Iniziativa Italiana per il Karabakh

titolo

NAGORNO KARABAKH, INTERVISTA ALL’AMBASCIATORE GHAZARYAN

Fonte

NOTIZIE GEOPOLITICHE

Data

9.12.14

Autore

GIULIANO BIFOLCHI

link

http://www.notiziegeopolitiche.net/?p=47493

Giovedì 27 novembre si è svolta a Roma la presentazione del volume Il conflitto del Nagorno-Karabakh e il Diritto Internazionaledel Prof. Natalino Ronzitti, organizzata dall’Istituto Affari Internazionali (IAI), incontro che ha permesso di porre l’attenzione sul conflitto del Nagorno-Karabakh e sulle relazioni tra l’Armenia e l’Azerbaigian [1]. Nei giorni scorsi, inoltre, era venuta alla ribalta la notizia dell’abbattimento di un elicottero armeno del Nagorno-Karabakh lungo la linea di contatto fra le Forze armate del Nagorno-Karabakh e dell’Azerbaigian, episodio che aveva riacceso i toni di conflittualità tra Erevan, Stepanakert e Baku, e che ha minato ulteriormente il processo di pace. Per comprendere meglio gli ultimi eventi e più in generale il conflitto del Nagorno-Karabakh, Notizie Geopolitiche ha scelto di dare spazio alle diverse interpretazioni intervistando in passato l’ambasciatore azerbaigiano Vaqif Sadiqov ed oggi il collega armeno Sargis Ghazaryan.


