Iniziativa Italiana per il Karabakh

IL DEMOCRATICO del 26 lug 11

di Armando Pascale

Questo articolo, scritto da Armando Pascale, è stato originariamente pubblicato da” Il Democratico” ed è consultabile in originale all'indirizzo sotto riportato:

http://ildemocratico.com/2011/07/25/storia-di-una-nazione-mancata-la-situazione-nel-nagorno-karabagh/

La modifica delle linee che delimitano gli Stati sulle nostre cartine geografiche è un evento piuttosto raro, e lo è, ancor di più, la nascita di nuove entità sovrane. Recentemente si è assistito alla auto proclamazione dell’indipendenza del Kosovo, contestata dalla Serbia, ma sostenuta da gran parte dell’Occidente. Recentemente l’indipendenza del Sud Sudan, legittimata da un referendum popolare, ha chiuso in maniera pacifica un capitolo fatto di sangue e guerre tra le componenti etniche del paese africano, che dopo vari tentativi falliti di federalizzazioni consociativa, ha optato per la via della secessione.

Eppure nel XXI secolo le rivendicazioni di sovranità sono ancora tante e in ogni angolo del globo. La situazione del Nagorno Karabakh fa da pendant al lungo oblio storiografico che ha circondato la storia armena recente. Una storia fatta di massacri infangati e sottaciuti, che solo recentemente si stanno riportando alla memoria storica. Il discusso status del Nagorno Karabagh è ignoto all’agone mediatico ed è oggetto di studio di pochi internazionalisti.

La regione, situata nel Caucaso tra l’Armenia e l’Azerbaigian è al centro di una contesa diplomatica tra i due Stati da quando, alla fine degli anni’80, in simultanea con il crollo dell’Unione Sovietica, si addivenì a un referendum che sancì l’auto proclamazione dell’indipendenza della regione. Attualmente la regione non gode del riconoscimento dello status di Stato sovrano da parte di nessun membro della comunità internazionale. Essa si trova in una situazione di parziale autogoverno ma è militarmente occupata dalle truppe armene e al centro di rivendicazioni del governo Azero.

Il Karabagh già dall’ epoca pre-cristiana era abitato da popolazioni armene e perciò fu parte integrante dell’Armenia la quale, in seguito a varie invasioni, per lunghi periodi subì le dominazioni straniere. Mentre il Karabagh fu la regione che riuscì a mantenere, più lungamente degli altri territori armeni, la propria indipendenza , o ampia autonomia e fu governato, fino alla seconda metà del XVIII secolo da principi armeni, feudatari degli shah di Persia. Successivamente, all’inizio del XIX secolo entrò a far parte dell’Impero Russo. Con la dissoluzione di quest’ultimo, in seguito alla rivoluzione del 1917, il Karabagh fu conteso dalle due neonate repubbliche di Armenia ed Azerbaigian. La prima reclamava la sovranità sulla regione in virtù della sua omogeneità culturale con il neonato paese, corroborato da affinità religiose e etnico-identitarie; la seconda invece vedeva nell’annessione della regione la possibilità di avere un confine naturale con la Turchia, partner economico e commerciale dell’Azerbaigian, i cui abitanti, a stragrande maggioranza musulmana, si consideravano una sola nazione con l’alleato turco. L’ago della bilancia alla conferenza internazionale di pace che seguì l’epilogo della prima guerra mondiale fu la Gran Bretagna, la quale, con machiavellica diplomazia, si fece sostenitrice delle rivendicazioni azere, nonostante queste fossero palesemente prive di ogni base storica e giuridica. L’impero britannico, titolare di una sorta di protettorato sull’intera transcaucasia tentò di motivare il diniego all’annessione armena del Karabagh con la necessità di bilanciare l’amplimento dei confini occidentali dell’Armenia con delle province turche. In realtà il governo di Sua Maestà operò nel tentativo di non scontentare i numerosi musulmani residenti nell’Impero, affettivamente sostenitori della causa armena. La situazione precipitò però nel corso dei primi anni ’20 con l’instaurazione del governo Sovietico del Caucaso. Stalin, desideroso di non inimicarsi i petrolieri azeri, e di mantenere rapporti di buon vicinato con la Turchia, sancì la definitiva annessione del Karabagh alla Repubblica Sovietica di Azerbaigian. A questo punto l’Armenia si trovò costretta nella morsa dell’alleanza turco-sovietica e fu privata dei territori turchi ad occidente che le erano stati promessi dalle potenze europee. Nei decenni successivi il Karabagh mantenne una formale autonomia all’interno dell’Azerbaigian. Autonomia formale perché incompatibile con la linea accentratrice e dirigista del governo di Mosca. Anzi la politica di Baku fu quella di operare di “azerizzazione forzata” di quei territori storicamente armeni. Tale politica era volta a ridurre il loro numero, facendo aumentare, viceversa, quello della popolazione azera, poiché, una volta che questa avesse raggiunto un numero ragguardevole, divenendo la maggioranza della popolazione, gli armeni non avrebbero più avuto nessuna possibilità di reclamare l’unione all’Armenia e quindi il problema del Karabagh si sarebbe risolto da sé. Venne così sostenuta l’economia delle zone abitate da azeri, fu incoraggiata la loro natalità e la loro immigrazione da regioni circostanti il Karabagh; mentre fu volutamente fatta languire l’economia dei villaggi armeni i cui abitanti furono stimolati ad emigrare fuori dalla regione. Nei confronti degli armeni furono inoltre attuati molti soprusi e violenze, furono impediti i contatti con l’Armenia e combattute tutte le espressioni di appartenenza etnica, bollandole e condannandole come nazionaliste.

