Iniziativa Italiana per il Karabakh

RINASCITA (19.12.11)

di Aliena

Questo articolo, scritto da Aliena, è stato originariamente pubblicato da RINASCITA” ed è consultabile in originale all'indirizzo sotto riportato:

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=12176

Dal nome del rivoluzionario bolscevico Stepan Šaumjan (1878-1918) – originario di Baku e noto come il Lenin caucasico – deriva la denominazione dell’odierna Stepanakert, capitale della Repubblica del Nagorno-Karabach (Lernayin Gharabagh in lingua armena o Arts’akh; Nagorno Karabach nella forma russa, ove Nagorno sta per “montuoso”). Questa regione di 4.400 kmq – appena più grande del Molise – è situata nel Caucaso meridionale e si è proclamata indipendente dal 6 gennaio 1992. Come di consueto, la comunità internazionale adotta due pesi e due misure nel riconoscere lo status giuridico delle entità costituitesi nel frastagliato panorama euroasiatico: se il Cossovo ha potuto contare sull’incondizionato appoggio di gran parte dell’Occidente – nonostante l’opposizione della Serbia – la Rnk non può dirsi altrettanto favorita.
Eppure, il referendum per la secessione dall’Azerbaigian nel dicembre 1991 confermava la dichiarazione – che aveva altresì previsto la riunificazione con l’Armenia, questione respinta sia da Mosca che da Baku – votata, sul finire degli anni Ottanta, dal Soviet della regione autonoma. Ovvero, le attuali aspettative d’indipendenza vengono avvalorate da una forma di continuità giuridica col periodo sovietico, di cui rappresentano la logica evoluzione.
L’area, popolata in epoca medievale da sudditi armeni dell’Impero persiano, cadde sotto il dominio russo sul finire del XIX secolo: il Karabach, con il trattato del 14 maggio 1805 (1220 per il calendario musulmano), vi fu incluso come canato autonomo. L’unico mediatore con lo zar Aleksander Pavlovič Romanov (1777-1825) era rappresentato dal Governatore della Georgia. Col tramonto dell’Impero zarista, in seguito alla Rivoluzione del 1917, il territorio fu aspramente conteso dalle neo-repubbliche di Azerbaigian – entro la quale è racchiuso – e di Armenia, situata poco più ad ovest. Nel 1921 la zona entrò a far parte della giurisdizione azera, entro la quale venne istituita, dal Comitato esecutivo centrale della Repubblica Socialista Sovietica di Azerbaigian, l’autonomia regionale del Nagorno-Karabach.
Si protrassero negli anni (in primis nel 1945, poi nel ’66 e nel ’77) vari appelli di riunificazione con l’Armenia, un progetto che fin dall’inizio era stato osteggiato da Stalin – in veste di Commissario del Popolo (ministro) per le Questioni nazionali. Con la disgregazione dell’URSS, le tensioni interetniche si fecero incandescenti, poiché il governo turcofono di Baku, politicamente affine ad Ankara, intraprese una strategia di azerizzazione forzata – benché il 76% della popolazione fosse armena, con alcune minoranze russe e curde. Disordini e violenti scontri di piazza si sollevarono in risposta al ripetuto diniego: nel 1988, presso la città di Askeran, l’uccisione di due cittadini azeri causò un pogrom contro gli armeni di Sumgait – grande centro urbano a nord di Baku. Tre giorni di strage, in cui persero la vita alcune decine di vittime.
Altri episodi simili si verificarono nelle località settentrionali armene di Spitak e Ghugark, inducendo entrambe le etnie a lasciare le giurisdizioni ove si trovavano in minoranza, per spostarsi o verso l’Azerbaigian, o verso l’Armenia. I civili armeni in fuga sono stati stimati intorno ai 14mila; circa 80mila gli azeri sfollati.
Durante l’anno 1989, le rivolte popolari non accennarono a sopirsi. Anzi, divamparono con più clamore quando le autorità locali del Karabach furono sospese e l’amministrazione assegnata a un Comitato organizzativo – responsabile dinanzi al Consiglio dei ministri dell’Unione – a prevalenza azera. Al contempo, la Rss di Armenia rivendicava in via prioritaria la sua autorità in loco. Devastazioni e guerriglie fra i popoli confinanti – la maggior parte delle quali, a discapito degli armeni – non si affievolirono neanche con l’intervento dell’Armata Rossa. L’ultimo lascito della perestrojka di Michail Gorbačëv fu la sospensione della gerenza azera sul Nagorno-Karabach.