– Eccellenza, la situazione nella linea di confine del Nagorno-Karabakh è stata contraddistinta nell’ultimo periodo da due eventi che hanno fatto innalzare il livello di sicurezza e la tensione tra le parti; parliamo dell’abbattimento dell’elicottero armeno delle Forze Armate del Nagorno-Karabakh [2] e dell’arresto di Dilgam Askerov e Shahbaz Guliye [3], cittadini dell’Azerbaigian catturati nel Nagorno-Karabakh e accusati di essere delle spie del Governo di Baku. Potrebbe fornirci la versione ufficiale dell’Armenia in merito a questi due eventi?
“Spesso tale tematica è oggetto di speculazioni da parte della controparte azera, che si potrebbero definire perlomeno “fantasiose” e quindi mi sembra utile ed importante poter precisare alcuni fatti e circostanze. All’inizio di luglio di questo anno sul territorio del Nagorno-Karabakh alle autorità locali veniva notificata la sparizione del 17enne Smbat Tsakanyan; il giorno 11 luglio, secondo le fonti istituzionali del Nagorno-Karabakh, ci fu un attacco armato ad una vettura che causò la morte del conducente, Sargis Abrahamyan, ed il grave ferimento della passeggera, Karine Davtyan. Tali episodi avevano dato il via alle indagini delle autorità locali culminate con l’individuazione di un gruppo di tre persone equipaggiate con armi, munizioni e materiale informativo sul territorio in cui operavano le quali erano apparentemente coinvolte in una operazione di Humint (Human Intelligence); durante la fase di arresto di queste tre persone scoppiò uno scontro a fuoco, causa del ferimento a morte di uno dei tre membri del gruppo. Dilgam Askerov e Shahbaz Guliye, cittadini dell’Azerbaigian, furono invece arrestati dalle autorità del Nagorno-Karabakh.
Secondo fonti investigative del Nagorno-Karabakh, inizialmente, uno dei due arrestati confessò lo scopo della missione, ossia quello di reperire informazioni e dati sul territorio, e l’uccisione di Smbat Tsakanyan il quale, essendosi imbattuto nel gruppo nelle montagne, era stato eliminato per evitare che potesse dare l’allarme testimoniando sulla loro missione. E’ doveroso inoltre aggiungere che all’interno degli smart phone dei soggetti arrestati vennero reperiti documenti inerenti gli interrogatori di ostaggi armeni condotti in Azerbaigian, ulteriore prova al vaglio del loro legame con l’apparato di intelligence azero.
Ovviamente, la questione non riguarda direttamente l’Armenia ma le istituzioni del Nagorno-Karabakh visto che i cittadini azeri sono sotto la tutela delle autorità locali e sono soggetti  all’iter procedurale giudiziario che prevede un’adeguata assistenza legale, un equo processo, che si basa su un corpus giuridico che da diversi anni è stato adeguato agli standard europei (vige, ad esempio, una moratoria sulla pena di morte); è utile aggiungere inoltre, che  il processo è pubblico e ampiamente seguito dalla stampa per garantire trasparenza e democraticità.
Parlando di questo evento, sarebbe utile informare i lettori su quanto avvenuto l’8 agosto scorso, quando al confine armeno-azero un cittadino armeno, Karen Petrosyan, di 31 anni, residente del villaggio Chinari sito in prossimità del confine armeno-azero, dichiarato instabile mentalmente da diverse fonti, dopo essersi perso nel bosco chiese aiuto ai contadini locali di un villaggio azero,  Agbulaq, ricevendo una prima assistenza. Il servizio azero di Radio Free Europe/Radio Liberty [4], l’unica isola di informazione libera in Azerbaigian, documentò l’accaduto con filmati ed immagini, testimonianza della veridicità di quanto sostenuto da Erevan.
Le forze di sicurezza azere giunte sul posto successivamente, allertati da cittadini azeri, arrestarono l’uomo e diffusero un video che lo ritraeva in uniforme militare, a differenza delle immagini precedenti diffuse da Radio Free Europe in cui appariva in abiti civili, mentre veniva umiliato di fronte all’ufficiale preposto al controllo del settore del confine armeno-azero [5]. Nella notte venne diffusa la notizia della morte dell’uomo per “attacco cardiaco”. Questo atto criminale testimonia un’asimmetria di trattamento tra il modus operandi dell’Azerbaigian, Stato nel quale un cittadino armeno viene opportunamente trasformato in un terrorista e  e muore in circostanze sospette, ed il Nagorno-Karabakh, Stato che ha avviato un processo legale nei confronti di una presunta unità di Intelligence accusata di due omicidi e del ferimento di un’altra persona.
