RUBEN VARDANYAN È STATO CONDANNATO A VENTI ANNI DI RECLUSIONE DAL TRIBUNALE DI BAKU
Come facilmente prevedibile, il regime azero ha inflitto una pesante condanna all’ex ministro dell’Artsakh (rimasto peraltro in carica solo quattro mesi). Si è quindi concluso l’ultimo “processo” a carico dei prigionieri di guerra armeni illegalmente detenuti dall’Azerbaigian con accuse ridicole, una farsa che ha visto gli imputati privati delle minime garanzie di difesa e dove non è stata ammessa la stampa internazionale.
Vardanyan ha ricoperto l’incarico di ministro di Stato della repubblica di Artsakh per soli quattro mesi da fine 2022 a inizio dell’anno seguente. Tanto è bastato al criminale dittatore Aliyev per farlo condannare.

DICHIARAZIONE DELLA FAMIGLIA DI RUBEN VARDANYAN – 17 febbraio 2026

“Oggi abbiamo appreso che Ruben Vardanyan, amato marito, padre, fratello e nonno, è stato condannato a 20 anni di reclusione.

La sentenza emessa dal tribunale militare in Azerbaijan è stata sconvolgente, ma prevedibile. Da quando Ruben è stato ingiustamente arrestato 874 giorni fa, era chiaro che l’esito di questo processo era predeterminato. Durante tutto il suo periodo di detenzione, non sono state presentate prove per nessuna delle accuse mosse contro di lui.

Per tutto questo tempo, a Ruben sono state negate qualsiasi garanzia di un processo legale equo, l’accesso a una difesa legale reale e non formale, la possibilità di contattare avvocati internazionali e la presenza di media indipendenti alle udienze.

Le udienze si sono svolte a porte chiuse e in condizioni incompatibili con gli standard di un processo equo, non solo secondo il diritto internazionale, ma anche secondo la legislazione azera.

Nonostante i tentativi di distruggere la reputazione di Ruben come attivista umanitario, filantropo e imprenditore sociale, i leader della società civile e gli osservatori internazionali hanno fornito alla nostra famiglia un sostegno che ci ha dato forza e speranza.

Tutti coloro che conoscono personalmente Ruben o che hanno interagito con lui professionalmente comprendono l’assurdità e l’infondatezza delle accuse mosse contro di lui.

Non è stato giudicato solo Ruben e i prigionieri armeni – la sentenza è stata emessa contro tutto il popolo armeno.

Continueremo a chiedere la liberazione di Ruben e dei prigionieri armeni detenuti per motivi politici e chiediamo ai leader mondiali, alle organizzazioni internazionali e alle comunità per i diritti umani di adottare tutte le misure appropriate, in conformità con le norme del diritto internazionale, per garantire la loro libertà e la protezione dei diritti”.

Ruben Vardanyan, ex Ministro di Stato della repubblica armena di Artsakh, è da oltre un anno sotto processo in Azerbaigian. Fu rapito dagli azeri a fine settembre 2023 mentre lasciava l’Artsakh come tutta la popolazione armena sfollata a causa dell’ultima aggressione dell’Azerbaigian.
Il suo processo, come quello ad altri 15 prigionieri di guerra armeni, è stato ninete più che una farsa, senza alcuna garanzia per l’imputato e con una sentenza di condanna già scritta prima ancora di essere pronunciata.
All’ultima udienza, Vardanyan è riuscito a fare un’ultima dichiarazione che è stato in grado di far conoscere, tramite una conversazione telefonica, ai propri familiari in Armenia.
Ecco le sue parole.

<<Il 10 ho fatto la mia ultima dichiarazione, vietando all’avvocato di presentare argomentazioni difensive, perché ritengo che questo non sia un processo, ma un simulacro di processo. Non c’era alcuna possibilità per un processo normale.

Pertanto, nonostante tutta la resistenza dei giudici, l’avvocato si è trattenuto e non ha presentato alcuna argomentazione.

Ho parlato molto brevemente. Non ripeterò – ho già espresso le mie idee principali a dicembre. Ma ho letto un poema importante che vorrei leggere anche a voi, e ho letto due poesie. Vorrei leggere un poema che si riferisce più all’Armenia che al luogo in cui mi trovo.

Questo poema è stato scritto all’inizio del XVI secolo dal poeta azero Fizuli, in una traduzione di Lugovskij.

Il padishah della terra d’oro corrompe le persone con l’argento,
Prepara le truppe per conquistare un altro paese,
Vince con cento trucchi e astuzie,
Ma anche in questo paese non c’è gioia e tranquillità.
E in quell’ora fatale in cui il destino ha preso una svolta,
Muore il padishah stesso, il paese e milioni di persone.
Guarda: io sono il sovrano, il derviscio, forte con le truppe delle parole.
La parola potente è la fonte della mia vittoria.
Vedi, ogni mia parola è un gigante che trae forza dalla verità,
Se la parola lo vuole, mare e terra gli si sottometteranno.
Ovunque io la mandi, la parola non conosce onore né tesoro,
La parola, dopo aver conquistato un paese, non imprigionerà nessuno.
Tutte le forze dell’universo non cancelleranno la parola,
Non la schiaccerà la ruota dell’ingannevole destino.
I governanti del mondo non mi concederanno benefici,
Nella mia testa c’è una corona della mia umile scultura.
Sono libero in tutto! Chiunque tu sia, mio ascoltatore,
Non devi essere uno schiavo per un pane passeggero.

E nemmeno per i convogli di benzina. Quello che ho detto, e voglio dire ancora una volta, è che dobbiamo capire che ci attende una lunga strada di pace, non è molto facile. Dovremo passare un grande rinnovamento interiore, ricostruire noi stessi, prima di tutto, perché la pace può esserci solo, lo ripeto ancora una volta, quando ci saranno due vicini uguali.

