEGRETI: Lavrov ha negato che gli accordi del 9 novembre 2020 e dell’11 gennaio 2021 contengano allegati segreti. “La dichiarazione del 9 novembre è stata implementata in modo abbastanza efficace; questa valutazione è stata fatta sia dal presidente Aliyev che dal primo ministro Pashinyan“, ha detto Lavrov. “Fatta eccezione per la questione dei prigionieri di guerra armeni, che, ripeto, è emersa – nell’edizione corrente – all’inizio di dicembre; un mese dopo la firma degli accordi. Il resto viene svolto in modo abbastanza efficace. La questione del mandato delle forze di pace è in via di risoluzione. Diventerà oggetto di accordi trilaterali, discussi durante la riunione dell’11 gennaio a Mosca. Non c’è alcun allegato segreto, e non vedo quali argomenti possono essere segreti“.

PRIGIONIERI DI GUERRA: “La questione è stata discussa con i leader di Armenia e Azerbaigian, durante le successive conversazioni telefoniche del presidente russo, durante le mie conversazioni telefoniche con i colleghi dei due Paesi, ha fatto parte di lunghi dibattiti dell’11 gennaio. Inizialmente, gli armeni avevano più problemi legati alla questione dei prigionieri di guerra. In primo luogo, le parti dovevano formare l’elenco delle persone dichiarate scomparse. L’Azerbaigian ha fornito tali elenchi, e non erano così tanti, e tutti sono stati restituiti, anche se non immediatamente. Altri problemi da parte azera legati ai dispersi in azione, i prigionieri di guerra, persone detenute, non sono emersi”, ha detto il ministro russo aggiungendo che le liste da parte armena non sono state fornite immediatamente e completamente. Altra questione riguarda i 62 soldati armeni catturati nella regione di Hadrut che per gli azeri sono arrivati in zona successivamente all’entrata in vigore della tregua. “Noi, io e il presidente Putin, in ogni caso, proponiamo di continuare a discutere la questione per chiuderla ed essere guidati dal principio ‘tutti per tutti’ “, ha aggiunto. Il ministro degli Esteri russo ha dichiarato di aver parlato con il collega armeno al fine di chiarire gli elenchi finali dei prigionieri di guerra, tuttavia, si è scoperto che il numero di prigionieri di guerra è molto più di quel 62. “Al momento i militari di Russia, Armenia e Azerbaigian stanno controllando le liste nome per nome per capire dove si trovano“, ha detto Lavrov.

STATUS DEL KARABAKH: “L’area in cui stazionano le forze di pace russe [in Nagorno Karabakh (Artsakh)] è la zona di responsabilità del contingente di pace russo; questa è la base dei nostri contatti con Yerevan e Baku. Ora le sfumature, i dettagli sono in fase di elaborazione. In connessione con l’organizzazione delle comunicazioni di trasporto, la fornitura della zona di responsabilità del contingente russo di mantenimento della pace, la fornitura di assistenza umanitaria alle persone che vi sono tornate, 50.000 armeni sono già tornati. E, naturalmente, vogliamo che le organizzazioni internazionali abbiano l’opportunità di lavorare lì (…). Ora ci stiamo coordinando con Baku e Yerevan sul formato della loro missione. … Ci sono questioni relative alla controversia sullo status; questo è il motivo per cui l’argomento dello status del Nagorno Karabakh è un argomento così controverso, e i leader hanno deciso di aggirare la questione, lasciarla per dopo. Dovrebbero occuparsene anche i copresidenti del gruppo di Minsk dell’OSCE. Ora hanno rinnovato i contatti con le parti e torneranno a visitare la regione. Tuttavia, le questioni relative allo status saranno risolte più facilmente e rapidamente nel rispetto delle assicurazioni di Yerevan e Baku che la cosa importante è la normalizzazione della vita quotidiana di tutte le comunità – etniche e religiose – e che deve essere ripristinata la pacifica convivenza di buon vicinato”.

KARABAKH RUSSO: “Per quanto riguarda la proposta ‘esotica’ di includere il Nagorno Karabakh nella Federazione Russa, a quanto ho capito, l’indipendenza del Karabakh non è stata riconosciuta da nessuno, compresa la Repubblica di Armenia; noi [la Russia] non abbiamo nemmeno un piano del genere. Noi presumiamo che tutte le questioni in questa regione debbano essere risolte tra i paesi qui e, prima di tutto, tra Armenia e Azerbaigian. Siamo pronti ad aiutare a cercare tali soluzioni che garantiranno pace, stabilità e sicurezza in questa regione e, cosa più importante, la sicurezza delle persone che hanno sempre vissuto qui e vivranno in futuro“.

COMUNICAZIONE ARMENIA-ARTSAKH: “In tutti gli accordi, prima di tutto nella dichiarazione del 9 novembre, è registrato il consenso delle parti a garantire la comunicazione tra Armenia e Karabakh attraverso il corridoio Lachin, che è sotto il controllo delle forze di pace russe. Nessuno ha mai rifiutato la comunicazione dell’Armenia con il Karabakh. La questione della separazione tra Armenia e Karabakh l’una dall’altra non è mai stata espressa durante i negoziati che sono continuati per decenni. Ed è per questo che il corridoio Lachin, come concetto, non è stato rifiutato da nessuno. E proprio come in passato, è soggetto al consenso delle parti, compreso il consenso dei nostri vicini azeri. E proprio così, verrà stabilita una comunicazione affidabile e permanente tra le regioni occidentali dell’Azerbaijan e Nakhichevan. Questo è stabilito nella dichiarazione trilaterale. Se siamo d’accordo – e tutti sono d’accordo – che deve esistere una comunicazione tra gli armeni del Nagorno Karabakh e l’Armenia, non vedo ragioni per ostacolare i contatti a quel livello”.

