Iniziativa Italiana per il Karabakh

titolo

AYAZ MUTALIBOV – KHOJALY, UN TRAGICO DESTINO

Fonte

2RIGHE.COM

Data

23.02.15

Autore

JACQUELINE RASTRELLI

link

http://www.2duerighe.com/autori/23-02-2015-ayaz-mutalibov-khojaly-un-tragico-destino

Tra poche ore ricorrerà l’anniversario di uno dei tanti massacri di innocenti che costellano la nostra Storia. A molti sconosciuto, il massacro di Khojaly, avvenuto il 25 Febbraio del 1992 in pieno svolgimento della guerra del Nagorny Kararbakh che vede ancora oggi coinvolti Armenia e Azerbaijan, non ha ancora messo fine a squallide discussioni che non permettono di sbloccare un conflitto ufficialmente congelato da 20 anni, ma che continua, inesorabilmente, a mietere vittime. Non abbiamo la presunzione di dare una soluzione e definire perentoriamente chi, tra le parti in causa, ha ragione o torto, ma esporre i fatti in modo da riportare la questione all’attenzione di chi, osservatore indipendente ed esperto, possa contribuire a ristabilire il dialogo riprendere la via della Pace.

Vogliamo partire da un intervista all’allora Presidente della neonata Repubblica dell’Azerbiajan, Ayaz Mutalibov, rilasciata a Paolo Valentino per il Corriere della Sera. Era il 12 Febbraio del 1992 (Paolo Valentino, Il Presidente azero Mutalibov: “nel Karabakh potremmo chiedere l’invio dei caschi blu”, Corriere della Sera, 12 febbraio 1992). Il Presidente Azero affermava che nel Karabakh si sarebbe potuto chiedere “l’invio di caschi blu”: Baku si diceva propensa a puntare su una soluzione pacifica del conflitto per l’enclave armena e offrire garanzie a Erevan… Il Presidente pensava già ad una forza di pace delle Nazioni Unite, senza dirlo apertamente,ma facendo ricadere la decisione sulla controparte con la speranza che di trovasse “un linguaggio comune”, fino a quel momento “assente”. Nell’enclave popolata da 180mila armeni, che aveva proclamato la sua indipendenza da Baku, il dramma era al suo apice. Gli attacchi reciproci portavano solo distruzione. Per Ayaz Mutalibov, diventato Presidente per aver saputo ben cavalcare l’onda del nazionalismo, il Nagorny Karabakh si stava trasformando da straordinario collante dell’unità nazionale in un “boomerang” che rischiava di corrodere il consenso sul quale aveva fondato il suo potere. Eletto nel Dicembre del 1991 con il 90% dei voti, Mutalibov era già sotto il fuoco incrociato dell’opposizione che lo accusava di gestire con troppa incertezza una situazione che gli sarebbe così sfuggita di mano. Mutalibov nell’intervista afferma più volte che “non c’era altra alternativa che quella pacifica alla soluzione del problema, la guerra non ha mai portato ad una vittoria definitiva. E se riusciamo a normalizzare la situazione del Nagorny Karabakh, potremo passare alla seconda tappa, quella di normalizzare i nostri rapporti con la Repubblica Armena (…) Anche se raggiungessimo una certa supremazia nel Karabakh, il prossimo passo sarebbe la collisione diretta con l’Armenia. E questo non serve a nessuno”. Era i 12 Febbraio, solo due settimane dopo arriva il massacro che lo costringe alle dimissioni ed è l’inizio di una storia fumosa e controversa, che vede la sua trasformazione da eroe nazionale a ricercato. Ma lui ancora non lo sapeva.

Odiato dagli armeni, disprezzato dagli azeri: al primo Presidente dell’Azerbaijan indipendente, dopo il 25 Febbraio 1992, per molto tempo è stato negato il titolo di “padre della Nazione”. Da salvatore della Patria è diventato scomodo testimone di una scomoda storia per la quale l’Azerbaijan ancora oggi cerca di scrollarsi di dosso le colpe, o corresponsabilità. Mutalibov nasce a Baku nel 1938. Inizia la sua carriera politica all’interno del Partito Comunista dell’Azerbaijan nel 1977. Nel 1982 diventa presidente del Comitato di Pianificazione dello Stato e vice-presidente del Consiglio dei Ministri, poi Presidente del Consiglio fino alla sua elezione a Presidente della Repubblica Socialista Sovietica Azera nel Maggio del 1990. Nel Dicembre dello stesso anno il Consiglio Supremo rinomina il Paese Repubblica d’Azerbaijan, adottando la Dichiarazione d’Indipendenza. Il Dicembre del 1991 è un mese storico per il Paese: gli elettori azeri approvano tramite referendum la dichiarazione di indipendenza adottata dal Consiglio Supremo. L’Azerbaijan è ufficialmente uno Stato indipendente e Mutalibov ne è il primo Presidente.