Parlando invece dell’abbattimento dell’elicottero, il giorno 12 novembre scorso, bisogna fare una prima precisazione: il velivolo apparteneva alle Forze Armate del Nagorno-Karabakh e non secondo quanto riportato da alcuni media alle Forze Armate della Repubblica d’Armenia. Facendo un breve excursus devo sottolineare come le Forze Armate delle Repubblica di Armenia si occupano della difesa dei confini dell’Armenia e forniscono un supporto tecnico militare alle Forze Armate della Repubblica del Nagorno-Karabakh divenuto necessario a causa del comportamento sempre più ostile avuto dall’Azerbaigian. Il supporto armeno nel processo negoziale è diplomatico visto che dopo la firma del cessate il fuoco del 1994 da parte dell’Armenia, Nagorno Karabakh e Azerbaijan, la Repubblica di Azerbaigian si è rifiutata, a partire dal 1997, di continuare a negoziare con il Nagorno-Karabakh e quindi l’Armenia è stata costretta a intervenire come Stato mediatore e rappresentante gli interessi del Nagorno-Karabakh stesso. Invece il supporto militare di volontari armeni, durante la fase armata del conflitto negli anni 1991-1994, fu sostanziale dato che anche l’Armenia era soggetta ad aggressione militare da parte azera sia lungo i confini nord-orientali che sud-occidentali, mentre oggi, è di tipo puramente tecnico e di consulenza. Avendo il Nagorno-Karabakh un proprio esercito con una propria struttura gerarchica ed una propria organizzazione che si autoimpone le norme del Diritto Umanitario Internazionale, l’assistenza militare della Repubblica d’Armenia al Nagorno-Karabakh è oggi notevolmente limitato.
Questa premessa è utile per poter contestualizzare l’evento che ha visto l’abbattimento dell’elicottero: durante le ultime settimane le Forze di Difesa del Nagorno-Karabakh e le Forze Armate dell’Armenia stavano conducendo delle esercitazioni militari opportunamente notificate all’Osce, a differenza delle esercitazioni dell’Azerbaigian mai dichiarate, e durante tali esercitazioni due elicotteri che sorvolavano la linea di contatto sopra le posizioni armene del Nagorno-Karabakh in fase di addestramento e quindi non in assetto da guerra, sono stati ingaggiati dalla prima linea di difesa azera provocando l’abbattimento di uno dei due. Lo stesso giorno le autorità di Baku notificano l’abbattimento mentre veniva pubblicato sul portale azero di Radio Free Europe un filmato [6] da cui si evince che gli elicotteri erano a debita distanza dalle postazioni azere e non in formazione di attacco ed inoltre in fase di allontanamento dalla linea di contatto [7].
L’elicottero abbattuto, secondo le fonti istituzionali del Nagorno-Karabakh, non era armato e non aveva munizioni secondo la prassi seguita per i voli di addestramento e trasportava tre aviatori i quali sono rimasti uccisi al momento dello schianto. Questo è un atto senza precedenti a partire dall’accordo trilaterale di tregua firmato nel 1994 e la sua gravità ha dato il via ad una intensa attività dell’Osce della Croce Rossa Internazionale intente ad applicare quanto stabilito dalle Convenzioni di Ginevra sul Diritto Umanitario Internazionale in termini di accesso della parte lesa al posto per il recupero dei feriti e dei caduti. Le autorità di Baku hanno formalmente vietato l’accesso alle istituzioni internazionali nei dieci giorni successivi l’abbattimento e hanno di fatto tenuto sotto fuoco diretto il luogo dello schianto, forse per non permettere la constatazione dell’assenza di armi sull’elicottero, costringendo quindi le Forze Armate del Nagorno-Karabakh a condurre una operazione speciale di recupero il giorno 22 novembre 2014.
Ovviamente questa dinamica non fa presupporre niente di positivo nel processo di pace inerente il conflitto del Nagorno-Karabakh e dimostra la mancata volontà dell’Azerbaigian di perseguire la via del dialogo; a supporto di quanto detto è utile aggiungere un dato importante rappresentato dall’aumento della spesa militare di Baku pari al 2.500% (fonte Sipri) in dieci anni e da un ulteriore aumento del 27% nel 2015 rispetto al 2014, reso noto dal Ministero delle Finanze dell’Azerbaigian [8], dato questo comparabile con il riarmo della Germania nazista negli anni ’30.  L’Azerbaigian sta accumulando armi e munizioni di ultima generazione con la dichiarata intenzione di iniziare una nuova guerra contro il Nagorno-Karabakh e l’Armenia supportata da una campagna armenofoba che premia come eroi i “tagliatori di teste degli armeni””.