VISITE UFFICIALI IN ARTSAKH: sulla questione Lavrov ha dichiarato che funzionari governativi dell’Armenia sono coinvolti nel processo di fornitura di aiuti umanitari al Nagorno Karabakh, che non riceve alcuna reazione negativa dall’Azerbaigian, e secondo Lavrov sarebbe strano se fosse diversamente.

Corpi morti e corpi vivi

A quasi settanta giorni dalla fine della guerra le squadre di ricerca del Servizio di emergenza dell’Artsakh, coadiuvate da militari russi e dalla Croce Rossa internazionale, stanno ancora recuperando corpi di soldati armeni caduti nelle zone ora sotto controllo dell’Azerbaigian. Il macabro conto viene aggiornato quasi tutti i giorni.

Spesso i cadaveri sono in avanzato stato di decomposizione ed è necessario un esame del dna per risalire all’identità.

Quasi tutti sono soldati, ma vengono rinvenuti anche civili vittime della pulizia etnica azera; l’ultimo caso è di una donna di 58 anni, parzialmente disabile, originaria del villaggio di Karin Tak ai piedi della città di Shushi. Non aveva voluto abbandonare la propria abitazione ed è stata ritrovata morta con orecchie e mani mutilate.

Hunan Tadevosyan è il capo del dipartimento per le informazioni e le pubbliche relazioni del Servizio statale Artsakh per le situazioni di emergenza e ogni mattina tiene una conferenza stampa per aggiornare la contabilità. Un atto dovuto sia per documentare l’attività di ricerca ma anche per fornire qualche speranza in più alle famiglie dei soldati dispersi.

Per questo, nonostante il tempo trascorso dalla firma della tregua il 9 novembre, le attività continuano.

Nel corso del suo briefing di domenica mattina, Tadevosyan ha precisato un particolare operativo importante: “Due squadre, ciascuna, lavoreranno; una cercherà i corpi dei morti, l’altra cercherà quelli che si sono nascosti“.

Si tratta di un’affermazione importante. Le autorità non perdono la speranza di ritrovare vivi altri soldati armeni che si sono nascosti nelle foreste dell’Artsakh per sfuggire al nemico.

Uscire allo scoperto significherebbe nella migliore delle ipotesi essere fatti prigionieri, nella peggiore venire ammazzati sul posto. D’altronde il presidente azero Aliyev li ha già etichettati come terroristi (per quanto non si sia mai registrato a oggi alcun atto sovversivo dietro la linea di contatto…) e come tali li ha esclusi dalle misure di tutela previste dalle convenzioni internazionali.

Non si esclude, dunque, che piccoli gruppi o uomini isolati abbiano sfidato le avverse condizioni meteo per sfuggire a una triste sorte e siano ancora vivi tra le montagne dell’Artsakh meridionale dove si è combattuto ferocemente fino a poco più di due mesi fa.

Tentativi azeri su Amaras, la denuncia dell’abate

Terminata la guerra, una delle nostre maggiori preoccupazioni riguardava il monastero di Amaras nella regione di Martuni, in parte occupata militarmente dagli azeri.

Si temeva che il celebre sito facesse la fine di altri e si ritrovasse in zona nemica per poi essere oggetto di vandalismi e “riconversioni” forzate.

Poi, alcune foto ci hanno quasi tranquillizzato: sia pure di poco Amaras, che si trova a sud del villaggio di Machkalashen, rimaneva armeno.

Uno dei più antichi siti cristiani, edificato su una chiesa fondata da San Gregorio Illuminatore nel IV secolo, ha ospitato il monaco Mesrop Mashtots che ha coniato l’alfabeto armeno nel 406. Il complesso attuale, rimaneggiato rispetto all’impianto originario, è di struttura semplice con la chiesa di san Gregorio (edificata nell’Ottocento con il contributo della comunità armena di Shushi) circondata da un muro di cinta alto cinque metri con quattro torrette agli angoli.

La linea di contatto si trova a pochissima distanza: gli azeri sono insediati sulle colline a sud-ovest nei pressi del villaggio di Jivan.

Dopo il cessate il fuoco, hanno cercato di scendere a valle due o tre volte volte, per avanzare dalle loro posizioni così come hanno fatto altrove nel tentativo di occupare altro territorio finché non viene tracciato il confine finale.

A lanciare un altro grido di allarme è l’abate del monastero, padre Geghard Hovhannisyan.

In termini di sicurezza, il monastero è ora piuttosto vulnerabile e l’abate esprime le sue preoccupazioni al riguardo.

Per evitare di essere sposti a possibili colpi di cecchini azeri, è stato aperto un varco nel muro di cinta dalla parte opposta alla linea di contatto.

Padre Hovhannisyan ha notato che si è già rivolto alla parte russa per garantire un pernottamento al monastero, chiedendo loro di allestire un avamposto russo o un turno di notte lì. Al momento, i soldati armeni sono in servizio ad Amaras e una bandiera russa è stata posta sul monastero. Lo scorso 4 maggio il primate della diocesi dell’Artsakh, l’arcivescovo Martirosyan, ha visitato (foto) il monastero per verificare la situazione.

Le porte del monastero di Amaras sono aperte ai visitatori, ma l’abate esorta a stare attento, chiede ai pellegrini di non venire a tarda notte e di non camminare a lungo nella zona. Inoltre, secondo padre Hovhannisyan, c’è bisogno di rimuovere bombe e proiettili dall’area.

Secondo l’abate, dopo aver risolto i problemi di sicurezza, il complesso del monastero di Amaras avrà diversi monaci che vi trascorreranno la notte; questa decisione è stata presa per ordine e richiesta del Catholicos Karekin II.