Appello dei rifugiati armeni alla comunità internazionale

Le organizzazioni non governative dell’Armenia e del Nagorno Karabakh (Artsakh) per la tutela dei diritti dei rifugiati armeni dell’Azerbaigian e del Nagorno Karabakh si appellano alla comunità internazionale, in particolare, agli Stati membri dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE) con la richiesta di riconoscimento dell’indipendenza del Nagorno Karabakh (Artsakh) e del diritto dei rifugiati armeni di tornare nel Nagorno Karabakh.

Secondo i dati delle sottoscritte organizzazioni, a seguito della deportazione forzata degli armeni da Sumgait, Kirovabad (Ganja), Baku e altre città dell’Azerbaigian, circa 500mila armeni hanno dovuto lasciare il Paese nel periodo 1988-1991.
I rifugiati armeni emigrarono nei Paesi europei, in Russia e negli Stati Uniti. Circa 360mila rifugiati armeni dall’Azerbaigian si stabilirono in Armenia e Nagorno Karabakh. I rappresentanti delle organizzazioni richiamano anche l’attenzione della comunità internazionale sul fatto che a seguito della guerra nel Nagorno Karabakh nel 2020, tutti gli armeni delle città di Shushi e Hadrut e delle aree vicine sono stati costretti a lasciare le loro case, poiché queste aree sono state catturate dall’esercito azero.

Inoltre, la persistente retorica anti-armena dell’odio in Azerbaigian, le ostilità in corso e gli attacchi sporadici e le loro conseguenze, discutibili e temporanee misure a garanzia di sicurezza minacciano la sicurezza delle persone e la capacità di vivere la propria vita. La situazione attuale si traduce in un consistente flusso migratorio dal Nagorno Karabakh. Questo ambiente crea lo spopolamento degli armeni dalle terre in cui hanno vissuto per secoli.

Considerando quanto sopra, così come l’origine storica del conflitto ovvero la decisione di Stalin di trasferire il Nagorno Karabakh nel 1920 all’Azerbaigian, nonché la crudele ingiustizia contro la popolazione armena del Nagorno Karabakh e dell’Azerbaigian, facciamo appello affinché sia data un’opportunità a tutte le vittime dirette di questo conflitto, vale a dire gli armeni dell’Azerbaigian e del Nagorno Karabakh, per tornare alla loro patria storica nel Nagorno Karabakh, nelle aree di Shushi e Hadrut.

Il presupposto per il ripristino della giustizia e il rispetto dei diritti di tutti i rifugiati armeni dovrebbe essere la comprensione che questo conflitto etnico politico può essere risolto solo a condizione della sovranità, del riconoscimento senza precedenti dell’indipendenza del Nagorno Karabakh.

Omicidi di massa e pogrom a Sumgait, Kirovabad (Ganja), Baku e altre città dell’Azerbaigian negli anni ’90, guerre scatenate nel Nagorno Karabakh dall’Azerbaigian con l’obiettivo di sradicare gli armeni dal Nagorno Karabakh negli anni ’90, nel 2016 e nel 2020 , pestaggi brutali, omicidi barbari, stupri, crimini di guerra e civili: tutto questo è una prova ferrea e una prova dell’impossibilità di coesistenza sotto lo stato azero.
Le persone hanno il diritto di vivere in un ambiente sicuro.

NOI, RIFUGIATI ARMENI DELL’AZERBAIGIAN E DEL NAGORNO KARABAKH, FACCIAMO APPELLO ALLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE E AGLI STATI MEMBRI DEL CONSIGLIO D’EUROPA, AFFINCHE’ VENGANO TUTELATI I NOSTRI DIRITTI AL RITORNO E A UNA VITA DEGNA E SICURA NELLA NOSTRA STORICA PATRIA.

ONG per la voce, la difesa e la protezione dei diritti dei rifugiati, presidente Oksana Musaelyan. Armenia

Associazione delle donne rifugiate, presidente Ruzanna Avakyan. Nagorno Karabakh

Unione dei rifugiati in nome della giustizia, Snezhana Tamrazyan. Nagorno Karabakh

La nostra Casa-Armenia, Assistente del Presidente, Rima Abrahamyan, Armenia

Memory Dignity Justice Association, presidente Garen Bagdasarian, USA

Dichiarazione di Stepanakert sulle visite di delegazioni straniere nei territori occupati

Il ministero degli Affari esteri della repubblica di Artsakh ha rilasciato il seguente comunicato stampa:

“Ribadiamo l’inammissibilità dei tentativi dell’Azerbaigian di consolidare l’occupazione illegale dei territori della Repubblica di Artsakh, che sono stati sequestrati a seguito dell’aggressione di 44 giorni scatenata dall’Azerbaigian con la partecipazione diretta della Turchia e dei terroristi internazionali nel settembre 2020. Qualsiasi azione mirante a legittimare i risultati delle violazioni del diritto internazionale e dell’uso illegale delle forze armate va condannata fermamente.