– Nell’intervista concessa a Notizie Geopolitiche dall’ambasciatore della Repubblica di Azerbaigian in Italia [9], Vaqif Sadiqov, alla domanda “Quale soluzione si prospetta per la questione del Nagorno-Karabakh?” l’ambasciatore, riportando le disposizioni del proprio Governo, ha dichiarato che “…Baku è disposta a concedere un’ampia autonomia amministrativa e commerciale al Nagorno Karabakh e a fornire contributi economici per lo sviluppo della regione, oggi arretrata e povera di infrastrutture. Io sarei felice di vedere i miei figli giocare con i bambini armeni, ma non voglio vedere i carri armati degli armeni nel mio giardino. La condizione essenziale è quindi che l’Armenia ritiri il suo esercito dalla regione, e che i profughi azeri possano tornare nelle loro case. E’ palese che è nostra intenzione riprendere il pieno controllo del territorio che ci appartiene: l’Azerbaijan si sta rafforzando, mentre l’Armenia è sempre più debole e dipendente in campo energetico e militare dai paesi stranieri. Loro se ne sono accorti, ed hanno paura… ed hanno ragione ad averne. Perché forse non domani, ma a breve ci riprenderemo quello che è nostro”. Come commenta tali affermazioni e quali sono invece le posizioni dell’Armenia?
“Tale dichiarazione del collega azero, oltre ad essere una manifesta sfida alla sicurezza e stabilità nel Caucaso, non può essere considerata una novità perché fa parte della tradizionale retorica dell’Azerbaigian. Tout court, è opinione ampiamente condivisa che l’Azerbaijan, essendo campione delle violazioni delle convenzioni sui diritti civili e politici, non sarebbe in grado di assicurare nessuna garanzia al Nagorno-Karabakh. E’ certo che quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 1993 insieme ad un corpus piuttosto cospicuo di decisioni di organizzazioni internazionali più o meno vincolanti, nonché le dichiarazioni congiunte dei Capi di Stato e di Governo dei tre paesi co-negoziatori (Usa, Francia e Federazione Russa) ai G8 di L’Aquila, Muskoka, Deauville, Enniskillen e al G20 di Los Cabos e le linee guida dell’azione dei mediatori del Gruppo di Minsk, individuano nell’evitare l’utilizzo dello strumento militare come condizione preponderante per la risoluzione del conflitto. Tale condizione è violata su base quasi giornaliera da parte azera per mezzo di violazioni del regime di tregua. Andando per ordine vorrei evidenziare alcuni punti utili per comprendere le dinamiche del conflitto: in primis bisogna dire che il Nagorno-Karabakh non ha mai fatto parte del territorio dell’Azerbaigian indipendente dal crollo dell’Unione Sovietica in avanti. Baku perse il diritto al controllo di tale territorio a maggioranza armena (76.4% armeni e 22,4 azeri%) rispondendo alle manifestazioni pacifiche tese ad ottenere un maggiore grado di autonomia a partire dalla fine degli anni ’80 in poi dalla popolazione locale del Nagorno-Karabakh con azioni violente come i pogrom anti-armeni di Sumgait  e Kirovabad (1988) e nella capitale Baku (1990) che svuotarono l’Azerbaijan dei 400.000 armeni residenti, secondo il censimento del 1989. Inoltre, nel marzo del 1990 le autorità azere lanciarono la famigerata “Operazione Cerchio” con lo scopo di svuotare il nord del Nagorno Karabakh dagli armeni colpendo 23 villaggi. Tale operazioni era condotta dalle Forze Speciali del ministero degli Interni dell’Azerbaigian insieme ai membri ultranazionalisti del Fronte Popolare. Quindi a delle richieste pacifiche di natura politica delle autorità del Nagorno-Karabakh, l’Azerbaigian rispose con stragi e pulizia etnica che gli fecero perdere il “diritto morale” di sovranità sul territorio e portarono la popolazione locale alla determinazione di secessione, attraverso un legittimo referendum e dichiarazione d’indipendenza come rimedio al massacro e alla pulizia etnica. Gli atti sopra menzionati seguiti dall’invasione azera del Nagorno-Karabakh e aggressione contro l’Armenia generarono a loro volta una spirale di violenze. L’ultimo ventennio è purtroppo stato generoso di situazioni simili di secessione come rimedio in Europa e nel mondo.
