Iniziativa Italiana per il Karabakh

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MIRZOYAN, L’AZERBAIGIAN NON CERCHI LO SCONTRO CON IL NK

Fonte

Il Giornale

Data

3.07.15

Autore

Luca Fortis

link

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/mirzoyanlazerbaigian-non-cerchi-scontro-nagorno-karabak-1148206.html

Intervista a Karen Mirzoyan, ministro degli Esteri del Nagorno Karabakh, stato nato dalla secessione di territori a maggioranza cristiano armena dall'Azerbaijan sciita. Tuttavia, la ragione non era religiosa, bensì la ricerca dell'autodeterminazione dell'Nagorno Karabakh. La nascita dello stato, non riconosciuto dalla comunità internazionale, causò una guerra di tre anni tra l'Azerbaijan e il Nagorno Karabakh, con il coinvolgimento dell’Armenia a sostegno di quest’ultima dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica. Nonostante una tregua che dura da più di vent'anni le schermaglie alla frontiera continuano e non si è trovato un accordo internazionale per uscire fuori dal limbo in cui il paese si trova.

Quale è la situazione odierna in Nagorno Karabakh?

"Il paese per gli europei può sembrare un posto molto lontano che appare sui giornali solamente come una terra in guerra, ma il conflitto non è nostro vivere quotidiano. Siamo una piccola nazione montagnosa che combatte per la propria esistenza e per il proprio sviluppo. All'inizio, negli ultimi anni dell’URSS, il movimento indipendentista nacque per un'esigenza di maggiore democrazia e libertà e negli anni abbiamo continuato in questo percorso. Per esempio, tutte le elezioni degli ultimi anni sono state considerate democratiche dalle organizzazioni internazionali che le hanno osservate. Dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica tutti i paesi ex comunisti hanno avuto gli stessi problemi a seguito del crollo economico, noi, come se non bastasse, abbiamo avuto la guerra che ha distrutto tutto. Ricostruire il paese è stata una sfida enorme. Ma nonostante tutte le sfide che abbiamo ancora, il paese ha visto un notevole sviluppo economico e delle istituzioni democratiche. Pur non avendo relazioni formali con l'Europa siamo influenzati da essa. Abbiamo contatti stretti con i paesi europei e il parlamento europeo, per uno scambio proficuo. Per altro, alcuni partiti locali hanno rapporti diretti con partiti politici europei. Per esempio il Partito Democratico del Nagorno Karabakh ha aderito all'European Free Alliance. Non lo facciamo per diventare europei, perché già pensiamo di esserlo".

Quale è l'identità del popolo Armeno? Sono europei, sono cristiani asiatici del Caucaso o sono un popolo al confine tra il mondo europeo e l'Asia?

"Prima di tutto siamo armeni, io credo che sia artificiale chiedere se siamo europei o no. Non è il passaporto che rende europei, ma aver partecipato ad una storia comune. Alcuni dicono che l'Europa finisce in Karabakh, ma è nel Karabakh che inizia l’Europa".

Dire che il Karabakh sia Europa non rischia di favorire la propaganda azera che sostiene che l'Armenia sia solamente ospite in Caucaso?

"Tutta la storia armena è intrecciata con l'Europa. Questo non implica necessariamente adesione all'Unione Europea. Perché noi siamo europei, dell’Europa dei popoli, lo siamo in modo diverso, non necessariamente formale".

Come procedono le trattative di pace con l'Azerbaijan?

"Il nostro obiettivo principale è risolvere il conflitto con l'Azerbaijan. Per ora purtroppo non ci sono svolte positive. Molti criticano il Gruppo di Minsk dell'Osce, che col mandato della Comunità Internazionale porta avanti i contatti tra noi e gli azeri, sostenendo che non è ancora riuscito a risolvere il conflitto. Il governo del Karabakh non condivide le critiche in merito all’operato dei co- presidenti (USA, Francia e Fed. Russa) del Gruppo di Minsk. Il punto è che l'Azerbaijan è impegnato in un’escalation della situazione. Ci sono continuamente scontri con cecchini alla frontiera e la propaganda contro gli armeni sta diventando il collante della politica interna azera. Penso che sia imperativo che il Gruppo di Minsk ottenga dall'Azerbaijan la messa in atto di misure tese alla creazione di fiducia reciproca".

Molte persone pensano che l'Azerbaijan abbia più interesse ad alzare il tiro

"Mi verrebbe da citare Shakespeare, quando scriveva: “C'è qualcosa di marcio nel Regno di Danimarca ”. E' tipico dei regimi totalitari tentare di sopravvivere creando un nemico esterno".

Cosa chiedete al gruppo di Minsk?

"Noi vogliamo il ritorno della negoziazione diretta con l’Azerbaijan. All'inizio del conflitto vi erano molti contatti diretti. Per esempio, la tregua che è ancora in vigore è stata ottenuta così. Ogni soluzione deve però tenere conto della realtà sul terreno. Sono passati più di vent'anni dalla fine della guerra. Tantissimi giovani sono nati dopo e non sono mai stati cittadini dell'Azerbaijan. Se si vuole la pace non si può prescindere dall'opinione di questi ragazzi che cercano maggiore libertà e di certo non vorrebbero finire sotto uno stato dittatoriale e liberticida che pratica l’armenofobia".