Se uno si umilierà davanti all’altro, non otterrà nulla, nessuna pace. Spero che lo capiremo e capiremo che tutto dipende solo da noi stessi, da quanto riesciremo a ricostruire noi stessi, a ripristinare il nostro rispetto per noi stessi e a ripristinare noi stessi, mantenendo la razionalità del fatto che dobbiamo vivere davvero in pace nella regione. L’ho detto in tribunale, l’ho detto tre volte, cosa che hanno cercato di interrompere: l’Artsakh è stato, è e sarà esistenzialmente. Quello che è stato, è e sarà.

Allora la questione non è di forma legale, ma che questo non può essere semplicemente cancellato da nessuno. E ne sono profondamente convinto. Ho detto che farò tutto il possibile affinché prima della nostra vita, della mia, spero, i tre leader delle tre parti che hanno partecipato al conflitto depongano fiori sulle tombe delle persone di qualsiasi nazionalità, di qualsiasi religione, e si scusino con tutte le madri per i figli morti. Spero che questo accada un giorno e che venga fatto con rispetto, trattando tutti con rispetto, l’uno con l’altro.

E sono felice, ho detto, di rappresentare il popolo armeno qui, in questo tribunale, senza temere alcuna punizione o decisione e pronto ad accettarla con assoluta calma, perché questo non è un tribunale, ma un simulacro di tribunale. E, purtroppo, non hanno colto l’opportunità di fare un processo normale, che avrebbe permesso di gettare le basi per una pace duratura, e hanno invece organizzato uno spettacolo incomprensibile e non professionale, che, purtroppo, non ha apportato alcun beneficio a nessuno, soprattutto allo Stato azero. Sono sicuro.

Ruben Vardanyan
10.02.2026

Non occorreva essere dei maghi per indovinare come sarebbe finito il “processo” farsa intentato dal regime di Aliyev in Azerbaigian a carico di sedici prigionieri di guerra armeni fra i quale le ex autorità della repubblica di Artsakh (Nagorno Karabakh) occupata dagli azeri nel 2020 e poi defintivamente nel 2023.

Queste le condanne al termine di un processo, iniziato il 17 gennaio 2025, nel quale la stampa internazionale non è stata ammessa e il diritto alla difesa praticamente annullato senza alcuna garanzia per gli “imputati” che non hanno potuto neppure studiare gli atti processuali che sono stati a loro “letti”(!) dagli avvocati azeri nominati dalla corte:

Araiyk Haroutyounyan (ex presidente): ergastolo
Davit Ishkhanyan (ex presidente Assemblea nazionale): ergastolo
Davit Babayan (ex ministro degli Esteri): ergastolo
Levon Mnatsakanyan (ex Comandante Esercito di Difesa): ergastolo
Davit Manukyan (ex vice Comandante Esercito Difesa): ergastolo
Arkadi Ghukasyan (ex presidente): 20 anni
Bako Sahakyan (ex presidente): 20 anni

Melikset Pashayan è stato condannato a 19 anni di carcere, Madata Babayan a 19 anni, Garik Martirosyan a 18 anni, Davit Alaverdyan a 16 anni, Levon Balayan a 16 anni, Vasili Beglaryan a 15 anni, Gurgen Stepanyan a 15 anni ed Erik Ghazaryan a 15 anni di carcere.

L’ex ministro di Stato Ruben Vardanyan è giudicato in un processo a parte e anche per lui si attende una condanna pesantissima.

COSA ACCADRA’ ORA?
* Il dittatore azero Aliyev ha avuto soddisfazione: le condanne alle autorità della repubblica armena di Artsakh giustificano secondo lui l’operazione militare di conquista del territorio e la conseguente pulizia etnica. L’autocrate presidente dell’Azerbaigian mostra, tronfio, al mondo i suoi trofei. Poco ci è mancato che non li abbia fatti sfilare in catene per le vie di Baku. Le condanne sono un messaggio all’opinione pubblica internazionale ma soprattutto a quella interna.

* L’Armenia è impegnata in un processo di pace con l’Azerbaigian, processo che si è consolidato dopo la firma di un pre-accordo lo scorso 8 agosto a Washington. Il premier Pashinyan si è speso e si sta spendendo molto per instaurare relazioni amichevoli con il vicino (che non dimentichimo occupa ancora circa 200 kmq di territorio dell’Armenia e non ha abbassato la narrazione minacciosa sul cosidetto “Azerbaigian occidentale”) anche a costo di pesanti critiche interne. Pashinyan e il suo governo non possono far finta di niente e lasciare che gli armeni condannati rimangano a marcire nelle galere azere; se il premier non interviene con una richiesta di rilascio dei detenuti rischia di pagarne le conseguenze alle prossime elezioni politiche di giugno e rischia di vanificare tutto il lavoro fin qui svolto.

QUANDO SARANNO LIBERI?
Riteniamo difficile che Aliyev voglia far scontare per intero le condanne ai prigionieri armeni in galera a Baku. Ipotizziamo alcuni possibili scenari:
1) il vice presidente USA, Vance, sarà in Armenia e Azerbaigian nei prossimi giorni e potrebbe portare a casa subito almeno una parte dei detenuti. Non dimentichiamo che il presidente Trump si era impegnato a fare “pressioni” su Aliyev per la loro liberazione. Tornare dalla visita a Baku a mani vuote potrebbe essere uno smacco (anche di fronte alla folta comunità armena negli Stati Uniti). Sottolineiamo come casualmente, dopo un lungo stop, le condanne (già ovviamente nel casso dall’inizio del processo) siano arrivate proprio prima della visita di Vance a Baku.