Uno di questi esempi lampanti della politica di Baku di creare le basi per riconoscere le sue azioni illegali come una norma accettabile è la visita dei presidenti dei parlamenti dell’Azerbaigian, della Turchia e del Pakistan alla città di Shoushi, che è sotto l’occupazione temporanea dell’Azerbaigian.

Riteniamo necessario sottolineare l’inaccettabilità e la natura provocatoria di tali visite di funzionari dell’Azerbaigian e di altri Paesi nei territori occupati della Repubblica di Artsakh, in quanto costituiscono una grave violazione del diritto internazionale, una sfida al mondo civile e mirano a escludere la possibilità di creare i presupposti per una soluzione globale del conflitto tra Azerbaigian e Karabagh.

Ribadiamo l’inviolabilità della posizione della Repubblica di Artsakh secondo cui il ripristino dell’integrità territoriale e l’acquisizione della personalità giuridica internazionale da parte di Artsakh sono condizioni indispensabili per raggiungere una soluzione globale del conflitto e stabilire una pace duratura nella regione”.

La strategia turco-azera contro gli armeni

La nuova provocazione azera di ieri sera nei pressi del villaggio di Yeraskh non rappresenta certo una novità.Solo cinque giorni prima un soldato armeno era stato mortalmente colpito dal fuoco nemico. Ieri, lo scambio di colpi è durato alcune ore e ha provocato il ferimento del sindaco del villaggio.

Ancora una volta l’Azerbaigian cerca provocatoriamente di modificare la linea di confine e tenta di avanzare le proprie posizioni.

Dopo l’aggressione all’Artsakh questa è la seconda fase dell’attacco turco-azero al popolo armeno.
Dal 12 maggio centinaia di soldati azeri hanno avanzato le proprie posizioni lungo il confine orientale dell’Armenia all’altezza della regione di Geghargunik. Il Syunik è costantemente minacciato (ieri altra sassaiola contro veicoli armeni in transito), da alcuni giorni i tentativi azeri si sono spostati sul fronte del Nakhchivan.
Per non parlare delle decine di prigionieri armeni di guerra ancora trattenuti illegalmente a Baku. Aliyev fa la voce grossa, minaccia di “riprendersi le terre storiche azere” (sì, detto dal presidente di una nazione nata solo nel 1918 fa un po’ ridere…) occupando addirittura Yerevan, il Sevan e il Syunik; soprattutto la parte meridionale dell’Armenia fa gola al dittatore perchè assicurerebbe una continuità territoriale fra Azerbaigian e Turchia avverando il sogno dei Giovani turchi genocidiari.

La strategia turco-azera è quella di indebolire l’Armenia (e ovviamente l’Artsakh) progressivamente, aprendo nuove aree di crisi.
L’Armenia oggi è un pugile alle corde, messo all’angolo e colpito ripetutamente. Non si è ancora ripreso dalla cocente sconfitta della scorsa guerra, le sue forze armate devono essere rifondate e rifornite con armi moderne ed efficaci. I soldati armeni di frontiera sono costretti a difendersi con vecchi fucili di epoca sovietica, trovano alloggio in baracche di fortuna, sono facile obiettivo dei soldati azeri.
Oggi è stato dato l’annuncio che il ministro della Difesa di Yerevan (Vagharshak Harutyunyan), entrato in carica il 20 novembre, sarà sostituito a breve.

Ecco perchè Aliyev spinge con le provocazioni sapendo che gli armeni non possono o non vogliono reagire come dovrebbero.
La comunità internazionale è assente, la Russia è ondivaga, l’Europa è incapace di prendere una posizione netta (solo tre giorni fa la visita nella regione del presidente del Consiglio Charles Michel).

Quanto andrà avanti questa situazione? I rischi di una nuova guerra, quasta volta tra Armenia e Azerbaigian, sono sempre più alti.

