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RUBEN VARDANYAN È STATO CONDANNATO A VENTI ANNI DI RECLUSIONE DAL TRIBUNALE DI BAKU
Come facilmente prevedibile, il regime azero ha inflitto una pesante condanna all’ex ministro dell’Artsakh (rimasto peraltro in carica solo quattro mesi). Si è quindi concluso l’ultimo “processo” a carico dei prigionieri di guerra armeni illegalmente detenuti dall’Azerbaigian con accuse ridicole, una farsa che ha visto gli imputati privati delle minime garanzie di difesa e dove non è stata ammessa la stampa internazionale.
Vardanyan ha ricoperto l’incarico di ministro di Stato della repubblica di Artsakh per soli quattro mesi da fine 2022 a inizio dell’anno seguente. Tanto è bastato al criminale dittatore Aliyev per farlo condannare.

DICHIARAZIONE DELLA FAMIGLIA DI RUBEN VARDANYAN – 17 febbraio 2026

“Oggi abbiamo appreso che Ruben Vardanyan, amato marito, padre, fratello e nonno, è stato condannato a 20 anni di reclusione.

La sentenza emessa dal tribunale militare in Azerbaijan è stata sconvolgente, ma prevedibile. Da quando Ruben è stato ingiustamente arrestato 874 giorni fa, era chiaro che l’esito di questo processo era predeterminato. Durante tutto il suo periodo di detenzione, non sono state presentate prove per nessuna delle accuse mosse contro di lui.

Per tutto questo tempo, a Ruben sono state negate qualsiasi garanzia di un processo legale equo, l’accesso a una difesa legale reale e non formale, la possibilità di contattare avvocati internazionali e la presenza di media indipendenti alle udienze.

Le udienze si sono svolte a porte chiuse e in condizioni incompatibili con gli standard di un processo equo, non solo secondo il diritto internazionale, ma anche secondo la legislazione azera.

Nonostante i tentativi di distruggere la reputazione di Ruben come attivista umanitario, filantropo e imprenditore sociale, i leader della società civile e gli osservatori internazionali hanno fornito alla nostra famiglia un sostegno che ci ha dato forza e speranza.

Tutti coloro che conoscono personalmente Ruben o che hanno interagito con lui professionalmente comprendono l’assurdità e l’infondatezza delle accuse mosse contro di lui.

Non è stato giudicato solo Ruben e i prigionieri armeni – la sentenza è stata emessa contro tutto il popolo armeno.

Continueremo a chiedere la liberazione di Ruben e dei prigionieri armeni detenuti per motivi politici e chiediamo ai leader mondiali, alle organizzazioni internazionali e alle comunità per i diritti umani di adottare tutte le misure appropriate, in conformità con le norme del diritto internazionale, per garantire la loro libertà e la protezione dei diritti”.

Ruben Vardanyan, ex Ministro di Stato della repubblica armena di Artsakh, è da oltre un anno sotto processo in Azerbaigian. Fu rapito dagli azeri a fine settembre 2023 mentre lasciava l’Artsakh come tutta la popolazione armena sfollata a causa dell’ultima aggressione dell’Azerbaigian.
Il suo processo, come quello ad altri 15 prigionieri di guerra armeni, è stato ninete più che una farsa, senza alcuna garanzia per l’imputato e con una sentenza di condanna già scritta prima ancora di essere pronunciata.
All’ultima udienza, Vardanyan è riuscito a fare un’ultima dichiarazione che è stato in grado di far conoscere, tramite una conversazione telefonica, ai propri familiari in Armenia.
Ecco le sue parole.

<<Il 10 ho fatto la mia ultima dichiarazione, vietando all’avvocato di presentare argomentazioni difensive, perché ritengo che questo non sia un processo, ma un simulacro di processo. Non c’era alcuna possibilità per un processo normale.

Pertanto, nonostante tutta la resistenza dei giudici, l’avvocato si è trattenuto e non ha presentato alcuna argomentazione.