2) Fra qualche mese, e sicuramente prima delle elezioni politiche armene, Aliyev potrebbe consegnare all’Armenia almeno una parte dei prigionieri armeni consentendo al governo uscente – con il quale ha instaurato un proficuo dialogo – di presentarsi agli elettori con questa carta da spendere in campagna elettorale.

3) Le istituzioni europee potrebbero lavorare sotto traccia per favorire il rilascio dei prigionieri. Tutto dipenderà se e quanto vorranno sacrificare nella contropartita (ricordiamo che l’Azerbaigian è stato messo in stand-by nel Consiglio d’Europa per mancato rispetto dei diritti umani). Non va dimenticato che in Azderbaigianvi sono anche alcune centinaia di prigionieri politici azeri.

4) Aliyev, da dittatore qual è, vorrà ribadire la propria forza e terrà in galera a Baku per alcuni anni i prigionieri armeni prima di rilasciarli con “gesto magnanimo”. Purtroppo, non si può escludere neppure questa ipotesi.

Siamo certi che anche nel 2026 gli sfollati armeni dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) non potranno fare ritorno a casa. Forse ciò non avverrà mai a meno che, caduto il dittatore azero, un nuovo Azerbaigian democratico volti pagina e seppellisca una volte per tutte la retorica di guerra.

Di sicuro l’anno che sta arrivando porterà nelle prime settimane pesanti condanne a carico degli ostaggi armeni illegalmente detenuti in Azerbaigian e oggetto di un processo farsa con sentenze già prese prima ancora di iniziare. L’unica speranza è che Aliyev, tronfio per le condanne inflitte al nemico armeno, sia poi indotto a rilasciare se non tutti almeno una buona parte dei prigionieri.
Contiamo sulla pressione internazionale (molto fiacca) e su qualche iniziativa del governo armeno (che apparentemente non si scompone più di tanto…).

Il 2026 potrebbe forse portare a nuovi passi verso la normalizzazione delle relazioni con Turchia e lo stesso Azerbaigian.

Ma la parola “pace” è stata fin troppo abusata sopratutto da media e politici che non si rendono ben conto della situazione regionale.

Ci sarà “pace” non quando verrà firmato un trattato vero e proprio ma solo quando saranno rilasciati i prigionieri di guerra armeni, i soldati azeri si ritireranno dal territorio dell’Armenia, i monumenti del nostro Artsakh saranno preservati e non oggetto di vandalismi o demolizioni da parte degli occupanti azeri.

Ci sarà “pace” quando a Baku smetteranno di parlare di “Azerbaigian occidentale”, quando impareranno a usare una narrazione non di minaccia e di aggressione, quando nelle scuole elementari dell’Azerbaigian non si insegnerà più più a odiare l’armeno e non si bruceranno più le sue bandiere.

BUON ANNO A TUTTI

(con un pensiero sociale per gli armeni che si trovano nelle prigioni azere)

All’epoca, l’Armenia interruppe i negoziati sostanziali, che includevano anche l’opportunità di risolvere il conflitto tenendo conto degli interessi della popolazione. Che rispondano loro di chi è la colpa se tutto è andato in questo modo“. Lo ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo Maria Zakharova, commentando la pubblicazione, da parte del governo armeno, di documenti relativi al processo negoziale per la risoluzione del conflitto del Nagorno Karabakh.

Zakharova ha osservato che Mosca non ha mai condotto negoziati come quelli espressi a Yerevan, riguardo all’indipendenza del Nagorno Karabakh o alla sua unificazione con l’Armenia. “Per quanto riguarda la risposta di Igor Valentinovich Popov del 2021 alle domande dei media, vorrei ricordare: l’allora co-presidente russo del Gruppo di Minsk [OSCE] ha confutato con i fatti l’affermazione del Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan nel suo articolo “Origini della guerra dei 44 giorni”, secondo cui le proposte russe per un accordo equivalevano a restituire sette distretti all’Azerbaigian “così e così”, senza risolvere la questione dello status del Karabakh. In realtà, tutto era leggermente diverso, se non del tutto il contrario. È facile verificarlo: basta leggere attentamente la bozza di dichiarazione sulla prima fase dell’accordo sul Nagorno-Karabakh e sui passaggi successivi pubblicata sul sito web del governo armeno, nonché la bozza di dichiarazione di Russia, Stati Uniti e Francia a sostegno di tale dichiarazione e la rispettiva bozza di risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite“, ha affermato il portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo.

Tali documenti furono discussi nei negoziati armeno-azeri prima del cambio di potere in Armenia nel maggio 2018. Nessuna delle due parti li respinse, sebbene non fu raggiunto un accordo completo. Secondo Zakharova, i negoziati si svolsero regolarmente fino al 2018 e al 2019, quando l’amministrazione di Pashinyan interruppe di fatto il dialogo sostanziale. Ha ricordato che in quel periodo a Yerevan iniziarono le discussioni, sostenendo che il riconoscimento internazionale dell’indipendenza del Nagorno-Karabakh fosse la priorità dell’Armenia. Dichiarazioni corrispondenti furono rilasciate da Pashinyan nel marzo e nell’agosto 2019 a Stepanakert, la capitale del Karabakh, tra cui la nota affermazione: “L’Artsakh [(Nagorno Karabakh)] è l’Armenia, punto!”.

Ricordiamo molto bene cosa è successo dopo“, ha aggiunto il portavoce del Ministero degli Esteri russo, riferendosi alla seconda guerra del Karabakh nell’autunno del 2020, conclusasi solo grazie alla mediazione della Russia e personalmente del presidente Vladimir Putin.