(nella foto la mappa di Yeraskh dove negli ultimi giorni sono avvenuti scontri a fuoco: si noti la posizione del villaggio quasi al confine tra Armenia, Azerbaigian e Turchia, non lontano dalla exclave di Tigranashen/Karki che gli azeri vorrebbero occupare)

Cipro nord e Artsakh: ipocrisia azera

Una delegazione parlamentare azera, guidata dal presidente Samad Seyidov del Comitato per le relazioni internazionali e interparlamentari, ha visitato per la prima volta la autoproclamata “Repubblica turca di Cipro del Nord”. La delegazione è stata ricevuta dal Primo ministro di Cipro del Nord, Ersin Tatar, che ha dichiarato: “Siamo una nazione, tre Stati“. Ha aggiunto che questa è stata una “visita storica”. A sua volta, Seyidov ha dichiarato: “Vogliamo che Cipro del Nord diventi più forte, che il mondo turco diventi più forte. Pertanto, Turchia, Azerbaigian e Cipro del Nord devono essere uniti“.

Dunque, l’Azerbaigian ha “sdoganato” la parte dell’isola conquistata militarmente dai turchi nel 1974 e proclamatasi indipendente nel 1983.
Fino ad oggi, nonostante la natura turca di questa repubblica de facto riconosciuta dalla sola Turchia, l’Azerbaigian si era guardato bene dal professare – almeno pubblicamente – un qualche sostegno.
Il rischio che la comunità internazionale potesse fare un parallelo con la situazione del Nagorno Karabakh (Artsakh) ed evidenziare quindi la contraddizione politica dei due pesi e delle due misure ha spinto Baku a tenersi lontano dalla questione dell’isola mediterranea.

Ma ora, vinta la guerra, conquistato buona parte dell’Artsakh, con l’Armenia messa alle corde e una comunità internazionale molto sensibile al richiamo dei petrodollari del dittatore e passiva di fronte alla politica turco-azera, ogni tabù è caduto.
Gli azeri hanno sempre dichiarato che non avrebbero mai accettato due Stati armeni; ora esaltano invece tre Stati turchi.

Va tutto bene…

L’Artsakh non potrà mai vivere in pace con l’Azerbaigian

Il difensore dei diritti umani dell’Artsakh, Gegham Stepanyan, sulla sua pagina Facebook ha postato un intervento che analizza l’attuale situazione alla luce della politica del presidente azero e del linguaggio di minaccia da lui utilizzato.

Le dichiarazioni del Presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e la retorica usata dalle autorità azere sono una chiara indicazione che qualsiasi prospettiva di “coesistenza pacifica” è irta di conseguenze irreversibili e mette in pericolo prima di tutto i diritti e le libertà fondamentali del popolo di Artsakh, la sicurezza, la vita e la dignità. Il popolo dell’Artsakh non ha mai potuto e non potrà mai vivere in pace con l’Azerbaigian, questa è una realtà documentata dall’amarezza di anni e da molti episodi di eventi criminali.

Tutti i tentativi di mostrare o mettere in scena il contrario rappresentano passi inutili e futili. La realtà deve essere valutata in modo veritiero e giusto da tutte le forze esterne, da tutte le strutture internazionali.
La comunità internazionale deve finalmente rendersi conto che semplicemente non può esistere una convivenza pacifica con un popolo che per anni si è nutrito di un indescrivibile “veleno” dell’armenofobia, che pochi mesi fa ha commesso i più efferati crimini di guerra, prendendo di mira quasi tutti gli insediamenti civili e la popolazione di Artsakh, ha torturato e trattato in modo disumano i prigionieri di guerra armeni e si è accanito sui corpi dei militari uccisi.

Il conflitto azero-Karabakh non è risolto, nella situazione creatasi dopo la dichiarazione trilaterale del 9 novembre, i diritti del popolo di Artsakh sono violati ogni giorno, eppure Aliyev insiste che il conflitto è risolto e minaccia una nuova guerra.
La ragione principale dell’esistenza di questo fenomeno è che la guerra di aggressione scatenata dall’Azerbaigian contro la popolazione civile di Artsakh nell’autunno del 2020 non ha ancora ricevuto una chiara valutazione giuridica.

Se Aliyev non ha capito da 30 anni che il conflitto non può considerarsi risolto a scapito dei diritti degli armeni di Artsakh, allora quella soluzione gli deve essere imposta.