Ho parlato molto brevemente. Non ripeterò – ho già espresso le mie idee principali a dicembre. Ma ho letto un poema importante che vorrei leggere anche a voi, e ho letto due poesie. Vorrei leggere un poema che si riferisce più all’Armenia che al luogo in cui mi trovo.

Questo poema è stato scritto all’inizio del XVI secolo dal poeta azero Fizuli, in una traduzione di Lugovskij.

Il padishah della terra d’oro corrompe le persone con l’argento,
Prepara le truppe per conquistare un altro paese,
Vince con cento trucchi e astuzie,
Ma anche in questo paese non c’è gioia e tranquillità.
E in quell’ora fatale in cui il destino ha preso una svolta,
Muore il padishah stesso, il paese e milioni di persone.
Guarda: io sono il sovrano, il derviscio, forte con le truppe delle parole.
La parola potente è la fonte della mia vittoria.
Vedi, ogni mia parola è un gigante che trae forza dalla verità,
Se la parola lo vuole, mare e terra gli si sottometteranno.
Ovunque io la mandi, la parola non conosce onore né tesoro,
La parola, dopo aver conquistato un paese, non imprigionerà nessuno.
Tutte le forze dell’universo non cancelleranno la parola,
Non la schiaccerà la ruota dell’ingannevole destino.
I governanti del mondo non mi concederanno benefici,
Nella mia testa c’è una corona della mia umile scultura.
Sono libero in tutto! Chiunque tu sia, mio ascoltatore,
Non devi essere uno schiavo per un pane passeggero.

E nemmeno per i convogli di benzina. Quello che ho detto, e voglio dire ancora una volta, è che dobbiamo capire che ci attende una lunga strada di pace, non è molto facile. Dovremo passare un grande rinnovamento interiore, ricostruire noi stessi, prima di tutto, perché la pace può esserci solo, lo ripeto ancora una volta, quando ci saranno due vicini uguali.

Se uno si umilierà davanti all’altro, non otterrà nulla, nessuna pace. Spero che lo capiremo e capiremo che tutto dipende solo da noi stessi, da quanto riesciremo a ricostruire noi stessi, a ripristinare il nostro rispetto per noi stessi e a ripristinare noi stessi, mantenendo la razionalità del fatto che dobbiamo vivere davvero in pace nella regione. L’ho detto in tribunale, l’ho detto tre volte, cosa che hanno cercato di interrompere: l’Artsakh è stato, è e sarà esistenzialmente. Quello che è stato, è e sarà.

Allora la questione non è di forma legale, ma che questo non può essere semplicemente cancellato da nessuno. E ne sono profondamente convinto. Ho detto che farò tutto il possibile affinché prima della nostra vita, della mia, spero, i tre leader delle tre parti che hanno partecipato al conflitto depongano fiori sulle tombe delle persone di qualsiasi nazionalità, di qualsiasi religione, e si scusino con tutte le madri per i figli morti. Spero che questo accada un giorno e che venga fatto con rispetto, trattando tutti con rispetto, l’uno con l’altro.

E sono felice, ho detto, di rappresentare il popolo armeno qui, in questo tribunale, senza temere alcuna punizione o decisione e pronto ad accettarla con assoluta calma, perché questo non è un tribunale, ma un simulacro di tribunale. E, purtroppo, non hanno colto l’opportunità di fare un processo normale, che avrebbe permesso di gettare le basi per una pace duratura, e hanno invece organizzato uno spettacolo incomprensibile e non professionale, che, purtroppo, non ha apportato alcun beneficio a nessuno, soprattutto allo Stato azero. Sono sicuro.

Ruben Vardanyan
10.02.2026

Il 18 febbraio 2025, i media statali azeri hanno riportato i dettagli della terza udienza del processo all’ex Ministro dello Stato dell’Artsakh, Ruben Vardanyan.