Inoltre, è doveroso sfatare alcuni miti. L’Azerbaigian parla di un milione di profughi e rifugiati azeri provocati dal conflitto iniziato da parte azera ma secondo i dati della Croce Rossa Internazionale rilasciati nel 1994 i profughi e sfollati azeri furono 540 mila a cui devono essere aggiunti 480 mila armeni scappati dall’Azerbaijan e da alcune exclave armene al confine con l’Armenia e con il Nagorno-Karabakh. L’Azerbaigian parla di 30 mila vittime del conflitto, però sempre secondo le fonti della Croce Rossa Internazionale questa cifra deve comprendere le vittime sia azere che armene.
Un altro mito da sfatare è il fatto che l’Armenia abbia occupato il 20% del territorio azerbaigiano; in realtà oggi è il 13% dell’ex-territorio dell’Azerbaigian ad essere controllato dalle Forze Armate del Nagorno-Karabakh, come conseguenza di un conflitto avviato da Baku che risultò poi devastante per lo stesso Stato azero il quale dopo un primo periodo di successi militari si è visto sopraffare dalle forze armene e del Nagorno-Karabakh.
Parlando del conflitto si deve chiarire che il primo atto bellico è del neonato Stato dell’Azerbaigian il quale attua una invasione del Nagorno-Karabakh e aggredisce l’Armenia. Le tregue che si sono stipulate e violate durante il periodo 1992-1994 hanno decretato le quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (n. 822, 853, 874 e 884 del 1993). Volendo inquadrare queste risoluzioni occorre metterle in relazione alla dinamica del conflitto stesso: ognuna di queste è provocata da una offensiva massiccia delle truppe azere che viene fermata dalla controffensiva armena con successiva richiesta di tregua dell’Azerbaigian che  porta alla decretazione di una delle risoluzioni dell’Onu che chiede la cessazione delle attività militari ed il ritiro delle truppe; tali risoluzioni  sistematicamente non vengono rispettate dalle Forze Armate azere le quali avviano una nuova offensiva.
Nelle risoluzioni, tanto proclamate dal Governo di Baku, l’Armenia non viene mai individuata come parte del conflitto che vede invece impegnati solamente l’Azerbaigian ed il Nagorno-Karabakh. L’Armenia viene invece invitata ad esercitare la propria influenza come figura mediatrice sul Nagorno-Karabakh, il quale è apparentemente ed evidentemente riconosciuto come parte del conflitto.
L’Azerbaigian ha inoltre rifiutato di adempiere alle richieste del Consiglio di Sicurezza in merito alla ripresa dei rapporti commerciali, economici e delle linee di trasporto col Nagorno-Karabakh.
Un altro punto cardinale delle risoluzioni era l’esortazione alle parti di non risparmiare sforzi nel quadro del Gruppo di Minsk dell’Osce nel quale l’Armenia è pienamente impegnata visto che il Gruppo di Minsk è quell’unico ambito individuato dalla comunità internazionale per la risoluzione del conflitto. Le autorità dell’Azerbaigian continuano al giorno d’oggi a violare le richieste di quelle quattro risoluzioni che per la parte armena è impossibile implementare perché spesso violate; inoltre Baku continua a violare il Diritto Umanitario Internazionale, come si è visto nell’episodio dell’abbattimento dell’elicottero.
L’Azerbaigian oggi, non solo viola lo spirito delle risoluzioni, ma non rispetta neanche il contenuto dei due accordi trilaterali Armenia-Nagorno-Karabakh-Azerbaigian del 1994 e del 1995 sulla tregua e sul consolidamento del regime di tregua.
A partire dal 2007 l’Osce chiese, e l’ultimo tentativo è stato realizzato nel vertice trilaterale Armenia-Azerbaigian-Francia avvenuto ad ottobre nel quadro delle attività del Gruppo di Minsk, il consolidamento del regime di tregua ed una serie di Confidence Building Measures (CMB) che si esplicitano almeno nel ritiro dei cecchini dalla linea di contatto e nella messa a punto di un meccanismo congiunto sulle indagini delle violazioni del regime di tregua. Mentre l’Armenia ed il Nagorno-Karabakh negli ultimi anni si sono allineati con queste proposte, l’Azerbaigian si rifiuta di seguire tale disposizioni. Dopo il vertice di Sochi nel marzo del 2011 era stato raggiunto un accordo su tali misure il quale, dopo il ritorno a Baku del presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, venne denunciato dalla parte azera e quindi saltò.