La comunità internazionale deve finalmente capire che il suo atteggiamento passivo mette direttamente in discussione l’intera ideologia della protezione dei diritti umani, lasciando che dittatura e aggressione abbaino il sopravvento su libertà e diritti.

Ferma condanna per il tour diplomatico azero a Shushi

Condanniamo, con la massima fermezza, l’organizzazione il 10 luglio 2021 da parte delle autorità azere della visita di personale delle missioni diplomatiche straniere accreditate in Azerbaigian nei territori occupati della Repubblica di Artsakh, compresa la città di Shushi. Lo ha osservato il ministero degli Affari esteri dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) in una dichiarazione rilasciata nella giornata odierna.

Con tali azioni, l’Azerbaigian sta cercando di consolidare i risultati della guerra di aggressione che ha scatenato il 27 settembre 2020 con la partecipazione della Turchia e di militanti di organizzazioni terroristiche ed estremiste internazionali contro la Repubblica di Artsakh.

Sottolineiamo ancora una volta che la situazione attuale è il risultato di azioni illegali dell’Azerbaigian, che ha gravemente violato i principi fondamentali del diritto internazionale, come il non uso della forza o la minaccia della forza, la risoluzione pacifica delle controversie, il rispetto dell’uomo diritti e libertà fondamentali, uguaglianza e diritto dei popoli di decidere in buona fede del proprio destino e dell’attuazione degli obblighi internazionali.

I tentativi dell’Azerbaigian di legittimare l’attuale stato di illegalità significa anche giustificare lo scatenamento di una guerra aggressiva, la cooperazione con i terroristi internazionali, le violazioni del diritto internazionale umanitario ei crimini di guerra. A questo proposito, è deplorevole che i diplomatici stranieri accreditati in Azerbaigian abbiano ceduto alle azioni manipolative di Baku, che non sono solo volte a impedire la ripresa del processo di risoluzione globale del conflitto azerbaigiano-karabagh, ma minano anche le basi della politica internazionale relazioni, ponendo le basi per riconoscere i risultati di azioni illegali come norma accettabile. Nessuna acquisizione territoriale risultante dalla minaccia o dall’uso della forza dovrebbe essere riconosciuta come legittima.

Ribadiamo che i territori della Repubblica di Artsakh, compresa la città di Shoushi, catturata dall’Azerbaigian con il sostegno della Turchia e dei terroristi internazionali durante la guerra dei 44 giorni, sono territori temporaneamente occupati in conformità con le norme del diritto internazionale. La città di Shoushi è parte integrante di Artsakh sia negli aspetti territoriali, culturali, economici e storici. Qualsiasi tentativo di respingerlo è una grave violazione dell’integrità territoriale della Repubblica di Artsakh.

Il ripristino dell’integrità territoriale della Repubblica di Artsakh e l’acquisizione della personalità giuridica internazionale da parte di Artsakh sono condizioni indispensabili per raggiungere una soluzione globale del conflitto e stabilire una pace duratura nella regione. Chiediamo agli Stati copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE di adottare tutte le misure necessarie per riprendere il processo negoziale in vista di una soluzione definitiva del conflitto azerbaigiano-karabako”, si legge anche nella dichiarazione del ministero degli Esteri di Stepanakert.

Da sottolineare che il personale delle ambasciate di Russia, Stati Uniti e Francia si è rifiutato di partecipare all’iniziativa voluta da Aliyev.

Il congresso mondiale della gioventù socialista internazionale appoggia l’Artsakh

Il Congresso mondiale biennale dell’Unione internazionale della gioventù socialista (IUSY) si è svolto in un formato ibrido (in presenza e a distanza) e ha visto la partecipazione di circa 60 organizzazioni. Il Congresso mondiale IUSY ha adottato una risoluzione sull’Artsakh (Nagorno-Karabakh), che recita come segue:

Il 27 settembre 2020 l’Azerbaigian ha iniziato un attacco su larga scala e non provocato contro Artsakh (Nagorno-Karabakh) e l’Armenia. L’Azerbaigian ha intrapreso una guerra durante una pandemia globale, contro l’appello del Segretario Generale delle Nazioni Unite per un cessate il fuoco globale.
Questi attacchi sono in diretta violazione del cessate il fuoco firmato da Armenia, Artsakh, Azerbaigian nel 1994.