Ruben Vardanyan, illegalmente detenuto e processato dal regime azero di Aliyev, ha rilasciato un breve comunicato trasmesso dalla sua famiglia dopo la breve telefonata settimanale del 19 febbraio 2025. Vardanyan ha annunciato uno sciopero della fame in segno di protesta contro il processo “giudiziario” inscenato contro di lui a Baku. Vardanyan è stato il Ministro di Stato (figura equivalente a quella del Primo Ministro) della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh dal novembre 2022 al febbraio 2023, Dal 27 settembre 2023 è incarcerato in Azerbaigian.
Questo il testo del suo appello:

«Ieri ho deciso di protestare, dichiarando uno sciopero della fame, contro la farsa giudiziaria, che si sta svolgendo contro di me. Questa è la mia risposta alle palesi violazioni del diritto procedurale azero e del diritto internazionale. Ciò che sta accadendo in aula non può essere definito un processo: è uno spettacolo politico, in cui il mio diritto ad un’equa udienza viene palesemente ignorato.
Nel mese scorso, il mio avvocato locale, Avraam Berman, e io abbiamo cercato di chiarire alla Corte che è fondamentale per me che questo cosiddetto “processo” sia obiettivo piuttosto che una messa in scena. Purtroppo, è stato chiaro fin dall’inizio che questo caso riguarda la mia persecuzione in quanto Armeno, semplicemente per aver esercitato i miei diritti alla libertà di opinione ed espressione e alla partecipazione politica ai sensi del diritto internazionale, che mirano a proteggere i diritti della popolazione Armeno-Cristiana dell’Artsakh.
Nonostante l’Azerbajgian sia uno Stato parte della Convenzione europea sui diritti dell’uomo e del Patto internazionale sui diritti civili e politici, questo processo è stato anche costellato di gravi abusi del giusto processo:


1. Vengo processato in un tribunale militare illegale e non in una corte civile.

2. Non mi è stato concesso pieno accesso all’atto di accusa e alle cosiddette “prove” contro di me: 422 volumi in azero, per i quali mi sono stati concessi solo 21 giorni lavorativi per esaminarli, che sono stati classificati come “segreti di Stato”.

3. L’”atto di accusa” che mi è stato presentato non è un documento ufficiale, in quanto non riporta le firme dei miei accusatori. Anche la traduzione di questo cosiddetto documento contiene errori grossolani, rendendo impossibile per me comprendere le accuse contro di me.

4. Mi è stato negato il diritto alla difesa: il mio avvocato locale, Avraam Berman, ha avuto accesso limitato ai materiali, i suoi documenti sono stati confiscati ed è stato sottoposto a pressioni psicologiche. Inoltre, al mio team legale internazionale è stato impedito di comunicare con me o di farmi visita e non ha avuto accesso a nessuno dei materiali del caso.

5. Non mi è stato permesso di convocare testimoni della difesa o di presentare denunce in merito alle violazioni commesse durante le indagini e il processo.

6. Tutte le udienze sono state segrete e chiuse al pubblico. I giornalisti stranieri e i rappresentanti internazionali indipendenti sono stati esclusi dall’aula di tribunale.

Questo cosiddetto “processo” non è solo contro di me. È un tentativo di criminalizzare tutti gli Armeni: tutti coloro che hanno sostenuto e dimostrato compassione verso l’Artsakh e il suo popolo, e tutti coloro che hanno mostrato compassione. Questo è un attacco ad un’intera nazione. Mi rifiuto di partecipare a questa farsa. Faccio appello ai leader mondiali, alle organizzazioni internazionali, ai difensori dei diritti umani e ai membri della stampa:
Questo processo richiede la vostra attenzione. L’imitazione della giustizia è un’approvazione dell’illegalità e dell’ingiustizia. Il silenzio di fronte a tali violazioni apre la strada a future tragedie, alimentando l’ostilità e una nuova ondata di odio. Solo attraverso la verità, la legge e l’umanità, la pace e la giustizia possono essere garantite nella regione.
Ruben Vardanyan».