Zakharova ha sottolineato che da allora non è la Russia, ma l’Armenia, o meglio, la posizione della sua leadership, a essere cambiata. Ha ricordato che il 6 ottobre 2022, nella dichiarazione finale del vertice di Praga, il Primo Ministro Pashinyan ha riconosciuto l’integrità territoriale dell’Azerbaigian, incluso il Karabakh. Tuttavia, come ha osservato il portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, questo documento non menzionava i diritti, le libertà, gli interessi o le preoccupazioni della popolazione locale del Karabakh. Allo stesso tempo, è stato dimenticato anche l’accordo informale raggiunto a Mosca nel novembre 2020 tra i leader di Russia, Azerbaigian e Armenia, secondo cui la questione dello status del Karabakh sarebbe stata rinviata alle generazioni future.

I documenti resi pubblici dimostrano in modo convincente che, in diverse fasi dei negoziati, si sono aperte opportunità per una risoluzione politico-diplomatica del conflitto e per la considerazione degli interessi delle popolazioni locali. L’attuazione di ciò ha richiesto una visione strategica e una volontà politica da parte delle parti. Il compito dei mediatori è assistere Baku e Yerevan, non fare tutto per loro. Ci sono state opportunità, e sono state perse, ma non è colpa nostra [cioè della Russia]“, ha affermato Zakharova.

Secondo lei, la questione principale è chi sia responsabile delle occasioni perse. “Lasciate che i leader di questo Stato rispondano ai cittadini armeni su questa questione“, ha concluso il portavoce del Ministero degli Esteri russo.

La portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo Zakharova, commentando la pubblicazione, da parte del governo armeno, di documenti relativi al processo negoziale per la risoluzione del conflitto del Nagorno Karabakh ha affermato che erevan ha ignorato i principi etici fondamentali divulgando i materiali di lavoro dei copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE e, ancor più, la corrispondenza dei capi di Stato, senza un adeguato coordinamento con le parti interessate. 

Secondo il portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, i documenti ONU e OSCE resi pubblici, alla cui preparazione e adozione la Russia ha contribuito attivamente, confermano che per tre decenni il Paese, in qualità di mediatore nazionale e di copresidente del Gruppo di Minsk dell’OSCE, ha costantemente cercato una soluzione politica e diplomatica al conflitto del Nagorno Karabakh.

Zakharova ha sottolineato che la posizione della Russia sulla questione si è sempre basata sulla ricerca di un equilibrio tra due principi fondamentali: il rispetto dell’integrità territoriale dell’Azerbaigian e la tutela dei diritti e degli interessi della popolazione indigena del Nagorno Karabakh, in conformità con le norme e gli standard riconosciuti a livello internazionale.

I negoziati sul Nagorno Karabakh hanno sempre mirato a bilanciare queste due componenti: il rispetto dell’integrità territoriale dell’Azerbaigian secondo il diritto e i principi internazionali e la salvaguardia dei diritti e degli interessi della popolazione indigena del Karabakh.

La portavoce del Ministero degli Esteri russo ha aggiunto che non sono stati condotti negoziati sull’indipendenza del Nagorno Karabakh o sulla sua unificazione con l’Armenia.