Con il sostegno della Turchia, la guerra ha continuato a intensificarsi con bombardamenti indiscriminati di aree civili, attacchi a scuole, ospedali e chiese. La Turchia ha dichiarato pubblicamente il proprio sostegno e ha continuato a fornire assistenza militare all’Azerbaigian. Allarmante per la stabilità regionale, la Turchia aveva anche facilitato la partecipazione e la fornitura di mercenari siriani, insieme alle proprie forze speciali, per unirsi alla guerra contro Artsakh.
Ciò ha provocato migliaia di vittime, tra cui molti civili. Più della metà della popolazione di Artsakh era stata sfollata e si era recata in Armenia per cercare rifugio. Prigionieri di guerra armeni sono stati brutalmente torturati e assassinati.
Il 9 novembre 2020 è stato firmato un accordo trilaterale tra Armenia, Azerbaigian e Russia ignorando completamente i diritti del popolo Artsakh, ma anche il Gruppo OSCE di Minsk come organismo legittimo che ha il diritto di risolvere il conflitto.

Tenendo in considerazione che
– questo accordo non salvaguarda i diritti del popolo di Artsakh;
– non concede uno status giuridico alla Repubblica di Artsakh;
– non offre una soluzione sostenibile al conflitto;
– i rapporti della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa (ECRI) e del Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale (CERD) attestano l’impossibilità delle popolazioni armene di vivere liberamente in Azerbaigian;
– la sicurezza e la libertà delle popolazioni armene del Nagorno-Karabakh non sono garantite dalla Repubblica dell’Azerbaigian;
– l’aggressione senza precedenti dell’Azerbaigian e della Turchia costituisce una minaccia consistente al diritto all’autodeterminazione del popolo armeno di Artsakh;
– l’Azerbaigian continua a mostrare comportamenti amenofobici estremi creando un parco in cui la sofferenza degli armeni viene mostrata ai giovani.

IUSY condanna fermamente l’aggressione e gli attacchi non provocati dell’Azerbaigian e della Turchia ad Artsakh e in Armenia e i crimini di guerra commessi contro civili, soldati e prigionieri di guerra.

IUSY condanna fermamente il coinvolgimento della Turchia in Artsakh.

IUSY condanna fermamente l’utilizzo di mercenari siriani da parte della Turchia.

IUSY chiede il riconoscimento internazionale della Repubblica indipendente di Artsakh.

In qualità di entità progressista riconosciuta a livello internazionale che valorizza i diritti umani e si oppone a tutti i tipi di crimini contro l’umanità, riteniamo importante che IUSY mostri questi valori adottando misure concrete.

Per questo chiediamo a IUSY di,
– indirizzare una lettera al gruppo OSCE di Minsk quale unico organo legittimo e legale per ristabilire i negoziati pacifici per il conflitto di Artsakh;
– indirizzare una lettera alle Nazioni Unite per sollecitare l’Azerbaigian a rilasciare i prigionieri di guerra armeni e gli ostaggi secondo l’accordo di cessate il fuoco;
– indirizzare una lettera all’UNESCO per esortarli a prendere le misure necessarie per preservare il patrimonio culturale armeno che è ora sotto l’occupazione dell’Azerbaigian.

Dall’Artsakh dura condanna alla provocatoria visita di Erdogan a Shushi

Tutte le fazioni dell’Assemblea nazionale dell’Artsakh hanno rilasciato una dichiarazione congiunta sulla visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Shushi il 15 giugno 2021.
La dichiarazione recita quanto segue:

Dopo aver sottoposto gli armeni occidentali al genocidio e aver sequestrato la culla storica del popolo armeno nel 1915, la Turchia ha cercato di commettere lo stesso crimine contro gli armeni orientali per il secolo scorso. Grazie alla lotta organizzata del popolo armeno, quei piani sono sempre falliti.
Il 27 settembre 2020, approfittando delle condizioni favorevoli nel mondo e nella regione, la Turchia e l’Azerbaigian hanno fatto un altro tentativo di sottoporre gli armeni al genocidio durante le ostilità dopo aver attaccato la Repubblica di Artsakh attraverso il coinvolgimento di gruppi terroristici internazionali. Come risultato dello spostamento forzato degli armeni dalla loro patria storica, migliaia di persone sono state private della loro patria e centinaia di monumenti armeni e cristiani sono stati distrutti o profanati.
Consideriamo la visita a sorpresa di Erdogan nei territori conquistati di Artsakh, in particolare nella capitale Shushi, un tempo fiorente, come una minaccia e un nuovo tentativo di mostrare potere. Si tratta della continuazione dell’apertura del “parco dei trofei di guerra” a Baku che implica una nuova pressione psicologica e morale contro il popolo armeno nel dopoguerra.
L’atto provocatorio di Erdogan nella regione è un tentativo di portare al fallimento la missione di pace russa e un piano per infliggere un duro colpo alla fragile stabilità. Questo atto del presidente della Turchia presenta una nuova sfida non solo all’Armenia e ad Artsakh, ma anche alla Russia e all’Iran.
Ci rivolgiamo alle organizzazioni internazionali, ai paesi co-presidenti del Gruppo OSCE di Minsk, in particolare alla Federazione Russa, per frenare le ambizioni aggressive della Turchia che potrebbero portare a nuovi pericoli”
.