Per il processo negoziale, nel 2007 durante il vertice di Madrid vennero resi pubblici alcune parti dell’accordo confidenziale che era stato stipulato. Il documento si chiama Basic Principles o Principi di Madrid ed è teso a formulare quell’accordo quadro sulla base del quale poi le parti dovrebbero lavorare per la stesura di un trattato di pace. Tale documento individua tre principi base della Carta ONU e dell’Atto Finale di Helsinki:
- Divieto di uso della forza o della minaccia dell’uso della forza
- Integrità territoriale degli Stati
- Il principio dell’autodeterminazione dei popoli
Le sei misure che vengono decretate da tale proposta e che perseguono i tre principi base sono state formulate con l’intento di soddisfare le paure e le aspettative delle parti coinvolte nel conflitto:
- Ritiro delle truppe del Nagorno-Karabakh o convenzionalmente chiamate armene dalla Buffer Zone
- Il rientro dei profughi e degli sfollati
- Invio di una forza di interposizione
- Dichiarazione dello status provvisorio del Nagorno-Karabakh come garanzia di sicurezza e auto-governo
- Legame territoriale tra il Nagorno-Karabakh e l’Armenia
- Individuazione futura dello status finale attraverso misure legalmente vincolanti
L’intero negoziato verte sullo status del Nagorno-Karabakh e la prassi internazionale ci insegna che, seppur ci si debba muovere all’interno del Diritto Internazionale, nel caso di conflitti come quello in Nagorno-Karabakh il negoziato politico è l’unico strumento per risolvere tali controversie (come nel caso del Kosovo). La causa dei conflitti etnici non deve essere individuata infatti nell’esercizio dell’autodeterminazione ma nel rifiuto e nel divieto dell’esercizio di questo diritto.
Concludendo è possibile dire che da una parte abbiamo la Repubblica del Nagorno-Karabakh, Stato rappresentato da istituzioni democraticamente elette se si pensa che alle ultime elezioni il candidato dell’opposizione aveva raggiunto più di un terzo dei voti, e dall’altra parte si contrappone l’Azerbaigian, paese governato da più di quarant’anni dalla famiglia Aliyev che detiene il potere e dove vige la reclusione delle voci dissidenti e dell’utilizzo del conflitto per il rafforzamento del regime perché è attraverso la distorta percezione della minaccia esterna e la paura che si governano e si mettono a tacere le voci “fuori dal coro” a Baku.
Durante i mesi di luglio ed agosto, i quali hanno visto una escalation del conflitto, sono state arrestate le ultime voci audaci azere che si battevano in un ambiente estremamente ostile per un rilancio del dialogo fra le società civili in Armenia, Nagorno-Karabakh ed Azerbaigian, progetto finanziato dall’Unione Europea. Il volto di questa campagna era Leyla Yunus, una delle tre candidate per il premio Safarov, arrestata e ancora detenuta in carcere in Azerbaigian dove subisce sistematicamente degli abusi da parte dei suoi carcerieri (secondo le informazioni riportate dalle fonti OSCE e del Consiglio d’Europa di ritorno da Baku) e le vengono negate le cure mediche.
Quando si comparano queste due realtà, una che ha trovato nello strumento della secessione l’unico rimedio per costruire una società libera con istituzioni democratiche ed inclusive, eccezione alla regola dittatoriale ovviamente, e dall’altra parte l’Azerbaijan, un petro-stato controllato da un regime autoritario di stampo dittatoriale dove vige il culto della personalità del leader, certo è che la mia scelta da uomo libero è quella di supportare il Nagorno-Karabakh e la sua autodeterminazione”.