  • Il 27 settembre 2023 , durante lo sfollamento forzato di migliaia di armeni dell’Artsakh in Armenia, Ruben Vardanyan, noto filantropo e umanitario, è stato arrestato nei pressi del ponte Hakari dalle autorità azere e trasferito in una prigione a Baku. Vardanyan aveva ricoperto brevemente la carica di Ministro di Stato della Repubblica dell’Artsakh dal 4 novembre 2022 al 23 febbraio 2023. Dopo essere stato rimosso dall’incarico, ha scelto di rimanere in Artsakh per sostenere il suo popolo durante il blocco.
  • Dopo l’arresto di Ruben Vardanyan tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre 2023 , anche altre figure di spicco dell’Artsakh sono state arrestate dalle autorità azere, tra cui Davit Babayan, ex ministro degli Esteri dell’Artsakh; Levon Mnatsakanyan, ex ministro della Difesa dell’Artsakh; Davit Manukyan, ex vice comandante dell’esercito di difesa dell’Artsakh; gli ex presidenti Arkadi Ghukasyan, Bako Sahakyan, Arayik Harutyunyan; e Davit Ishkhanyan, presidente del parlamento dell’Artsakh. 
  • Il 5 aprile 2024, Ruben Vardanyan dichiarò uno sciopero della fame nel carcere di Baku, chiedendo il rilascio immediato e incondizionato suo e di altri prigionieri armeni detenuti illegalmente. Proseguì lo sciopero fino al 24 aprile, Giorno della Memoria del Genocidio Armeno. In seguito si scoprì che era stato sottoposto a tortura durante lo sciopero della fame. 
  • Il 13 giugno 2024, il team legale internazionale di Ruben Vardanyan ha presentato un appello urgente al Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, denunciando gli atti di tortura e i trattamenti disumani inflittigli dal governo azero. 
  • Nel novembre 2024, l’avvocato internazionale di Ruben Vardanyan, Jared Genser, annunciò che la Procura generale dell’Azerbaigian gli aveva negato l’ingresso a Baku, violando le norme giuridiche internazionali. 
  • Il 16 dicembre 2024, il team legale di Ruben Vardanyan ha rivelato che erano state presentate circa 42 potenziali accuse contro di lui. Se condannato, potrebbe affrontare l’ergastolo. Le accuse si basano su 20 diversi articoli del Codice penale azero. Le “prove” fabbricate si estendono su 422 volumi, ovvero oltre 105.000 pagine, tutte in azero. Non è stata fornita alcuna traduzione adeguata né un tempo ragionevole per la revisione.  
  • Il 28 dicembre 2024, il procuratore generale dell’Azerbaigian ha annunciato che i casi di 16 prigionieri armeni sarebbero stati trasferiti in tribunale. 
  • Il 16 gennaio 2025, Ruben Vardanyan riuscì a inviare un messaggio tramite la sua famiglia , dichiarando che, dal giorno del suo arresto, non aveva mai testimoniato, che tutti i documenti che portavano la sua firma erano falsi e che sia il suo avvocato che il suo traduttore erano stati costretti a firmare tali documenti. 
  • Il 17 gennaio 2025, Amnesty International ha risposto alla dichiarazione di Ruben Vardanyan, esortando le autorità azere a garantire il suo diritto a un giusto processo.  
  • Il 17 gennaio 2025, quasi un anno e cinque mesi dopo la sua detenzione illegale, iniziò un cosiddetto “processo” presso il Tribunale militare di Baku. Sebbene le autorità azere avessero promesso “processi pubblici”, solo l’organo di stampa statale AZERTAC poté accedervi. Tutte le richieste di partecipazione degli osservatori internazionali indipendenti furono respinte o ignorate. 
  • Il caso di Ruben Vardanyan è stato processato separatamente da quello degli altri leader dell’Artsakh. Nella prima udienza, Vardanyan ha chiesto di unire il suo caso agli altri, ma la corte ha respinto questa e tutte le altre sue istanze. 
  • Il 19 gennaio 2025, Ruben Vardanyan annunciò un secondo sciopero della fame per protestare contro la farsa giudiziaria in corso. “Questo cosiddetto ‘processo’ non è solo contro di me. È un tentativo di criminalizzare tutti gli armeni: tutti coloro che hanno sostenuto e dimostrato compassione verso l’Artsakh e il suo popolo, tutti coloro che hanno mostrato compassione. Questo è un attacco a un’intera nazione. Mi rifiuto di partecipare a questa farsa”. Lo sciopero della fame durò 23 giorni, indebolendo gravemente il suo potere, ma riuscì ad attirare l’attenzione internazionale sul processo farsa in corso in Azerbaigian. 
  • Il 12 marzo il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione in cui condanna il trattamento disumano riservato dall’Azerbaigian ai detenuti armeni e ne chiede il rilascio immediato e incondizionato. 
  • Il 7 marzo 2025, durante una telefonata facilitata dalla Croce Rossa, Vardanyan riuscì a inviare un lungo messaggio vocale , il primo in assoluto, alla sua famiglia, in cui fece diverse affermazioni chiave e sottolineò che “questo processo non riguarda solo me e altre 15 persone: tutti gli armeni sono sotto processo”. 
  • Il 5 giugno 2025, l’avvocato di Ruben Vardanyan a Baku, Abraham Berman, ha rilasciato una dichiarazione in cui sottolineava che la responsabilità penale deve basarsi su atti specifici commessi da un individuo in un determinato momento e luogo, in condizioni che hanno reso possibile l’atto. 
  • L’11 luglio 2025, l’avvocato Siranush Sahakyan, rappresentante degli interessi dei prigionieri di guerra armeni presso la Corte europea dei diritti dell’uomo, ha pubblicato un rapporto che descriveva dettagliatamente le gravi violazioni dei diritti di Ruben Vardanyan presso il tribunale di Baku. Ha concluso che il risultato era un processo fondamentalmente ingiusto, che ha privato la difesa di qualsiasi opportunità realistica di contestare le accuse o dimostrare l’innocenza. 
  • Il 3 settembre 2025, su richiesta delle autorità azere, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dall’Azerbaigian. Il CICR era l’unica organizzazione internazionale autorizzata a visitare i detenuti armeni a Baku. 
  • Dall’inizio del processo, il 17 gennaio 2025, si sono tenute 36 udienze in oltre otto mesi. In tutto questo periodo, non è stata presentata alcuna prova che dimostri che Ruben Vardanyan abbia commesso personalmente alcun reato. Inoltre, molte delle azioni di cui è accusato gli sarebbero state impossibili da commettere durante i presunti periodi di tempo. Tutti i cosiddetti “testimoni” hanno dichiarato di non aver mai visto o conosciuto Vardanyan e di averne sentito parlare solo attraverso i media. 

Oggi, 2 settembre, è il giorno dell’indipendenza dell’Artsakh. La Repubblica di Artsakh – attualmente occupata dall’Azerbaigian – ha 34 anni.

Il 2 settembre 1991, una dichiarazione fu adottata alla riunione congiunta dei deputati del popolo del Consiglio regionale del Nagorno Karabakh, del Consiglio regionale di Shahumyan e dei consigli di tutti i livelli, proclamando la Repubblica del Nagorno Karabakh e la formazione dei suoi organi provvisori di potere e amministrazione statale.

Come risultato del referendum tenutosi il 10 dicembre 1991, il 99,989% della popolazione dell’Artsakh disse “sì” all’indipendenza.

Nel dicembre 1991, il popolo di Artsakh partecipò alle elezioni per i deputati del Consiglio Supremo della Repubblica del Nagorno Karabakh, stabilendo il più alto organo legislativo.

Poi, nel gennaio 1992, fu convocata la sessione inaugurale del Consiglio Supremo, durante la quale fu adottata la dichiarazione di indipendenza della Repubblica di Artsakh.

Artur Mkrtchyan fu eletto presidente del Consiglio Supremo della Repubblica. L’Artsakh adottò la propria bandiera nazionale, lo stemma e l’inno.

Il 25 settembre 1991, l’Azerbaigian scatenò la prima guerra di Artsakh che durò più di 3 anni, e solo il 12 maggio 1994, i capi dei dipartimenti della difesa di Azerbaigian, Nagorno Karabakh e Armenia firmarono un documento su un cessate il fuoco.