L’annessione all’Unione Sovietica dell’Armenia favorì per alcuni anni il mantenimento di una stabilità precaria dato che tutti i territori coinvolti si trovarono assorbiti in un sistema statuale che aveva al veritice la burocrazia del Partito a Mosca. Nonostante ciò l’intellighenzia armena nella regione continuò ad operare segretamente affinchè il Cremlino rendesse giustizia alla storia e assegnasse il territorio alla sua madrepatria naturale.

La situazione si aggravò sul finire degli anni’80 ai tempi della perestrojka di Gorbaciov. Col declino dell’Unione Sovietiche si acuirono le spinte centrifughe all’interno dell’Azerbaigian, con il consiglio nazionale della regione che votò, nel 1988, la riunione dei territori alla repubblica armena. La risoluzione fu respinta sia da Mosca che da Baku, ed ebbe il solo effetto di scatenare guerriglie e devastazioni tra i due popoli confinanti e, fare le spese di questi pogrom furono, ancora una volta, gli armeni. L’URSS, agli sgoccioli dei suoi giorni, decise di sospendere l’amministrazione azera nel territorio, in un tentativo di appianare le divergenze tra i contendenti, ma inrealtà con il solo obiettivo di implementare l’opera di pulizia etnica voluta dal Soviet Azero e di stanare i movimenti indipendentisti e filo-armeni della regione.

Questo era il background che si presentava ai tempi della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Con la separazione dell’Azerbaigian dalla Federazione, il Karabagh, sfruttò una clausola contenuta nella costituzione sovietica, secondo cui se una repubblica proclamava la secessione dalla Federazione, le singole unità amministrative locali, avrebbero a loro volta dichiararsi indipendenti. Più tardi, nel dicembre dello stesso anno, un referendum popolare sancì la costituzione della Repubblica del Karabagh Montano, che tuttora non è riconosciuta internazionalmente. Poco dopo, l’8 gennaio 1992, fu costituito un governo presieduto da Oleg Yessaian., mentre Artur Mkrtcian fu eletto presidente della repubblica. Dopo la morte di quest’ultimo, avvenuta a tre mesi di distanza dalla sua nomina, la sua carica fu assunta interinalmente dal vice presidente Gheorghi Petrossian. Successivamente,nell’agosto dello stesso anno il governo si dimise e in sua vece fu creato il Comitato di Difesa Statale, presieduto da Robert Kociarian, al quale furono attribuite le funzioni del governo.