Anche il Ministero degli Affari Esteri dell’Artsakh ha rilasciato una dichiarazione sulla visita del presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan a Shushi. La dichiarazione recita quanto segue:

Accompagnato dal presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e dalla sua famiglia, la visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e dei suoi familiari alla storica capitale di Artsakh, Shushi, distrutta dalla Turchia e dall’Azerbaigian nel 1920 e nel 2020, è una chiara manifestazione di gravi violazioni di diritto internazionale, xenofobia, politica di genocidio e terrorismo.
Il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Artsakh condanna fermamente tali visite nei territori occupati di Artsakh, considerandole come una provocazione, una chiara attuazione della politica espansionistica ed estremista.
Le azioni provocatorie della Turchia devono essere condannate dalla comunità internazionale, poiché tali visite, le idee, le dichiarazioni, gli accordi raggiunti e la glorificazione della politica espansionistica medievale espressa durante le stesse sono una seria minaccia alla sicurezza internazionale e regionale, una sfida per l’intera umanità civilizzata, un colpo alla reputazione di tutte le organizzazioni e strutture di cui la Turchia è membro
”.

Una nota di protesta è giunta anche dal ministero degli Esteri dell’Armenia.

Iniziano gli Europei di calcio. Con un boicottaggio dell’Azerbaigian…

BAKU NEGA L’ACREDITO A UN GIORNALISTA RUSSO CON COGNOME ARMENO, POI INTERVIENE MOSCA

Buon calcio a tutti. Iniziano oggi gli Europei 2020 che, per le note vicende sanitarie, sono slittati di un anno.
Partita inaugurale dell’Italia (questa sera all’Olimpico di Roma) in un girone che vede anche come sede delle gare Baku. Infatti, a differenza delle passate edizioni, questi campionati saranno spalmati su più nazioni invece che concentrati in una sola.

Per l’Azerbaigian l’assegnazione di Baku è tutta manna caduta dal cielo. Il regime di Aliyev da tempo utilizza gli eventi sportivi come lavatrice per pulire l’immagine della dittatura: il gran premio di Formula Uno ma anche le partite di calcio e i meeting di atletica leggera.

Il volto pulito del regime, lontano dalle carceri dove languono i prigionieri politici e gli attivisti dei diritti umani, lontano dal macabro parco della vittoria con i manichini armeni in pose degradanti, lontano dalla classifica di Reporter senza frontiere che pone l’Azerbaigian poco sotto la Corea del nord in fatto di libertà di informazione, lontano dalle celle dove sono rinchiusi almeno duecento prigionieri di guerra armeni.

Ma i nodi vengono al pettine, il lupo perde il pelo ma non il vizio… Così, a poche ore dall’inaugurazione dei campionati scoppia la prima polemica politica: il regime azero nega l’accredito a Nobel Arustamyan, uno dei più conosciuti giornalisti sportivi e telecronisti di Russia che però ha il “difetto” di avere un cognome armeno.

Incarna, quindi, il “nemico” che neppure a una partita di calcio può essere ammesso. Se qualcuno voleva la prova di quanto feroce, stupida e intollerante fosse la dittatura Aliyev è stato immediatamente accontentato.
Per la cronaca, ieri – su pressione delle autorità russe e della Uefa – il giornalista ha avuto l’accredito. E gli azeri hanno fatto la loro solita figura
Buon calcio a tutti.