– Parlando della presentazione del volume del Prof. Natalino Ronzitti Il conflitto del Nagorno-Karabakh e il Diritto Internazionale, l’autore, effettuando un breve profilo storico della regione, afferma che “…il Nagorno-Karabakh, considerato sotto il profilo dell’indagine storica, non ha mai fatto parte dell’Armenia, né è mai divenuto uno Stato indipendente nel periodo compreso tra la conquista zarista e la fine dell’Unione Sovietica…” [10]. Inoltre, leggendo le conclusioni, è possibile evidenziare il pensiero del Prof. Ronzitti su tale conflitto e su una possibile risoluzione che delinea il Nagorno-Karabakh come una sola entità di fatto, e non uno Stato, priva di riconoscimento internazionale, la cui sovranità territoriale spetterebbe all’Azerbaigian e senza la possibilità di autodeterminazione perché i cittadini armeni del Nagorno-Karabakh possono essere considerati come una minoranza e non come un popolo. Potrebbe dirci la sua opinione in merito a tale volume e ai suoi contenuti?
“Innanzitutto devo dirle che io del Prof. Ronzitti ricordo il Manuale di Introduzione al  Diritto Internazionale  quando studiavo al Corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Gorizia, volume che ho utilizzato anche per la mia ricerca di dottorato e post-dottorato e sicuramente molte delle nozioni che ho appreso da quel volume non coincidono con quanto affermato nel volume sul Nagorno-Karabakh a tal punto che mi sento di dichiarare, con tutto il dovuto rispetto per la professionalità del professore, che Il conflitto del Nagorno-Karabakh e il Diritto Internazionale non può essere definita la sua opera più brillante.
Infatti, quando ero all’Università di Trieste, sede di Gorizia, durante il corso di Metodologia Giuridica, mi insegnavano che una opinio juris si forma su un fenomeno sociale in senso lato ossia definendo minuziosamente il fenomeno, mentre, nella presentazione del volume avvenuta pochi giorni fa a Roma, il Prof. Ronzitti affermava che il suo compito non era stato quello di svolgere uno studio politologico, storico e sociologico del caso e di conseguenza la sua opinione non può che essere carente.
Inoltre, alcuni dei passaggi presenti in tale libro possono essere considerati delle falsità storiche; ad esempio, quando si afferma l’assenza di collegamento storico tra il Nagorno-Karabakh e l’Armenia, occorre ricordare che tale regione chiamata dalla storiografia Artsakh, ha fatto parte fin dall’antichità della tradizione, storia, cultura e statualità armena e fino agli inizi dell’800 non era mai stata occupata e completamente soggiogata dalle invasioni a cui l’Armenia è stata sottoposta dal II sec in poi. Possiamo quindi considerare il Nagorno-Karabakh come il luogo della resilienza armena. Basta infatti vedere la morfologia del territorio ed il retaggio culturale e storico presente in termini cronologici nell’Artsakh per poterlo definire armeno.
E’ vero che tale regione è stata interessata da un periodo coloniale, ma arrivando al periodo della sovietizzazione del Caucaso bisogna sottolineare come agli inizi degli anni ’20, quando era in corso l’ingegneria delle nazionalità applicata dal Commissario alle Nazionalità Joseph Stalin, vi fu una decisione del Comitato Regionale del Caucaso bolscevico di suddividere così tre regioni a maggioranza armena: lo Zangezur veniva incluso nel territorio della Repubblica d’Armenia appena formata, il Nakhchivan veniva concesso all’Azerbaigian mentre il Nagorno-Karabakh o Artsakh doveva rimanere armeno. Tale decisione venne però sovvertita il giorno successivo da Stalin che decise di concedere il Nagorno-Karabakh all’Azerbaigian.
L’espressione di autodeterminazione e secessione da parte della maggioranza della popolazione del Nagorno-Karabakh (76% armeni) è stata sempre viva ed attiva per tutto il periodo sovietico, quindi è errato definirla come un semplice fenomeno moderno avviatosi alla fine degli anni ’80 e agli inizi degli anni ’90 con la relativa perdita di potere dell’Unione Sovietica.
Da questi dati storici si evince come il Nagorno-Karabakh durante il periodo sovietico non ha fatto parte dell’Armenia e di conseguenza il suo processo di autodeterminazione deve essere letto in quel vasto fenomeno che viene chiamato destalinizzazione e decolonizzazione avviatosi al disgregamento dell’Unione Sovietica.