L'Azerbaijan sta cercando di creare qualche incidente per ricominciare la guerra?

"Ogni volta che c'è un vertice negoziale importante si può stare sicuri che promuoveranno attacchi lungo la linea di contatto tentando di dimostrare che non c'è altra soluzione se non una nuova guerra. Le forze armate del Karabakh sono pronte a qualsiasi eventualità nella difesa dello Stato, ma ci siamo già passati attraverso un conflitto devastante e siamo consapevoli che la guerra è distruttiva per tutti, anche per chi vince. Quindi, al contrario dell'Azerbaijan non provochiamo scontri. Siamo impegnati per una soluzione pacifica".

In cambio di un riconoscimento internazionale sareste disposti ad una modifica dei confini?

"Per la Costituzione del Nagorno Karabakh tutti i territori sotto il nostro controllo fanno parte del territorio nazionale allo stesso modo. Le questioni inerenti ai territori possono essere trattate solamente in un quadro che prenda in considerazione il ripristino di giustizia storica, gli assetti di sicurezza e le realtà sul campo".

Cosa vi chiede il gruppo di Minsk?

"Noi abbiamo con loro un rapporto molto franco. Conoscono molto bene non solamente le posizioni del governo, ma anche quelle della popolazione. Tutte le nostre carte sono sul tavolo e siamo pronti a discutere in modo chiaro e onesto, senza però rinunciare alle nostre convinzioni".

Sareste disposti a un programma di risarcimenti collettivi per i profughi che hanno perso le proprietà? O a considerare una possibile minoranza azera se il Nagorno Karabakh fosse riconosciuto dalla comunità internazionale?

"Tutto può essere discusso se si hanno negoziazioni diretti. L’Azerbaijan si rifiuta di negoziare con noi, negozia, per modo di dire, con l’Armenia. Ci sono stati rifugiati da entrambe le parti. Quelli arrivati qui non hanno avuto alcun aiuto internazionale se non da parte degli armeni della Repubblica d’Armenia e della Diaspora. E' un problema umanitario figlio della guerra. Non si possono risolvere le conseguenze di un conflitto se prima non si risolvono le ragioni scatenanti dello stesso".

Gli investitori investono in Nagorno o hanno paura di possibili ritorsioni azere?

"Sì, ci sono per fortuna un buon numero di investimenti esteri, anche se la maggioranza provengono dalla diaspora armena. Ci sono però anche investitori stranieri che sono perfettamente informati dei problemi che potrebbero sorgere con l'Azerbaijan e non si spaventano. Vengono attratti dalle leggi molto liberali. Esistono parecchi investimenti nel settore energetico, minerario e dell’information technology. Anche il turismo è in grande crescita".

Arrivano profughi dalla Siria?

"Non arrivano solamente profughi da aree di crisi, ma anche tanti europei che amano queste terre. Certamente alcuni armeni siriani sono arrivati qui a seguito della guerra, non si tratta di numeri considerevoli. Non possiamo dargli tutto quello di cui necessitano, ma provenendo di solito da zone rurali della Siria ed, essendo dei bravi agricoltori, gli diamo della terra . E' una questione umanitaria, lo faremmo anche con altri rifugiati".

In futuro immaginate una possibile fusione con l'Armenia?

"Abbiamo votato in passato per la nostra indipendenza durante l’agonia dell’URSS così come lo fece l'Azerbaijan sovietico quando dichiarò l'indipendenza dall'URSS. Ogni status verrà deciso dal voto democratico dei nostri cittadini. In questo momento siamo contenti dello stato attuale, in futuro decideranno i cittadini".

Come descriverebbe il suo paese?

"Siamo un paese normale dove la vita scorre pacifica. Vi è una natura bellissima e buone opportunità di business. La nostra ricchezza maggiore sono i nostri cittadini che non sono poi così differenti dagli italiani. La guerra non è al centro del pensiero delle persone, lo è la vita di tutti giorni".

Cosa direbbe agli azeri che leggessero questo articolo?

"Che credo che la storia della nostra esistenza comune non sia stata solamente una storia di guerra, ma anche una storia di convivenza pacifica. Oggi ci sono tutte le possibilità di collaborare e convivere con due stati indipendenti e pacifici".

Avete dei piani per restaurare il patrimonio culturale azero in Nagorno Karabakh?

"Assolutamente sì, noi al contrario degli azeri che hanno distrutto il più importante cimitero medioevale armeno a Julfa in Nakhchivan, non abbiamo mai distrutto monumenti azeri. Al massimo non abbiamo i fondi necessari per restaurare i danni che hanno subito dalla guerra, ma stiamo facendo il possibile per tenerli in piedi. Per la loro salvaguardia stiamo cercando finanziamenti, anche da paesi musulmani".