Il 27 settembre 2020, l’Azerbaigian ha nuovamente scatenato una guerra su vasta scala contro Artsakh. È stato fermata il 9 novembre da una dichiarazione di cessate il fuoco firmata tra i leader di Armenia, Russia e Azerbaigian. Sfortunatamente, a causa della guerra, l’Azerbaigian ha occupato l’intera zona di sicurezza di Artsakh, così come Shushi e Hadrut.

Poi, ancora il 19 settembre 2023 l’Azerbaigian ha portato a compimento una nuova offensiva contro il territorio armeno dell’Artsakh costringendo tutta la popolazione a trovare rifugio in Armenia.

Da allora l’intero territorio del Nagorno Karabakh (Artsakh) è formalmente occupato.

Ma il sacrifico di tutti coloro che hanno dato la propria vita per la libertà e l’indipendenza di questa piccola patria armena non può essere dimenticato.

ONORE AI CADUTI !

ONORE ALLA REPUBBLICA DI ARTSAKH!

L’Assemblea nazionale dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) ha rivolto un appello ai Paesi partecipanti all’OSCE a nome del popolo armeno sfollato dell’Artsakh. Questo il testo:

“A nome dei 150.000 armeni del Nagorno Karabakh – uomini, donne e bambini che sono stati sfollati con la forza dalla loro patria ancestrale – ci rivolgiamo a voi con profonda urgenza e profonda preoccupazione in merito alla recente richiesta unilaterale di Armenia e Azerbaigian di porre fine al mandato del Gruppo di Minsk dell’OSCE.

Per decenni, il Gruppo di Minsk si è affermato come l’unica piattaforma riconosciuta a livello internazionale per una risoluzione pacifica del conflitto del Nagorno Karabakh. Sciogliere questo meccanismo senza consultare i rappresentanti eletti del popolo per il quale è stato istituito significa ignorare la nostra voce e negare il nostro ruolo nel processo.

Esortiamo rispettosamente tutti gli Stati partecipanti all’OSCE a esercitare la propria autorità, compresi i poteri di veto ove necessario, per impedire lo smantellamento di questo quadro finché non saranno in vigore solide garanzie per assicurare il ritorno sicuro e dignitoso della popolazione armena sfollata del Nagorno-Karabakh. Questo diritto è sancito dall’articolo 13(2) della Dichiarazione universale dei diritti umani, dall’articolo 12(4) del Patto internazionale sui diritti civili e politici, e ribadito dalla sentenza della Corte internazionale di giustizia del 17 novembre 2023.

Qualsiasi soluzione alternativa deve garantire i seguenti principi fondamentali:

• Il diritto al ritorno in sicurezza e dignità per gli armeni del Nagorno Karabakh;

• Il ripristino dei canali di dialogo e negoziazione, come quelli facilitati dal Gruppo di Minsk;

• Piena inclusione dei nostri rappresentanti in tutte le discussioni che determinano il nostro futuro.

Il conflitto non può essere considerato risolto finché un’intera popolazione rimane sradicata, privata dei suoi diritti inalienabili. Il nostro spostamento non è stato né volontario né accidentale: è stato il risultato di assedi, carestie e attacchi militari, azioni che rimangono irrisolte dalla comunità internazionale.

Nonostante queste difficoltà, riaffermiamo il nostro incrollabile impegno per una soluzione pacifica e negoziata che garantisca sicurezza, autodeterminazione e coesistenza. Eliminare l’ultima traccia di impegno internazionale senza un’alternativa credibile e inclusiva consoliderebbe l’ingiustizia e renderebbe la pace ancora più sfuggente.

Legittimare la pulizia etnica condotta dall’Azerbaigian nel Nagorno Karabakh e considerare risolto il conflitto lascerebbe una macchia indelebile e sanguinosa sulla storia, l’autorità e i principi dell’OSCE.

Vi invitiamo ad agire in conformità con i principi fondanti dell’OSCE e gli obblighi del diritto internazionale. Restiamo pronti a collaborare in modo costruttivo con l’OSCE e i suoi Stati partecipanti per promuovere una risoluzione giusta e duratura e garantire il ritorno sicuro, pacifico e dignitoso del nostro popolo in patria. Il nostro futuro, e la nostra stessa sopravvivenza, dipendono dalle vostre azioni oggi.

Ashot Danielyan

Presidente dell’Assemblea nazionale del Nagorno Karabakh

A nome di tutte le fazioni e dei membri dell’Assemblea Nazionale”

Se l’Armenia ritirasse le sue azioni legali presso i tribunali internazionali come indicato dall’accordo prefato di Washington, , la questione dei prigionieri armeni detenuti nella capitale azera Baku diventerebbe irrisolvibile. Se la strada politica fallisse, si ritroverebbero in una situazione di totale indifesa.

Lo ha affermato alcuni giorni fa in un’intervista l’avvocato Siranush Sahakyan, che rappresenta gli interessi dei prigionieri armeni presso la Corte europea dei diritti dell’uomo.

Ma Sahakyan ha espresso la speranza che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump mantenga la promessa fatta durante gli incontri a Washington DC la scorsa settimana e che il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, come gesto umanitario, rilasci i prigionieri armeni detenuti a Baku.

L’accordo di pace [firmato tra Armenia e Azerbaigian la scorsa settimana a Washington] non contiene nemmeno una disposizione riguardante i prigionieri [armeni] [a Baku], ma la questione è inclusa nelle cause legali interstatali. Pertanto, se la Repubblica d’Armenia ritirasse le cause legali, la questione dei prigionieri diventerebbe irrisolvibile“, ha affermato Sahakyan.