Ma la sua presidenza nasce sotto una cattiva stella. Già all’inizio del 1990 il Paese viene scosso dal “Gennaio Nero”: a Baku gli azeri scatenano un pogrom contro la popolazione armena. Le truppe sovietiche decidono di intervenire per sedare la rivolta. Il 31 Gennaio del 1992 scoppia la guerra del Nagorny Karabakh. Il 25 Febbraio viene sterminata la cittadina di Khojaly, 613 le vittime civili. Numerosi i casi di violenze che portano gli azeri ad accusare gli armeni di aver compiuto un vero e proprio genocidio. L’intero Paese parla di “massacro premeditato” e Mutalibov diventa il principale capro espiatorio. E’ noto agli esperti del conflitto del Nagorny Karabakh, che il comune di Khojaly fosse un avanposto dei lanciarazzi Grad delle forze armate azere puntati contro la popolazione civile armena. Alcuni giorni prima del 25 Febbraio, il comando delle forze armene di autodifesa del Nagorny Karabakh informò via radio la popolazione civile azera dell’imminenza di un’azione militare e sulla presenza di un corridoio umanitario per l’evacuazione dei civili. Come riportato da fonti azere (Khojaly: chronicle of a genocide, Baku, 1993) numerosi sono i testimoni che provano questi fatti. Uno per tutti, Ramiz Fataliev, Presidente della Commissione di indagine sugli eventi di Khojaly: “Quattro giorni prima degli eventi di Khojaly, il 22 Febbraio 1992, alla presenza del presidente, del Primo Ministro, del capo del KGB e di altri, ebbe luogo una lunga sessione del Consiglio di Sicurezza Nazinale (dell’Azerbaijan, ndr) durante la quale venne presa la decisione di non evacuare i civili da Khojaly”. Da questa dichiarazione risulta più che evidente l’utilizzo dei civili come shield policy, in piena violazione del diritto umanitario internazionale (Protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali – Ginevra, giugno 1977).

Qui si riallaccia la sfortunata storia di Mutalibov. Accusato di non essere stato in grado di proteggere il suo Paese, messo sotto pressione dal Fronte Popolare dell’Azerbaijan, il Presidente è costretto a presentare le sue dimissioni. In una intervista rilasciata alla Nezavisimaya Gazeta il 2 Aprile del 1992, che farà molto rumore, denuncia un complotto mirato a destituirlo usando il massacro come pretesto per screditarlo e racconta la sua verità su Khojaly:” gli armeni avevano lasciato il corridoio per la fuga dei civili. Quindi perché avrebbero dovuto aprire il fuoco? Specialmente nell’area intorno ad Agdam, dove all’epoca c’erano abbastanza forze azere per aiutare i civili?”. Ricordiamo che nei dintorni di Agdam erano dislocate le forze paramilitari del Fronte Popolare Armeno. Dichiarazione affermata nuovamente nel 2001 alla Novoye Vremia: “era ovvio che qualcuno aveva organizzato il massacro per cambiare il potere in Azerbaijan”. Questa tesi può essere ulteriormente avvalorata dal fatto che pochi giorni dopo la prima intervista il Presidente deposto ritratta “indignato” e nel Maggio del 1992, gli vengono revocate le dimissioni e riassegnata la carica di Presidente. Ma le Forze armate del Fronte Popolare dell’Azerbaijan non ci stanno, prendono il controllo del Parlamento e degli uffici della radio e televisione di Stato. Mutalibov fugge a Mosca.

E qui comincia la saga della dinastia Aliyev, che con una forte campagna mediatica convince i cittadini nel riconoscere Heydar Alyiev come unico, vero fondatore del Paese e cerca di infangare la figura di Mutalibov per le scomode verità riguardanti i fatti di Khojaly (e probabilmente non solo): le affermazioni del vecchio Presidente potevano mettere a dura prova la credibilità del Paese agli occhi della comunità internazionale. Gli azeri, per affermare che il massacro fosse premeditato, ricordano che in quei giorni ricorreva l’anniversario del pogrom di Sumagait (27 Febbraio 1988), quando nei quartieri armeni della cittadina azera si scatenò una vera e propria caccia all’uomo che causò numerose vittime tra la popolazione armena. Il massacro di Khojaly sarebbe stato perpetrato dall’esercito armeno per vendicare le vittime di tutti i pogrom avvenuti fino a quel momento. E’ su questa difesa che Baku punta a denunciare a livello internazionale quello che per tutti nel Paese caucasico è “il genocidio degli azeri”. Una costruzione disarmante per la sua ingenuità. Uno, cento, un milione di morti causano lo stesso dolore, qualsiasi sia la loro origine e specularvi sopra è terribile. Ma alimentare una propaganda contro il popolo armeno, presentato come aggressore e incidentalmente come l’autore del genocidio contro gli azeri, alleati e cugini di quelli stessi turchi accusati del primo genocidio del XX secolo, contro gli armeni chiuderebbe il cerchio, o meglio lo farebbe “quadrare”: le vittime sono diventate carnefici, tutto fila…

Quella era, ed è, una zona di guerra, forse dopo tanta morte per un conflitto imposto da una certa parte del governo dell’Azerbaijan dell’epoca, che ha voluto tarpare le ali ad un Presidente troppo accondiscendete. Il Governo azero di oggi, dichiara essere filo-occidentale e non desidera che essere considerato alla pari nella comunità internazionale. Il Nagorny Karabakh è in guerra da troppo tempo, stretto tra due guerre più “famose”, Ucraina e Siria, la sua tragedia non è però meno importante. Basta sterili impuntature e prove di forza a suon di comunicai stampa aggressivi, il prestigio, la fiducia, l’affidabilità, la ricchezza di uno Stato vengono anche dal dialogo costruttivo, soprattutto in un Mondo fatto di tanti orrori. Questo è uno dei motivi per i quali l’Azerbaijan dovrebbe tornare alle dichiarazioni di Mutalibov rilasciate in quell’intervista del 12 Febbraio 1992 e pensare ad impegnarsi in un processo di Pace, magari mediato dall’OCSE ed appoggiato dalla comunità internazionale e dalle Nazioni Unite. Inoltre l’Azerbaijan non può in eterno riversare sulla sua opinione pubblica l’odio verso il popolo armeno, è arrivato il momento per prepararlo a pensare in chiave di convivenza pacifica. Questo sarebbe tutt’altro che un segno di debolezza politica.