Iniziativa Italiana per il Karabakh

EAST JOURNAL / 9 luglio 2012 di Emanuele Cassano

 

Questo articolo è stato originariamente pubblicato da “EAST JOURNAL” ed è consultabile in originale all'indirizzo sotto riportato:


http://www.eastjournal.net/nagorno-karabakh-vuoi-lindipendenza-mi-dispiace-non-sei-il-kosovo/19144

 

Sono passati ormai più di 20 anni da quel 6 gennaio 1992, data in cui il Nagorno-Karabakh – territorio del Caucaso meridionale arroccato al confine tra Armenia e Azerbaigian – proclamò l’indipendenza della propria repubblica. Da allora, però, in tutto questo tempo, il dibattito sul riconoscimento non ha compiuto ancora nessun passo importante verso una risoluzione, a causa soprattutto del disinteresse generale della comunità internazionale. La situazione, dal termine della guerra, è rimasta quindi pressoché invariata; il cessate il fuoco imposto dall’accordo di Bishkek nel 1994 non viene sempre rispettato da entrambe le parti, creando frequenti incidenti nei punti di confine, presidiati dai cecchini.

Tra le tante discussioni che si possono fare riguardo al mancato riconoscimento del Karabakh da parte della comunità internazionale, è interessante fare un paragone con un’altra recente controversia internazionale, quella del Kosovo, simile nella forma, ma dal diverso esito.

Il Kosovo, nonostante non fosse tra le repubbliche costituenti la Jugoslavia, rappresentava, insieme allaVoivodina, una delle due province autonome all’interno della Repubblica Socialista Serba. Fu proprio grazie a questo suo status particolare, che le garantiva un’autonomia pari quasi a quella di una repubblica costituente,  che il Kosovo, a maggioranza albanese, si sentì in diritto di lottare per la propria indipendenza da una Jugoslavia a maggioranza serba e sempre più nazionalista. La NATO, guidata dagli USA, i quali volevano cogliere l’occasione per installare delle proprie basi nei Balcani, e dai Paesi dell’Unione Europea, si schierò come principale sostenitrice dei diritti del Kosovo, e addirittura, per quanto riguarda le relazioni diplomatiche, arrivò a riconoscere come principali interlocutori i miliziani dell’UÇK, movimento terroristico kosovaro, arrivando così a legittimarli. Quando, nel febbraio del 2008, il governo di Pristina proclamò la propria indipendenza, gli USA e molti paesi UE si affrettarono a riconoscere la nuova repubblica.

Più o meno sullo stesso principio si basano le argomentazioni con le quali il Nagorno-Karabakh difende la propria indipendenza. Durante l’epoca sovietica il Karabakh formava un Olbast autonomo all’interno della RSS Azera, ma, con la dissoluzione imminente dell’URSS, il soviet locale decise di non seguire le sorti dell’Azerbaigian, e, sfruttando una legge allora vigente, proclamò la propria indipendenza.

Come mai allora la maggior parte dei Paesi NATO e dell’Unione Europea si sono schierati apertamente come paladini in difesa dei diritti e della libertà del Kosovo, mentre ignorano platealmente il caso del Nagorno-Karabakh, che a conti fatti non sembra essere poi tanto dissimile da quello kosovaro? La risposta a questa domanda non si ottiene sfogliando manuali di diritto internazionale, poiché le ragioni di questa totale indifferenza sono di tipo esclusivamente economico.

La comunità internazionale non vuole accollarsi la questione del Nagorno-Karabakh, preferendo restare a guardare e lasciando che siano le due parti in guerra a vedersela per conto loro, lasciando la mediazione allaRussia e alla Turchia. Riconoscendo l’indipendenza del Karabakh, infatti, si verrebbero inesorabilmente a compromettere i rapporti con l’Azerbaigian, e, di fatto, si rischierebbe di perdere il tanto ambito petrolio di Baku, evidentemente troppo prezioso per essere sacrificato per la causa nagornina.

La situazione è da anni in fase di stallo, e la mediazione russa non sembra bastare a mettere d’accordo i due governi dell’Armenia e dell’Azerbaigian. Se la questione del Karabakh non sarà affrontata seriamente dalla comunità internazionale, allora sarà destinata a rimanere aperta ancora per molto altro tempo, contribuendo ad alimentare quel clima di tensione e di conflitto che imperversa da ormai troppo tempo nella polveriera caucasica.