Ha osservato che il suddetto accordo di pace prevede l’impegno a ritirare qualsiasi controversia legale tra Armenia e Azerbaigian.

Sorge una domanda: se le disposizioni dell’accordo vengono violate e l’Azerbaigian non mostra alcun cambiamento di comportamento, quale sarà la condotta dell’Armenia? Genererà una nuova controversia legale, nelle condizioni in cui si è assunta l’obbligo di ritirare le controversie legali già in corso? Qui, a quanto pare, si sta creando una situazione casistica contraddittoria“, ha aggiunto Siranush Sahakyan.

Va sottolineato anche il fatto che i prigionieri armeni detenuti illegalmente nella capitale azera Baku sono completamente isolati, poiché le attività della Croce Rossa in Azerbaigian sono state di fatto sospese. Sebbene l’ufficio della Croce Rossa manterrà legalmente la sua presenza in Azerbaigian fino a settembre, non potrà svolgere attività sostanziali.

Queste persone sono tenute in condizioni di completo isolamento, il contatto con il mondo esterno avviene esclusivamente tramite telefonate, nessun organismo indipendente monitora le loro condizioni fisiche e psicologiche e svolge alcuna attività. Non ci sono altri sviluppi nel processo, le udienze procedono a un ritmo prestabilito, l’esito è prevedibile. Abbiamo ripetutamente sottolineato che la questione è politica, i prigionieri armeni hanno effettivamente lo status di ostaggi, poiché il loro rilascio è legato alla risoluzione di questioni dell’agenda politica. E la questione prioritaria è la firma dell’accordo di pace [tra Armenia e Azerbaigian]. L’Azerbaigian ha creato una nuova leva con la questione dei prigionieri, che è stata utilizzata ripetutamente. A nostro avviso, il rilascio dei 23 armeni [a Baku] sarà possibile esclusivamente nel contesto di questo processo, attraverso un percorso politico“, ha affermato Sahakyan.

Sahakyan ha inoltre ricordato che durante gli incontri tenutisi a Washington la scorsa settimana, anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva sollevato la questione di questi prigionieri.

Credo che verrà compiuto un gesto umanitario e, dopo la firma dei documenti, la questione del loro rimpatrio sarà risolta. Le preoccupazioni potrebbero riguardare la questione se il rimpatrio avverrà in più fasi o se i 23 prigionieri saranno rimpatriati in un’unica soluzione. Non escludo che l’Azerbaigian opterà per un’opzione graduale“, ha aggiunto Sahakyan.

Ha osservato che, grazie alle attività di accertamento dei fatti svolte, sono stati in grado di documentare almeno 80 casi di prigionia che non sono stati accettati e confermati dalle autorità azere.

Poiché l’Azerbaigian ha negato attraverso vari canali che queste persone siano sotto la sua custodia, dal punto di vista dei diritti umani questo gruppo ha modificato il suo regime giuridico e ci troviamo di fronte a persone scomparse forzatamente. Si tratta di almeno 80 casi, ma non escludiamo che i numeri siano incomparabilmente più alti“, ha aggiunto Siranush Sahakyan.

Intanto i processi farsa a carico di 23 armeni (comprese le ex autorità della repubblica di Artsakh) vanno avanti a Baku.

Il ministero degli Esteri della repubblica di Armenia ha diramato il testo dell’accordo di pace che è stato siglato (non firmato) a Washington dal premier armeno Pashinyan e dal presidente azero Aliyev.

Di comune accordo, viene pubblicato l’Accordo siglato per l’istituzione della pace e delle relazioni interstatali tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbaigian.

Accordo per l’istituzione della pace e delle relazioni interstatali tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbaigian

La Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbaigian (di seguito, le Parti),

– Consapevoli dell’urgente necessità di stabilire una pace giusta, globale e duratura nella regione;

– Desiderando contribuire a tale scopo attraverso l’instaurazione di relazioni interstatali;

– Guidate dalla Carta delle Nazioni Unite, dalla Dichiarazione sui principi di diritto internazionale concernenti le relazioni amichevoli e la cooperazione tra gli Stati in conformità con la Carta delle Nazioni Unite (1970), dall’Atto finale della Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (1975) e dalla Dichiarazione di Almaty del 21 dicembre 1991, e mirando a sviluppare relazioni sulla base delle norme e dei principi ivi sanciti;

– Esprimendo la reciproca volontà di stabilire un buon vicinato tra loro;

Hanno concordato di stabilire la pace e le relazioni interstatali tra loro sulla base di quanto segue:

ARTICOLO I

Dopo aver confermato che i confini tra le Repubbliche Socialiste Sovietiche dell’ex URSS sono diventati i confini internazionali dei rispettivi stati indipendenti e sono stati riconosciuti come tali dalla comunità internazionale, le Parti riconoscono e rispetteranno la sovranità, l’integrità territoriale, l’inviolabilità dei confini internazionali e l’indipendenza politica reciproca;

ARTICOLO II

Nel pieno rispetto dell’Articolo I, le Parti confermano di non avere alcuna rivendicazione territoriale reciproca e di non avanzare alcuna rivendicazione del genere in futuro.