Per ciò che concerne invece il concetto di popolo o minoranza sottolineo come gli armeni siano una netta maggioranza nel Nagorno-Karabakh e potrebbero essere concepiti come minoranza qualora si volesse erroneamente inquadrarli all’interno di tutto il territorio dell’Azerbaigian, distorsione rispetto alla realtà dei fatti.
Se analizziamo il Nagorno-Karabakh come Stato, occorre vedere se vengono rispettati gli aspetti costitutivi di uno stato nel quadro del Diritto Internazionale:
- Effettività: ossia l’esercizio del potere effettivo sul territorio, e non solo io credo che il Governo del Nagorno-Karabakh non sia carente di effettività sul proprio territorio, anzi è vero il contrario. Per esempio, qualora una persona volesse andare a visitare il Nagorno-Karabakh dovrebbe chiedere un visto di ingresso alle autorità locali e non a quelle azere.
- Indipendenza: ossia l’indipendenza del corpus giuridico, ovvero la presenza di una Costituzione originaria, caso del Nagorno-Karabakh che si è dotato di un corpus legislativo su ispirazione europea. In questo quadro occorre vedere il ruolo dell’Armenia come soltanto un mediatore per il Nagorno-Karabakh con l’Azerbaigian, stato che si è rifiutato a partire dal 1997 di continuare i negoziati di pace direttamente con le autorità del Nagorno-Karabakh.
Devo notare che stranamente le conclusioni di questo volume, composto da una piccola parte introduttiva e per il resto da una selezione di documenti che potremmo definire non esaustiva, molti dei quali non vincolanti e prodotti grazie alla “diplomazia del caviale” dell’Azerbaigian, hanno una coincidenza perfetta con le richieste azere tese a silurare il processo di pace. Il modello di autonomia alla Alto Adige proposto dal Prof. Ronzitti non è applicabile in questo caso vista l’enorme differenza tra l’Italia di De Gasperi e la dittatura degli Aliyev in materia di tutela delle minoranze.
Inoltre, quando il professore individua nel Consiglio d’Europa il luogo dove mediare e trovare una soluzione al conflitto, probabilmente ignora come l’Azerbaigian sia il campione nelle violazioni proprio di quelle norme e convenzioni che ha sottoscritto per diventare membro di tale organizzazione. Di conseguenza, non avendo visto nessuna garanzia da parte del Governo di Baku per la tutela dei diritti della popolazione armena nel Nagorno-Karabakh, non è possibile pensare a tale organismo come luogo di mediazione.
Vorrei poi chiarire quest’ultimo punto, ossia quello inerente la mancanza del riconoscimento del Nagorno-Karabakh da parte della Repubblica d’Armenia. La Repubblica d’Armenia supporta de facto la Repubblica del Nagorno-Karabakh riconoscendolo come entità indipendente e non lo riconosce de jure perché questo silurerebbe i negoziati di pace. Il non riconoscimento del Nagorno-Karabakh è infatti un costo che l’Armenia sopporta proprio per non minare il processo negoziale sul conflitto.
Concludo dicendo che la pace è possibile e perseguibile a condizione che il Governo di Baku torni al tavolo negoziale, riconosca come controparte negoziale il Nagorno-Karabakh, al quale chiedeva una tregua nel 1994 poi concessa, e rispetti i principi espressi nell’ambito del Gruppo di Minsk e supportati dalla Comunità Internazionale. Forse però tale via farebbe cadere il regime in Azerbaigian”.

 

 

 

Note:
1) Il conflitto del Nagorno-Karabakh e il Diritto Internazionale; ASRIE approfondisce la conoscenza del conflitto del Nagorno-Karabakh
2) Nagorno-Karabakh. Militari azeri abbattono elicottero Mil Mi-24 armeno
3) Armenia. Scontro sui due azeri a processo per sabotaggio. Baku, “Procedimento farsa”
4) Witness Accounts Contradict Baku’s Claims on Armenian Captive
5) How an Armenian Civilian was made a saboteur by Azerbaiijan propaganda (vedere document PDF in allegato)
6) Video. Il filmato del Mi-24 armeno abbattuto dalle forze azere e il comunicato dell’Ambasciata azerbaigiana in Italia
7) Helicop downing (infografica in allegato)
8) Azeris to Boost Defense Spending Amid Risk of Armenia War
9) Lo slancio dell’Azerbaijan verso l’Europa. E la ferita del Nagorno-Karabakh. Intervista all’Ambasciatore Sadiqov
10) Il conflitto del Nagorno-Karabakh e il Diritto Internazionale, pp.6