Mine vaganti

Riassumiamo: gli azeri scatenano una guerra in piena pandemia fregandosene delle raccomandazioni ONU. Con un dispiego di uomini e mezzi senza precedenti, aiutati logisticamente dalla Turchia e da mercenari jihadisti tagliagole assoldati un tanto ad armeno ammazzato, hanno attaccato la minuscola repubblica dell’Artsakh, 150.000 abitanti.

Si sono fatti beffa delle raccomandazioni internazionali e di anni di negoziati non approdati a conclusione solo per la testardaggine nazionalista del dittatore Aliyev.
Nel corso della guerra hanno commesso crimini orribili sia contro i soldati armeni che contro la popolazione civile. Dopo sei settimane di conflitto cadenzato anche da cluster bomb e bombe al fosforo sui centri abitati, hanno strappato una tregua al nemico sconfitto.

Poi, nei territori occupati, hanno cominciato a distruggere tutto ciò che aveva qualche attinenza con l’identità armena, hanno demolito chiese e cimiteri, Aliyev ha dato esplicito ordine di rimuovere qualsiasi iscrizione armena da ogni edificio della regione e al tempo stesso ha impedito agli ispettori Unesco di controllare la situazione sul campo.

Hanno umiliato il nemico sconfitto con un macabro “Parco della vittoria” dove scorrazzano ignari bambini fra gli elmetti dei soldati armeni morti in battaglia e manichini rappresentanti il nemico in pose degradanti secondo uno schema di body shaming degno della Germania nazista.

Contravvenendo a quanto stabilito dall’accordo di tregua del 9 novembre hanno ucciso e catturato altri soldati armeni che erano rimasti a presidiare sacche di territorio e per giustificare tali azioni li hanno etichettato come “terroristi e sabotatori”, stesso appellativo utilizzato per uomini e donne civili rapiti dopo la guerra.

Circa duecento armeni sono tenuti prigionieri come ostaggi di Baku, alcuni torturati e ammazzati.

In violazione dei confini internazionali, centinaia di soldati dell’Azerbaigian hanno oltrepassato il confine di Stato e sono entrati nel territorio della repubblica di Armenia cercando di acquisire posizioni strategicamente più rilevanti; con la scusa di rivedere la linea di frontiera di epoca sovietica, ancora una volta l’Azerbaigian usa la forza e la minaccia della forza per risolvere i suoi problemi. Se non si è arrivati a una nuova guerra è solo per la saggezza nel non cadere in una evidente provocazione. Intanto altri sei soldati armeni vengono catturati dagli azeri nel territorio dell’Armenia e fatti passare, anche loro, come “sabotatori”.

Ieri, in una stradina sterrata nella regione di Karvachar (già facente parte dell’Artsakh ora sotto controllo azero) un autocarro azero è saltato per aria a causa di una mina e sono morte tre persone (compreso un giornalista e un cameraman).  Dispiace per le perdite umane, ma questa è purtroppo la conseguenza della guerra.

Questo episodio, ancora una volta, è stato il pretesto per le autorità dell’Azerbaigian per accusare l’Armenia di attività criminale: sì, hanno detto proprio così a Baku e i rappresentanti delle sedi diplomatiche sparse per il mondo compresa quella italiana.
Hanno dichiarato che sono stati gli armeni a piazzare la mina: cioè, questi “sabotatori” avrebbero superato le guardie di frontiera azere, quelle russe della forza di pace, sarebbero entrati nel territorio controllato dal nemico per undici chilometri e avrebbero interrato una mina in un viottolo di campagna di una remota località in mezzo alle montagne. Tutto può essere, ma non ci stupiremmo certo se fossero stati gli stessi azeri a organizzare il tutto con buona pace per vittime e feriti. Intanto però è subito partita ben orchestrata la campagna di accuse agli armeni. Nulla di nuovo, gli azeri hanno sempre lanciato il sasso e accusato il nemico. Fanno il loro lavoro, non gliene vogliamo…

Quello che è assolutamente inaccettabile è che ci sia una manciata (per fortuna molto ridotta) di politici italiani pronta a sposare sic et simpliciter la tesi azera. Personaggi patetici, venduti alla causa azera senza alcuna cognizione storica e politica della questione; buoni solo a ripetere a comando, servi sciocchi del ricco padrone di Baku, le parole d’ordine della propaganda azera.
Personaggi senza dignità, incapaci di spendere due parole per capire meglio i problemi e cercare anche le ragioni degli “altri”.

Mine vaganti della politica italiana.