Le Parti non intraprenderanno alcun atto, compresa la pianificazione, la preparazione, l’incoraggiamento e il sostegno di tali atti, che mirino a smantellare o compromettere, totalmente o in parte, l’integrità territoriale o l’unità politica dell’altra Parte;

ARTICOLO III

Le Parti, nelle loro relazioni reciproche, si astengono dall’uso della forza o dalla minaccia dell’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica o in qualsiasi altro modo incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite. Esse non consentono a nessuna Parte terza di utilizzare i rispettivi territori per usare la forza contro l’altra Parte in modo incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite;

ARTICOLO IV

Le Parti si asterranno dall’interferire negli affari interni dell’altra;

ARTICOLO V

Entro _____ giorni dallo scambio degli strumenti di ratifica del presente Accordo da parte di entrambe le Parti, le Parti stabiliranno relazioni diplomatiche tra loro in conformità con le disposizioni delle Convenzioni di Vienna sulle relazioni diplomatiche e consolari (rispettivamente del 1961 e del 1963);

ARTICOLO VI

Nel pieno rispetto dei loro obblighi ai sensi dell’articolo I del presente Accordo, le Parti condurranno in buona fede negoziati tra le rispettive commissioni di frontiera in conformità con i regolamenti concordati delle Commissioni per concludere l’Accordo sulla delimitazione e demarcazione del confine di Stato tra le Parti;

ARTICOLO VII

Le Parti non dispiegheranno lungo i rispettivi confini forze di terze parti. Le Parti, in attesa della delimitazione e della successiva demarcazione dei rispettivi confini, attueranno misure di sicurezza e di rafforzamento della fiducia concordate, anche in ambito militare, al fine di garantire la sicurezza e la stabilità nelle regioni di confine;

ARTICOLO VIII

Le Parti condannano e combatteranno l’intolleranza, l’odio e la discriminazione razziale, il separatismo, l’estremismo violento e il terrorismo in tutte le loro manifestazioni all’interno delle rispettive giurisdizioni e rispetteranno i loro obblighi internazionali applicabili;

ARTICOLO IX

Le Parti si impegnano ad affrontare i casi di persone scomparse e sparizioni forzate avvenuti nel conflitto armato che ha coinvolto entrambe le Parti, anche attraverso lo scambio di tutte le informazioni disponibili su tali persone, direttamente o in cooperazione con le organizzazioni internazionali competenti, a seconda dei casi. Le Parti, con la presente, riconoscono l’importanza di indagare sulla sorte di tali persone, inclusa la ricerca e la restituzione delle salme, ove opportuno, e di garantire che giustizia sia fatta nei loro confronti attraverso indagini appropriate, come mezzo di riconciliazione e di rafforzamento della fiducia. Le relative modalità, a tale riguardo, saranno negoziate e concordate in dettaglio in un accordo separato;

ARTICOLO X

Al fine di stabilire una cooperazione in vari settori, tra cui quello economico, del transito e dei trasporti, ambientale, umanitario e culturale, le Parti possono concludere accordi in aree di reciproco interesse;

ARTICOLO XI

Il presente Accordo non viola i diritti e gli obblighi delle Parti ai sensi del diritto internazionale e dei trattati conclusi da ciascuna di esse con altri Stati membri delle Nazioni Unite. Ciascuna Parte garantisce che nessuno degli impegni internazionali attualmente in vigore tra essa e terzi pregiudichi i propri obblighi assunti ai sensi del presente Accordo;

ARTICOLO XII

Le Parti, nelle loro relazioni bilaterali, si ispirano al diritto internazionale e al presente Accordo. Nessuna delle Parti può invocare le disposizioni della propria legislazione interna come giustificazione per la mancata esecuzione del presente Accordo.

Le Parti, in conformità con la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati (1969), si astengono da atti che possano vanificare l’oggetto e lo scopo del presente Accordo prima della sua entrata in vigore;

ARTICOLO XIII

Le Parti garantiscono la piena attuazione del presente Accordo e istituiscono una commissione bilaterale per supervisionare l’attuazione del presente Accordo. La Commissione opererà sulla base di modalità che saranno concordate dalle Parti;

ARTICOLO XIV

Fatti salvi i diritti e gli obblighi derivanti dal diritto internazionale e da altri trattati che le vincolano nelle loro relazioni reciproche, le Parti si adopereranno per risolvere qualsiasi controversia relativa all’interpretazione o all’applicazione del presente Accordo attraverso consultazioni dirette, anche in seno alla Commissione di cui all’Articolo XIII. Qualora tali consultazioni non producano risultati accettabili per entrambe le Parti entro 6 mesi, le Parti cercheranno altri mezzi di risoluzione pacifica delle controversie;

ARTICOLO XV

Fatto salvo l’articolo XIV, le Parti ritireranno, respingeranno o altrimenti risolveranno tutte le rivendicazioni, i reclami, le proteste, le obiezioni, i procedimenti e le controversie interstatali relativi alle questioni esistenti tra le Parti prima della firma del presente Accordo in qualsiasi foro legale entro un mese dalla data di entrata in vigore del presente Accordo e non avvieranno tali rivendicazioni, reclami, proteste, obiezioni, procedimenti e non saranno coinvolte in alcun modo in tali rivendicazioni, reclami, proteste, obiezioni, procedimenti avviati contro l’altra Parte da terzi.

Le Parti non intraprenderanno, incoraggeranno o saranno coinvolte in alcun modo in alcuna azione ostile reciproca contraria al presente Accordo in ambito diplomatico, informativo e di altro tipo e condurranno consultazioni regolari a tal fine;

ARTICOLO XVI

L’Accordo entrerà in vigore dopo lo scambio degli strumenti che notificano il completamento delle procedure interne in conformità con le legislazioni nazionali delle Parti. Il presente Accordo sarà registrato in conformità con l’articolo 102 della Carta delle Nazioni Unite;

ARTICOLO XVII

Il presente Accordo è stipulato in lingua armena, azera e inglese, e tutti e tre i testi sono ugualmente autentici. In caso di divergenza sul significato di una disposizione contenuta in uno qualsiasi dei testi autentici, prevarrà il testo inglese.

Data, luogo