Sfruttando una clausola della costituzione sovietica, non appena l’Azerbaigian si distaccò dalla Federazione, la Rnk – essendo un’enclave autonoma – nel 1991 dichiarò la propria indipendenza e si proclamò repubblica; l’8 gennaio dell’anno successivo, Artur Aslanovič Mkrtčian (n. 1959) assunse la carica di presidente e Oleg Esajevič Jesajan quella di primo ministro. Tre mesi dopo, in seguito alla morte – in circostanze misteriose – di Mkrtčian, il ruolo vacante fu ricoperto ad interim dal suo vice, Georgij Michailovič Petrosian (n. 1953; 1992-93); il primo presidente eletto del Nagorno-Karabach il 29 dicembre 1994 fu Robert Sedrakovič K’očaryan (n. 1954), succeduto a Garen Zarmajrovič Baburjan, pure ad interim (1993-94).
A questi fatti, l’Azerbaigian – testa di ponte, assieme alla Turchia, degli Stati Uniti d’America e della Nato per la penetrazione eurasiatica – aveva reagito con una pesante offensiva militare. Migliaia di vittime e più di un milione di profughi di ambo le etnie sono il funesto risultato dell’opzione bellica. Un aleatorio cessate-il-fuoco fu stabilito nel maggio del ’94 [1].
Al giorno d’oggi, la situazione rimane piuttosto instabile, in particolar modo per il rifiuto – opposto con fermezza dagli Usa – al riconoscimento dello status della Rnk: ciò significherebbe precludersi la nuova via del petrolio di Baku e inimicarsi il principale interlocutore euro-atlantico nel Caucaso del sud. Negli ultimi anni l’Azerbaigian ha difatti ottenuto una miracolosa crescita del Pil, proprio grazie alle sue preziose risorse di idrocarburi. Dai giacimenti di Shah Deniz – nel sud del Mar Caspio, a circa 70 chilometri dalla fiorente capitale azera – partirà il corridoio meridionale che dovrebbe rifornire di gas l’Europa occidentale, scalzando in parte l’avversario energetico russo. Nel 2006 era entrato in funzione l’oleodotto che, attraverso la Georgia – ove Washington aveva appoggiato l’insurrezione popolare colorata del 2003, nota come Rivoluzione delle rose – conduce il greggio azero da Baku sino al terminale turco sul Mediterraneo.
“La politica di segregazione e discriminazione perseguita dall’Azerbaigian ha generato un’atmosfera di odio e di intolleranza nella Repubblica verso il popolo armeno, che ha condotto al conflitto armato, a vittime umane, alla deportazione in massa dai pacifici villaggi armeni” [2] si legge nella dichiarazione d’indipendenza del Karabach del 2 settembre 1991. Benché tale entità statuale sia contraddistinta dai peculiari requisiti di uno Stato sovrano – più ampi, rispetto al Cossovo – la mancata accettazione da parte della comunità internazionale la condanna al drammatico limbo dell’incertezza: i 137mila abitanti della Rnk (secondo stime del 2006) sopravvivono sotto la costante minaccia azera, ma non abbandonano la speranza di costruire un futuro di pace per il proprio Paese. Si sostentano con l’agricoltura, l’allevamento e la lavorazione della seta. Nonostante tutto, il governo di Baku ha dichiarato l’intenzione di tornare alle armi, se la mediazione dell’Osce – organismo del quale la Federazione russa continua a sollecitare una riforma – dovesse fallire.

Nota:
[1] Gli altri presidenti: Leonard Georgijevič Petrosjan (n. 1954; 20 marzo-8 settembre 1997, ad interim), Arkadij Aršavirovič Gukasyan (n. 1957; 8 settembre 1997-7 settembre 2007), Bako Sachakovič Sachakhan (n. 1960; dal 7 settembre 2007).
[2] “... taking into consideration that the policy of apartheid and discrimination pursued in Azerbaijan created an atmosphere of hatred and intolerance in the Republic towards the Armenian people, which led to armed conflict, human victims, mass deportation of the population from peaceful Armenian villages”. All’indirizzo http:// www.nkr.am/ en/ declaration/ 10/