In seguito a questi fatti crebbe ulteriormente la tensione fra Karabagh ed Azerbaigian che, essendo di fatto estromesso dal Karabagh, desiderava restaurarvi la propria autorità. Gli azeri oltre ad istituire un blocco totale attorno alla regione contesa, diedero inizio ad una vera e propria offensiva militare nei suoi confronti, con numerosi cannoneggiamenti e bombardamenti aerei e terrestri dei centri abitati.

Fu solo con l’infiammare della soluzione bellica che la situazione del Karabagh destò la preoccupazione della comunità internazionale. Il vuoto di potere creato dalla caduta dell’Unione Sovietica aveva infatti generato un bagno di sangue all’interno del Caucaso e le neonate instabili repubbliche, già falcidiate dalla dittatura sovietica, si trovarono inabili a gestire la situazione.

Alla fine del 1993 la guerra aveva provocato migliaia di vittime e centinaia di migliaia di rifugiati da entrambe le parti. Nel novembre 1993, Heydar Aliyev stimò che circa 16.000 militari azeri avevano perso la vita e 22.000 erano rimasti feriti durante sei anni di guerra. Le Nazioni Unite stimarono circa un milione di rifugiati in Azerbaigian nel 1993. A tentare una mediazione furono la Russia, il Kazakistan e l’Iran, a cui si aggiunsero altri paesi, l’ONU e la Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Tutti i negoziati ebbero scarso successo e spesso i cessate il fuoco non vennero rispettati.

Il complesso processo di pace riguardante Nagorno Karabakh è entrato in una nuova fase nel 2004, quando ha avuto inizio il “processo di Praga”; in quel caso, come anche in occasione della dichiarazione di Madrid del novembre 2007 o la dichiarazione di Mosca del novembre 2008, gli accordi sono stati sottoscritti da Armenia ed Azerbaigian, senza la partecipazione delle autorità dello stesso Nagorno Karabakh. Il 27 ottobre 2010, il presidente russo Medvedev ha annunciato che i governi di Armenia e Azerbaigian hanno raggiunto un accordo per uno scambio di prigionieri catturati durante il conflitto nella regione.

La definizione finale dei negoziati di pace è tuttavia complicata dal problema del riconoscimento dello status ufficiale del Karabagh che, benché non riconosciuto, dispone attualmente di tutti gli attributi tipici di uno stato sovrano; ha un proprio parlamento rappresentativo, un proprio governo, una propria burocrazia e rappresentanze permanenti semi ufficiali in alcuni stati occidentali. Una sua eventuale riannessione all’Azerbaigian violerebbe i principi di diritto internazionale sull’effettività della sovranità. L’annessione del Karabagh all’Azerbaigian è stata storicamente un sopruso Stalin compiuto con il pregresso avallo della Gran Bretagna, a tutto danno di una popolazione di lingua e cultura armena. D’altra parte, un suo eventuale assorbimento nello stato armeno rischierebbe di minare ulteriormente il delicato scenario delineatosi negli ultimi 20 anni in questa regione del Caucaso, suscitando le ire degli Azeri supportanti diplomaticamente (ma anche materialmente nella fornitura di arsenali bellici) dalla Turchia.

Allo stato attuale dunque la strada più praticabile rimane quella del consolidamento dello status quo. Con il placet della comunità internazionale il Karabagh potrebbe ottenere lo status di stato sovrano e fungere da Stato cuscinetto tra Azerbaigian e Armenia contribuendo, eventualmente ad un riavvicinamento tra le parti contendenti attuata mediante una progressiva integrazione economica e sociale con i paesi confinanti.